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June 20, 2014

Portobeseno e i suoi primi 10 anni: lavorare con i suoni, per essere più consapevoli di sé e del mondo

Anna Quinz

Giunto alla sua decima edizione, il festival Portobeseno a Castel Beseno è uno spazio di composizione del e con il paesaggio attraverso il suono e i suoni di una valle intera. Un progetto che è un fiore all’occhiello per il territorio, un team di lavoro determinato e visionario, ospiti internazionali che fanno di questo festival un vero punto di attrazione per il mondo intero. Al via stasera l’edizione 2014, che porta il titolo “Alpsound: comporre con i paesaggi sonori“.
Abbiamo intervistato Sara Maino, una delle menti e dei cuori – insieme a Davide Ondertoller – che stanno dietro a questo progetto straordinario.

Sara, partiamo dal titolo. Mi spieghi: “comporre con i paesaggi sonori”?

Quest’anno il festival dichiara esplicitamente la propria vocazione ad incrociare musica, suoni del paesaggio ed elettronica, ma anche memorie territoriali, a partire dal titolo “Alpsound: comporre con i paesaggi sonori”.

Chiediamo agli artisti in residenza di respirare, assorbire ed interpretare i suoni che caratterizzano il paesaggio dell’Alta Vallagarina, stiamo parlando dell’area che circonda il castello di Beseno, e cioè i paesi di Calliano, Besenello e Volano.

Gli artisti invitati, in questa edizione la canadese France Jobin e l’italiano Nicola di Croce, in programma il 20 giugno, compongono attraverso la loro ricerca e la loro arte delle vere e proprie partiture in cui sintetizzano l’esperienza dell’incontro con i luoghi trentini, fatta di emozioni, di impressioni, di individuazioni delle stratificazioni della cultura locale. Un racconto corale e soggettivo del territorio, che ambisce però a restituire al pubblico dei segni riconoscibili, come ci spiega France Jobin, dei suoni distintivi, restituiti alle nostre orecchie in una nuova forma, che diventano ponte tra la realtà e l’interpretazione.

Come dire: tutto ciò che è di fronte ai nostri occhi (e alle nostre orecchie), è in grado di esprimere significati. Gli artisti sono qui per coglierli.

Con “Portobeseno” siete arrivati alla gloriosa soglia dei 10 anni. Fate un bilancio generale di questi 10 anni di progetti?

Il bilancio è positivo, non ci siamo mai persi d’animo, anche quando all’inizio, faticavamo a comunicare la nostra poetica, la ricerca e gli intenti, cioè il “viaggio tra fonti storiche e sorgenti web”, sottotitolo di Portobeseno (stiamo parlando del 2004-2005!); questa fatica senza dubbio si è fatta sentire, ma ci ha stimolato a metterci in discussione continuamente, ad affinare la ricerca senza mai abbandonare la strada dell’originalità, prendendo delle scelte rischiose, forse impopolari, ma oneste.

Abbiamo all’attivo più di cinquanta/sessanta progetti realizzati, tra spettacoli di teatro, concerti di musica acusmatica, performance audiovisuali, installazioni, laboratori didattici, progetti di arte pubblica ed un ricco database di memorie territoriali.

Il format “Narrare il territorio”, ad esempio, che è un progetto educativo ed un metodo che incrocia ricerca e creatività applicate ai luoghi e rivolto a bambini, ragazzi, adolescenti, costituisce un potenziale ancora tutto da scoprire e da sviluppare: attualmente svolgiamo laboratori in tutta Italia, indirizzati soprattutto alle scuole; partiamo dall’ascolto del suono del paesaggio per raccogliere memorie della gente e poter così raccontare un territorio, attraverso mappe, installazioni, disegni e azioni creative anche dei partecipanti.

portobesenoPerché lavorare con il suono, cosa vi affascina di questa pratica, come viene accolta dal pubblico, in questi tempi in cui siamo così poco educati all’ascolto?

