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November 10, 2022

Fatti di notte:
Intervista a Daniele Lupo

Maria Quinz

Chissà perché la notte, come la gomma, è di un’infinita elasticità e morbidezza, mentre il mattino è così spietatamente affilato.
Banana Yoshimoto

 Penso spesso che la notte sia più viva e intensamente colorata del giorno.

Vincent van Gogh

 Le nostre vite sono vorticose, intense e dense di impegni e questo succede soprattutto quando esiste una commistione tra professione e quotidianità e tale connubio è permeato dalla creatività che contraddistingue il proprio lavoro. Magari un lavoro come quello del designer, che coinvolge ogni giorno persone stimolanti ed è nutrito da idee sempre nuove, progetti da sviluppare e condividere, a casa come sul luogo di lavoro. E così, allo stesso modo capita che in vite come queste sia difficile trovare dei momenti tutti per sé, se non “una stanza tutta per sé” – giusto per citare il meraviglioso libro di Virginia Woolf.

Trovare dei tempi “vuoti” è difficile.  Tempi dove si fa spazio il silenzio, una solitudine volutamente ricercata – o se vogliamo – una quiete “animata”: perché questi tempi vuoti, possono essere riempiti di tanto altro, da nuove forme di creatività e passioni tutte personali – direi intime – da dedicare soltanto a sé stessi. A volte, queste dimensioni “tutte per sé” possono trovare sfogo in momenti della giornata particolari, circoscritti e intrinsecamente più “silenziosi”.  Per esempio di notte.

Questa è un po’ la storia del progetto “Fatti di notte” – una collezione di vasi dalle forme lineari ed eleganti creati dal designer Daniele Lupo, una delle anime della Cooperativa Lungomare che realizza progetti culturali, di comunicazione e allestimenti. Perché è durante la dimensione della notte, di cui qualcuno ha scritto “che tutte le idee sono lì per essere tue perché tutti gli altri dormono” – che Daniele ha trovato quella “stanza tutta per sé”: addirittura più che una stanza, un laboratorio intero, fornito di tutto, dove lavorare la ceramica e regalarsi alcune ore di tempo prezioso da dedicare a sé stesso e dare forma alle sue idee in libertà.

Daniele come nasce questo progetto e questa tua passione?

Questa mia nuova passione è nata durante il covid – con il primo lockdown, dal gennaio 2020. Avevo voglia di dedicarmi a qualcosa di manuale e ho frequentato per la prima volta un corso di ceramica con Veronika Thurin, che è una ceramista molto brava con un suo laboratorio a Bolzano. L’esperienza mi è piaciuta molto, la voglia di andare avanti è cresciuta e allora ho trovato un accordo con Veronika: mi avrebbe lasciato lavorare nel suo studio quando lei non ci sarebbe stata – dalle 19 alle 02 di notte circa. Con Veronica abbiamo un rapporto molto bello di amicizia e scambio. Io le ho proposto di comprare un secondo tornio e ho partecipato all’acquisto, in cambio vado lì in laboratorio una volta o due alla settimana e faccio le mie cose. Per lei è anche molto pratico avere un secondo tornio: quindi siamo più che soddisfatti entrambi del sodalizio!

fatti di notte

Lavori – si potrebbe dire – dall’orario di chiusura fino a quando reggi…

Direi di sì, anche perché il giorno dopo si lavora e devo stare attento a non eccedere. Ci tengo molto a questo tempo che mi sono ritagliato di notte, è qualcosa di tutto mio, speciale, che si distacca dal quotidiano dove ho a che fare con tante persone: mi mancava la manualità e mi mancava uno spazio di autonomia meditativa come questo, dove lavori sugli impulsi, sulle intuizione. In laboratorio ascolto musica e creo le mie cose in tutta tranquillità: è una dimensione che aiuta un po’ a fagocitare tutte le cose del quotidiano.

Cosa ti piace di più della lavorazione della ceramica, che comprende diverse fasi di lavoro, compresi momenti di attesa come l’asciugatura della materia?

