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October 23, 2020

Cronacamminata 03_ Camminare
come un artista

Allegra Baggio Corradi
Dieci passeggiate di due ore ciascuna divise ognuna in quattro attività di trenta minuti. Un totale di 10,000 passi per tappa, 100,000 nel complesso, 20 ore in tutto. L’atto del camminare è al centro della cronacamminata a tappe di Erling Kagge, piedandante norvegese che si com-muove, cambia, ringrazia e re-agisce attraversando la natura, le città, il sé, l’arte, i libri e il mondo, con e senza una meta, da Oslo a Bolzano.

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I verbi norvegesi røre sig e bevege sig all’attivo significano “muoversi”, mentre al passivo (bli rørt e bli beveget) “commuoversi”.

Erling trova sia difficile amare ciò che si capisce. La meraviglia, lo stupore, la confusione, il dubbio sono il motore della sua esistenza. Perciò sin dall’inizio della sua esperienza di collezionista si assicura di non leggere troppo, di non sapere in eccesso, di non conoscere ogni dettaglio. Opera da collezionista come da esploratore. Niente mappe per orientarsi alle fiere, niente appuntamenti fissi con i curatori più influenti, nessun budget prefissato per gli acquisti annuali, nessun consigliere per migliorare le acquisizioni, nemmeno troppo contatto con gli artisti. È importante per Erling rendere la vita più difficile di quello che potrebbe essere: cammina per mesi invece che per ore, congela invece che infreddolire, colleziona piuttosto che apprezzare. L’arte è per lui una complicazione dell’esperienza estetica che, in quanto uomo, ha del mondo. L’arte è un veicolo per continuare a camminare anche da fermo, ora che, da padre, ha maturato la consapevolezza che per amare autenticamente non bisogna capire quanto piuttosto credere. 

Astenendosi volontariamente dal capire, Erling alimenta l’economia circolare del dubbio nella quale ha creduto fin dalle sue prime escursioni in gioventù. L’accesso che abbiamo oggigiorno alla conoscenza è praticamente illimitato, quindi, non gli costerebbe fatica sviscerare il mondo di ogni artista e delle opere che di esso desidera collezionare. Eppure, proprio perché vuole complicare le cose – ad imperare è sempre il suo spirito da esploratore – decide consapevolmente di non farlo. 

Da quando ha attraversato l’Antartide in solitaria, ogni passeggiata in un territorio sconosciuto, sia questo una città, un museo, un parco, una fiera d’arte, è per Erling una fonte inesauribile di stupore; uno stupore che non vuole domare, che non desidera affievolire tramite la conoscenza e che coltiva nella sua verginità fanciullesca con impegno e dedizione. Al fine di conservare intatto questo senso di meraviglia, si astiene dal forzare il corso degli eventi. Se uno dei possibili significati di un’opera d’arte gli si dovesse rivelare è felice di accoglierlo, di accompagnarlo dolcemente dai sensi al senso. Se questo non dovesse accadere, continua ad esplorare, a camminare con l’arte e come un artista egli stesso. Erling trova sia difficile amare ciò che si capisce.

La meta del camminare, tuttavia, è sempre lo svelamento. Lo ha capito con certezza di recente Erling, durante la sua ultima visita alla fiera d’arte Frieze tra l’otto e l’undici ottobre scorsi. Spostandosi da uno stand all’altro nel padiglione di Regent’s Park, nonostante il divario tra lui e gli attori del mercato fosse ancora più ampio del solito a causa del distanziamento sociale, ha capito che sul palcoscenico sul quale recitiamo ogni giorno, in realtà, ci arriviamo da esplor-attori, ma solo pochi trovano ragioni necessarie e sufficienti per continuare a recitare una parte inevitabilmente improvvisata. Il copione dà sicurezza, fagocita l’incertezza; ma il copione alla lunga lo si introietta senza più pensare al suo significato. Questo proprio non fa per Erling perché trova sia difficile amare ciò che si capisce.

Sempre più soffocato dalla morsa della sua mascherina, dopo appena più di un’ora di visita, Erling decide di uscire all’aperto per evitare di divenire anche lui merce alla mercé della fiera della vanità. Dieci, cento, mille passi più tardi e l’affanno si affievolisce, il respiro finalmente all’unisono con quello che soffia tra gli alveoli del polmone verde di Regent’s Park; alveoli che sono arte. Lontano dalla folla, più vicino alla follia.