Lavorare col suono è una pratica meravigliosa, non finisce mai di stupirci. Tutto iniziò un po’ di tempo fa, eravamo dediti alla nostra raccolta di memorie legate all’esperienza collettiva del castello di Beseno. Eravamo in due ed incontravamo parecchi anziani nei paesi per parlare di questo maniero, di questo punto fermo nel verde e mutevole paesaggio agricolo ed alpino (vedi Alta Vallagarina!), per scoprire storie, aneddoti, percezioni.

Un giorno, guardando la valle dal castello, essa ci è apparsa come un grande contenitore di creatività, denso, stratificato, da sfogliare come un libro tintinnante. Attraente e respingente allo stesso tempo (NDR: se quest’anno parteciperete alla passeggiata sonora, vi potrete rendere conto..).

Ci siamo guardati e ci siamo detti: è ora di iniziare a lavorare sui suoni di questa valle.

Il primo lavoro fu affidato a Mylicon/EN con la performance ed installazione visiva SP59: una grandiosa installazione collocata su una strada abbandonata tra autostrada, ferrovia e fiume Adige, dalle parti di Calliano. Durante la performance, mentre ascoltavi la loro interpretazione del paesaggio sonoro, ti sfrecciavano accanto T.I.R., treni notturni, e nel sottofondo, potevi ancora sentire il lento moto del fiume. Da brivido.

Il pubblico credo fosse sorpreso quanto noi, sopraffatto dalla sinestesia innescata. Stiamo parlando di un videowall di 21 televisori a tubo catodico caricati sul pianale di un furgone imprestato (non so se avete presente la fatica…) e di un potente impianto audio. Da lì in poi abbiamo continuato con coraggio.

Con altri artisti, ad esempio Sara Lenzi, che facevano suonare le cose, le sedie, gli armadi, miscelando le voci di un territorio (l’archivio di storie che conserviamo in Rete) e la musica elettroacustica.

Ma anche le nostre installazioni hanno sempre tenuto in primo piano l’elemento sonoro e quello narrativo; ne citiamo alcune: “Memoria di lingua e feste”, “Udire-ascoltare”, “Microstorie dal paesaggio”, esposta peraltro al Tempio Adriano di Roma, a Firenze al Festival della Creatività e al Centro EX3, ad Artverona…

Il fatto è che lavorare sul suono sottende la possibilità di diventare più consapevoli di sé e del mondo, di sottrarsi alla sovrabbondanza delle immagini, di recuperare una relazione con il paesaggio, con gli altri, con te stesso. Di scoprire segni, elementi semplici e complessi allo stesso tempo. Sopra, sotto, intorno a noi. E’ davvero semplice, come bere acqua.

Castel Beseno, cosa rappresenta per voi? 

Abbiamo già anticipato la risposta, ma possiamo sintetizzare il concetto spiegando come è nato il nome del progetto a cui lavoriamo da dieci anni: Portobeseno.

Portobeseno è un nome inventato, Beseno è la collina su cui sorge il castello.

L’idea di farne un porto immaginario tra le montagne, un coacervo di creatività, un contenitore di storie, di interpretazioni, di energia vitale, nasce proprio dalle prime ricerche sulla memoria del territorio.

Abbiamo scoperto che il castello negli anni Trenta del Novecento era frequentato dalle Comunità locali almeno una volta l’anno: anche se in rovina, il monumento costituiva un punto di ritrovo formidabile; qui si svolgevano delle feste a cui partecipava la banda, tutta la gente.

Ecco, forse abbiamo voluto ripescare questa tradizione e lanciarla nel futuro. D’altra parte, a Calliano, proprio davanti al castello di Beseno, c’è ancora la “via al Port”, che conduce al fiume Adige… E allora, perché non un porto lassù?

Un porto in collina che accoglie e rilascia progetti senza mai dissociarsi dal luogo che lo ospita: gli artisti invitati infatti sono chiamati ad interpretare la terra in cui risiedono anche solo temporaneamente. E a ricreare storie, immaginazione, miti.

