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March 14, 2019

Verknüpfungszwang #20: Sogni della natura

Allegra Baggio Corradi

In seguito alla precedente riflessione sull’obiquità identitaria osserveremo oggi alcune creature in bilico tra spazio della mente e tempo mitologico. Prendiamo tra le mani il libro già accennato la settimana scorsa, “Sangue di drago, squame di serpente”, catalogo dell’omonima mostra tenutasi al Castello del Buonconsiglio di Trento nel 2014. L’indice del volume è già di per sé una creatura fantastica. Figurano titoli come: “L’irriverente gabinetto delle meraviglie”, “Il serpente: sacro, astuto, diabolico”, “Suoni ammalianti, irresistibile attrazione: la sirena dall’antichità al Barocco”, “Pietrificata in un eterno enigma: la sfinge nel mondo antico”. Sarà mai che la sfinge del Warburg è stata anche esposta a Trento?! Enigma.

Scegliamo il capitolo dedicato alla raffigurazione di animali ed episodi fantastici nelle grottesche del Castello, affrescate a partire dal 1527 dal pittore vicentino Marcello Fogolino. Vediamo una fitta sequenza di grottesche stagliate sul fondo vivido color ocra del soffitto che rivelano le bizzarrie fantastiche dell’artista. Nei finti cammei sono dipinti animali mitologici, negli spicchi delle vele i decori si fanno geometrici, nei medaglioni le allegorie estendono l’illusione dallo spazio alla vista. L’ibrido realismo complica alla mente l’operazione del comprendere. L’occhio è funambolo. La linea retta del pensiero è lontana. L’intenzione del vescovo committente Bernardo Cles, ovvero di “non dipinger arme”, ma piuttosto “qualche altra fantasia vaga, ma qual corrisponda al luoco, et sito”, si può dire riuscita.

Stride l’esperienza sensoriale data dalle grottesche con le parole che Daniele Barbaro pronunciò nel 1516: “Se la pittura è un’imitazione delle cose che sono o che possono essere, come potremo dire che stia bene quello che nelle grottesche si vede? Come sono animali che portano Templi, colonne di cannuccie, artigli di mostri, diformità di nature: Certo sì come la Fantasia nel sogno ci rappresenta confusamente le immagini delle cose così potremmo dire che facciano le grottesche, le quali senza dubbio potremo nominare sogni della pittura”. Osservazione perturbante perché se le grottesche sono sogni della pittura, essendo esse prodotte da mano umana, noi uomini siamo necessariamente sogni della natura.

A proposito del perturbante. Spostiamoci da Trento in Giappone, nel laboratorio di robotica di Masahiro Mori, nell’anno 1970. Assistiamo all’esperimento ‘Uncanny Valley’. Ci sediamo di fronte ad un robot dalle sembianze umanoidi. Siamo a nostro agio. Le fattezze del robot si fanno umane, iperreali, troppo umane. Subiamo una brusca flessione nel gradimento del robot, entriamo nella ‘zona perturbante’. Scappiamo.

Viaggiamo nel tempo e giungiamo nel 1816 a casa dello scrittore E. T. A. Hoffmann mentre ascolta Theodor, un ragazzo che ha iniziato ad avere visioni di una ragazza impazzita dopo essere entrato per caso in una casa abbandonata a Berlino. Cercando di risolvere il problema con il suo psichiatra/scrittore, Theodor racconta delle sue apparizioni, ma all’improvviso il medico/artista impazzisce e inizia ad avere le stesse conturbanti visioni del suo paziente. Scappiamo ancora.

Se Barbaro avesse letto Hoffmann avrebbe chiamato quelli di Theodor “sogni della mente” e se avesse partecipato ad uno degli esperimenti di Masahiro gli avrebbe definiti “sogni della scienza”. Che cosa è reale e cosa inventato? Come si può essere certi di non vedere solo ciò che si sa o si desidera sapere? Come si può capire se si è umani naturali o artificiali? Forse saranno le compulsioni alla conoscenza a salvarci dagli enigmi. O forse semplicemente da noi stessi.

Grazie per aver compulsivamente letto Verknüpfungszwänge. Questa è la conclusione.

Immagine: Allegra Baggio Corradi

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