Come ogni edizione e mai come in questa, il parco di Frieze è popolato di sculture. Solo una, tuttavia, scalfisce Erling. Mastodonticamente stagliata contro il cielo plumbeo di Londra, colorata vertigine arrotolata intorno ad un turbine metallico, la Lupine Tower di Arne Quinze pare perforare il cielo. Avviluppati intorno ad un asse centrale si rincorrono schiaffi e sfumature di colore che dal profondo blu culminano in un crescendo ambrato. Gravi eppure guizzanti, gli accartocciamenti cromatici sembrano sostenersi a vicenda per rimanere in piedi, appoggiandosi l’uno all’altro per sconfiggere la gravità. Erling sente il bisogno di avvicinarsi per partecipare insieme all’opera alla lotta all’integrità, per far rientrare i pezzi pericolanti a rimanere entro i confini del possibile, contribuendo attivamente affinché l’arte continui a mettersi all’opera. Nell’appropinquarsi lentamente, solo in mezzo ad un parco vuoto, Erling inizia a toccare la Lupine Tower avvallando l’ostacolo dell’elevato piedistallo. Proprio come le sue figlie sugli alberi del bosco non lontano da casa, Erling si aggrappa alle arborescenze della torre di Quinze, calandosi in un bagno di colore, scendendo sempre di più nelle soffici pieghe del metallo mentre sale lungo l’asse verticale, un passo alla volta, sempre più vicino alle nuvole cariche di pioggia. Barone rampante aggrappato ad una roboante torre di tuono.

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Affinché ciò che ci circonda non si limiti a essere bello ma venga elevato alla dimensione del sublime, deve avvenire un cambiamento nella nostra testa.

Rincasato, a piedi nudi sulle rocce a lato del suo giardino ad Olso, Erling capisce autenticamente ciò che andava sospettando da tempo: non è necessario camminare sino in Antartide per trovare il proprio polo. Non appena l’intuizione si invera, un flusso di coscienza improvviso, irrefrenabile, inarrestabile, repentino fluisce e i pensieri iniziano a scorrere senza un ordine preciso, alla rinfusa, confusi. La mente di Erling comincia a rincorrere, è già in affanno. L’escursione delle idee avviene all’interno dei confini del suo cervello, la camminata è mentale, fatta brillare da un oggetto-ordigno, dalla torre di Quinze, che con i suoi aguzzi spigoli solletica l’apatia di Erling trascinandolo a forza via dalla folla e verso la follia, ancora una volta.

1976. Copenhagen. Museo Louisiana. Grande atrio, grigio. Tutto grigio. Ammasso di rocce in cerchio. Io bambino. Sembra Stonehenge. Che senso ha? Giardino zen cinese artificiale in metropoli occidentale. Druidi, superstizione. Prima lezione di storia il 12 settembre, mi pare. Astrologia arcaica. Ma no, forse sbaglio. Cambio prospettiva. Paesaggio familiare. Domenica in gita nella foresta alle pendici del Sognefjord. Ripido. Rapido. Ruvido. Rigido. Rotondo. Rotolante. Rutilante. Basta con le erre, dai, non stiamo giocando. L’arte è una cosa seria. Intervento artistico. Interrogazione sofistica. Fiordo futile, opera organica. Macché…tutte storielle. Ridere con i compagni di classe di pietre posizionate alla rinfusa in un contenitore grigio e divinizzate ad arte. Calpestare pavimento in cemento. Proprio non ha senso. No, no. Ma perché ci hanno portato fino a qui per delle rocce? 1995. Cambridge. Marleen incinta. Hjørdis, mia figlia. Non sono pronto per esser padre. Il mio amava solo il blues e il gospel. Come farò io? Cosa devo amare? Io non la conosco nemmeno. Niente soldi, niente tempo. Viaggio sull’Everest. Interviste, libri, cataloghi, premi, record. Arrampicate. Continuare a camminare da solo. Sempre e solo da solo. Disperazione. Natura. Sognefjord in tempesta. Riparo. Fronde fradice uguale capanna. Rocce in circolo uguale sedia, uguale seduta, uguale speranza. 1976. Copenhagen. Grande atrio grigio. Pare Stonehenge. 2020. Oslo, rocce in circolo in giardino. Rido, accade di rado. Cambiare prospettiva. Camminare per cambiare. Camminare in prospettiva. Arteacrobazia.StampaQuando si abbandona un bivacco, ricordarsi di lasciare sul posto due cose. La prima: niente. La seconda: i ringraziamenti.

Stop. “Devo riprendere fiato”, si dice Erling. Fermo, immobile, senza essersi mosso nemmeno di un millimetro ritorna da un viaggio che è parso lunghissimo. Non in Antartide, non da solo, non sull’Everest, non a Regent’s Park, non a Copenhagen, non lontano, non ad Olso. Quando si abbandona un bivacco: non si tralascia nulla, si lasciano i ringraziamenti. 

Caveau della banca. Erling entra in un cubo bianco, vestito di neve. Inserisce la chiave e inizia a camminare lentamente rasente il muro. Rastrelliere di opere lo guardano. Finalmente un visitatore. Sono mesi che sono sole. La solitudine è solo dei numeri primi. Le opere di Erling non amano essere isole. A lui, invece, le vacanze a Lofoten sono piaciute. E molto anche. “Quante sono!”, pensa Erling. “Non le ricordo neppure una ad una. Eppure, all’inizio non volevo altro che aumentassero, il più rapidamente possibile. Perché oltre agli occhi volevo nutrire anche le orecchie e il naso. Si, il naso perché collezionare ha un senso se i sensi sono coinvolti tutti. Certo, nutrivo un’idea naïve del progresso, del costante miglioramento della qualità dell’arte che avrei comprato. Ero invasato da Vasari. Ora trincero la teleologia tiranna attraverso un romanticismo rutilante. O almeno ci provo.”