Sicuramente la lavorazione al tornio con il suo movimento circolare mi rilassa particolarmente. Mi piace vedere come si crea l’oggetto tra le mani. Mi appassiona molto questa parte di plasticità dove dai forma alla materia duttile; poi dopo la devi fare indurire leggermente, staccarla dal tornio e quando raggiunge la durezza cosiddetta “a cuoio” devi rielaborarla e ridarle ulteriormente forma. Poi naturalmente ci sono le varie cotture: la prima cottura dove crei “il biscotto” ed è una cotture che rende rigida la materia, anche se è ancora permeabile all’acqua e poi c’è la seconda cottura che rende l’oggetto impermeabile. Con la seconda cottura si aggiunge la cristallina e di solito si posa lo smalto sulla superficie, donando all’oggetto i colori e la rifinitura desiderata – lucida o meno – oltre all’impermeabilità.

 I tuoi vasi esternamente non sono lucidi, ma sembrano avere una grana porosa, materica…

Fin dai miei primi esperimenti ho voluto evitare la colorazione a smalto e ho cominciato a lavorare con degli ossidi metallici da mischiare alla materia. Io non utilizzo la ceramica ma il grès che è un materiale più duro. Nella lavorazione, allo stato secco della materia, aggiungo gli ossidi e poi l’acqua e ricompongo il tutto. Poiché non mi piace la fase della colorazione, ho deciso di colorare il grezzo, quindi salto i passaggi della colorazione e metto della cristallina che è come una lacca trasparente (anche se non è una lacca) ma l’effetto è quello e rende impermeabile l’oggetto.

Ovviamente nell’arco di una notte fai solo alcuni passaggi della lavorazione…

Esattamente. Per esempio mi metto a impastare i colori con la materia, che è un lavoro piuttosto fisico, prima mischi il colore poi aggiungi l’acqua e poi dopo una settimana/una settimana e mezza, l’acqua si asciuga un pò e la materia diventa più plastica e si può impastare il blocco di ceramica per poi andare a creare gli oggetti sul tornio. Di solito io alterno le sere, alcune volte formo la materia, altre lavoro al tornio e altre volte faccio la parte di rifinitura per arrivare alla forma che desidero.

I tuoi vasi hanno forme molto lineari e colori delicati: lo definiresti il tuo stile?

Non saprei, perché in realtà mi piace sperimentare e sicuramente proverò a realizzare altre forme, magari con degli inserti per rompere le geometrie, ma ancora non so bene… In vista di questa intervista, mi è venuto in mente che avevo già lavorato con la ceramica un po’ di tempo fa, non manualmente, ma come designer in Africa, in Rwanda e anche in Marocco e anche in quei casi avevo lavorato su forme molto lineari, tendenti all’astratto. Quindi ripensandoci, evidentemente queste forme pulite e lineari sono molto mie. Per quanto riguarda i colori di questa collezione, ne ho usati tanti e diversi, ma tutti un po’ terrosi. Ho voluto diversificare i vasi tra loro, abbinando da due a tre sfumature differenti per pezzo e creare degli oggetti scultorei unici.IMG_4575

Il nome della collezione “Fatti di notte” è molto intrigante…

La collezione l’ho chiamata “fatti di notte” perché i miei vasi sono oggettivamente fatti di notte ma c’è anche un richiamo, una forma di ispirazione al libro autobiografico – particolarmente sincero, maturo e intimo – di Ettore Sottsass, “Scritti di notte”. Anche a me piaceva l’idea di dare una collocazione temporale a questo progetto molto “mio” anche se del tutto in divenire…

I vasi della collezione “Fatti di notte” di Daniele Lupo si potranno vedere e acquistare all’evento Lametta presso il centro eventi Steghof a Naturno, dal 11 al 13 novembre, dove il designer esporrà i suoi lavori assieme a numerosi altri creativi locali.

 Credits: Daniele Lupo

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