Per quanto ci riguarda personalmente, Davide ha iniziato a respirare il castello da quando succhiava il biberon, ed è un amante di storia locale; io invece, che provengo da Arco (è come dire che sono foresta, capite?), mi sono accostata a questo territorio con uno sguardo sempre curioso, fresco e sono una amante delle storie. Questa passione comune e la passione per i suoni, per l’oralità hanno dato vita al progetto.

2Lavorate spesso coni bambini, perché? Come?

Le bambine e i bambini costituiscono per noi uno slancio vitale: ci siamo accorti ad un certo punto che la ricerca sulle memorie territoriali stava diventando sterile, attorno al 2008, così abbiamo deciso di cominciare a trasferire la nostra esperienza, formando giovani ricercatori.

Abbiamo iniziato a lavorare con le classi V dell’Istituto Comprensivo Alta Vallagarina (cioè Calliano, Besenello e Volano); anno dopo anno abbiamo perfezionato il metodo, sviluppando quello attuale: esso prevede un allenamento all’ascolto mediante passeggiate sonore ed uscite didattiche; le interviste agli anziani, in cui protagonisti sono i giovani allievi; le restituzioni creative della classe, che attraverso disegni e testi ci ridonano i frutti delle esperienze di ascolto. Non c’è mai un disegno uguale all’altro: i bambini assorbono, elaborano, sono genuini e senza troppi timori. La loro è una creatività straordinaria. Ecco perché non ci si stanca mai.

I loro elaborati vengono montati, assieme ad alcune fotografie di documentazione, in audiostorie immesse in una mappa interattiva in Rete, che costituisce un patrimonio costantemente accessibile e condivisibile. E naturalmente può essere integrato dagli utenti.

Ad esempio, nel corso di quest’anno abbiamo svolto i laboratori Narrare #borgosacco a Rovereto con il Liceo Artistico Depero, Narrare l’Alto Garda nel Comune di Nago Torbole con l’APSP Casa Mia e Comunità di valle Alto Garda e Ledro e Narrare Mercato Saraceno (FC), in residenza artistica presso Rad’Art Project. Quest’ultimo è un progetto biennale che si concluderà nel 2015.

Negli anni il vostro approccio alle cose, il vostro spirito di osservazione – sonora, ma anche visiva, tattile – è cambiato, grazie al lavoro che fate?

Sì. La sensibilità è aumentata. E anche la consapevolezza degli strumenti di indagine e del potenziale creativo. L’attenzione alle persone, all’ambiente è cresciuta. Conoscere veramente un luogo significa iniziare ad averne cura. Vale per noi e soprattutto, per i bambini.

Lo spirito di Comunità è una poetica che si tiene presente dall’inizio: abbiamo sempre desiderato operare in senso creativo senza mai togliere nulla dai luoghi, ma piuttosto integrare gli elementi nuovi per crescere insieme.

Questo ha significato compiere anche delle scelte rischiose, forse non condivise all’inizio. Ma in seguito, sono state ben accolte. Penso ad esempio al laboratorio “Le case delle storie” del 2013 e la grande partecipazione di pubblico (anziani, bambini, famiglie) a gennaio 2014, in occasione della presentazione dell’installazione multimediale a Volano.

E’ una conferma, l’approccio quindi era giusto, è migliorato senza dubbio nel corso del tempo; c’è una grande fiducia in questa capacità di osservazione “polisensoriale”.

L’affluenza al festival, che è stata sempre costante, negli ultimi anni attira nuovo pubblico, ed è in crescita.

Inoltre, vi è un importante riconoscimento internazionale: il festival in questi giorni è stato scelto per ospitare il Simposio internazionale del Paesaggio Sonoro 2015 – Italia, Svizzera, Germania, Austria.

La cosa da non perdere secondo voi al festival di quest’anno?

Onestamente, vi invitiamo a consultare il menù completo: ce n’è per tutti i gusti…

http://www.portobeseno.it/2014/festival/alpsound2014.html 

Artisti da tutto il mondo e dal Trentino Alto Adige…

…valgon bene un viaggio – o due o tre – (20-27 giugno e 4 luglio) a Castel Beseno!
A presto dunque, tra le mura di quel meraviglioso castello.

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