Erling continua a destreggiarsi tra le sue opere per ore, avanti e indietro, spacchettando e rivestendo ogni oggetto nel suo apposito mantello, riponendolo nell’abbraccio delle rastrelliere, a debita distanza dal mondo, perfino dal suo. “Siamo proprio strani noi uomini. Pensiamo che dato che ci vestiamo ogni mattina, anche tutto ciò che non è umano debba vestirsi anch’esso. Dunque, impacchettiamo tutto, siamo ossessionati dall’interporre strati protettivi tra di noi e il mondo così come tra il mondo e il mondo stesso. Un paradosso. Perché siamo così impauriti dalla vicinanza? È un’abitudine davvero strana, se ci si pensa, quella di abbigliarsi. Non facciamo altro che vedere noi stessi negli altri, proiettando su di loro la nostra vergogna di mostrarci per quelli che siamo. Che senso ha vestire le opere d’arte? Perché non possiamo lasciarle respirare da sole piuttosto che decidere di fare conoscere loro l’aria quando lo decidiamo noi?”

“L’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera, l’artista è l’opera”, continua a ripetere Erling mentre in preda ad una febbrile euforia inizia e spacchettare tutte le opere nel caveau. Una dopo l’altra. “L’artista è l’opera, l’artista è l’opera.” Ad un ritmo ossessivo rimuove il nastro adesivo, lo getta a terra, osserva, assorbe, muove oltre. Per ore, zac, schhh, boom, wow, gulp, gasp. “Non si possono scrivere libri più riusciti di quello che si è riusciti a compiere in quanto individui. Non si possono realizzare opere d’arte più complete di quanto non si è completi come individui. Non si possono compiere imprese più grandi di quanto non si sia grandi in quanto individui. Non si possono collezionare opere più significative di quanto non si sappia attribuirsi un significato come individui. Dunque, l’artista è l’opera.” StampaUna camminata può durare una vita intera. Puoi anche andare in una direzione, per poi tornare dov’eri partito.

Stop. “Devo riprendere fiato”, si dice Erling. “Non capisco perché ho messo a soqquadro la mia collezione. Lo sconquasso non mi quadra”, pensa. “Certo per me è difficile amare ciò che si capisce, quindi, sarà per questo che ho voluto spogliare le opere, svestirle. Semplicemente sentivo di farlo. L’ho capito mentre ci camminavo in mezzo. Le vedevo soffocare dentro al cellophane e non ho potuto resistere all’impulso di liberarle. Meritano tutte di stagliarsi contro il cielo plumbeo come il vortice di Quinze, sono nate tutte quante per sedere in circolo come le rocce del Museo Louisiana. Chi sono io per mettere un guinzaglio a delle creature dotate di vita propria, capaci di provocare re-azioni in noi individui che ci autoproclamiamo visionari, ma non siamo altro che insetti ipovedenti? Ho sceso almeno un milione di scale per arrivare a capire che le mosche vedono molto più chiaramente di noi. Ora, toccato il fondo, sento la musica. Ora si che posso iniziare a collezionare, oltre che con gli occhi, con le orecchie.”

Mio padre credeva che tutti i generi musicali diversi dal jazz fossero una malattia. Ammetteva solamente il blues e il gospel. Tutto il resto era inaccettabile per lui ed è proprio per questo suo rifiuto che stabilì che non solo io, ma anche i miei fratelli e mia madre non saremmo mai stati contaminati dal germe del pop. Perciò non abbiamo mai avuto una televisione in casa. “Prima che l’artificio riesca nell’intento di modellare le nostre maniere” sosteneva mio padre, “i nostri costumi sono rozzi, ma onesti. La differenza tra i comportamenti rivela solo nel suo stato presociale la diversità tra i caratteri.” “Capisco solo ora cosa intendesse”, pensa tra sé e sé Erling. “La televisione è come il cellophane: dona all’artista tutto ciò che desidera – protezione – ma manca di insegnargli che desiderare significa cercare ciò che già si ha dentro – l’arte – senza bisogno di capirlo. L ’artista, dopo tutto, è l’opera. Per questo non ha senso che io vesta Wolfgang Tillmans, Olafur Eliasson, Isa Genzken, Raymond Pettibon o Peter Wächtler. Nel farlo diventerei televisivo, spettacolare, educato, smorfioso. Io sono un esplor-attore e tale rimarrò. Con il jazz che mi risuona nelle orecchie, continuerò a camminare come un artista, amando l’incomprensibile opera che vive al mio interno. Continuo a trovare difficile amare ciò che capisco.”

 

***
Per entrare ancora più a fondo nell’universo poliedrico di Erling Kagge, potete visitare fino al 14 febbraio 2021 la mostra “Walking. Movements North of Bolzano” al Museion di Bolzano, nella quale Kagge – curatore e collezionista – ha selezionato oltre 60 opere di 30 artisti e artiste del Nord Europa. 

Graphic design by Paula Boldrin

Photo credit – arnequinze.com

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