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May 7, 2014

I vicini di Fausto Paravidino al Teatro Comunale di Bolzano: “Questo lavoro rappresenta un azzardo”

Marco Bassetti
La nuova pièce “I vicini” (dall’8 al 25 maggio al Teatro Comunale di Bolzano - Teatro Studio) conferma il forte legame di Fausto Paravidino con il Teatro Stabile di Bolzano: “Mi garantisce grande libertà di sperimentazione”. L’intervista con il grande attore e drammaturgo, maestro del teatro italiano contemporaneo… classe 1976.

I vicini è una pièce sulle nostre paure. Sulle nostre paure immaginarie, sulle nostre paure reali. Sulle nostre paure reali che sono le nostre paure immaginarie. È una pièce su noi stessi, sugli altri, su noi stessi e gli altri, sui vicini lontani, sulla guerra, su quello che è reale, su quello che è immaginato, su quello che è reale perché è immaginato. Un po’ come certi fantasmi, un po’ come certo teatro”. Con queste parole Fausto Paravidino presenta il suo nuovo testo teatrale “I vicini” che, ancora una volta, metterà in scena in prima mondiale a Bolzano (giovedì 8 maggio), in una produzione del Teatro Stabile. Lo incontriamo al Teatro di Bolzano mentre è alle prese con carte e scartoffie con cui non sembra avere grande confidenza. “A quanto sta l’Iva adesso?”, mi chiede con la sua voce graffiante. “Certo, pure di questo deve occuparsi un drammaturgo”, penso… “Al 22”, rispondo. “Cavolo”.

Non ricordo bene se l’espressione usata da Paravidino per concludere questo scambio sia stata esattamente questa, me la ricordo più colorata, ma il concetto ad ogni modo era quello: la conclusione di un siparietto tragicomico in cui il tormentato – sempre più tormentato – rapporto tra arte, crisi economica e finanziamento pubblico ha espresso il suo volto più quotidiano e cogente. Un tema (sempre più) cruciale anche da noi, nel (sempre meno) ridente Alto Adige. Così questo pensiero mi ha dato il la per approfondire, nel corso dell’intervista, il rapporto che lega un artista di cristallino talento come Paravidino con un ente pubblico come il Teatro Stabile.

Ma andiamo per ordine, partiamo dalla nuova commedia (al Teatro Comunale di Bolzano dall’8 al 25 maggio) e dalle nostre paure. Tra argomentazioni lucidamente in bilico tra realtà e follia, e risate letteralmente esplosive a segnare la chiusura dei concetti, il “Paravidino pensiero” è decollato. I vicini di Fausto Paravidino-credit_Mario D'AngeloC’è chi ha descritto il tuo teatro come una “lente d’ingrandimento checoviana sui rapporti umani” (Rodolfo Di Giammarco, La Repubblica). In questa nuova pièce i rapporti umani sono attraversati dalla paura. Paura di cosa?

Non sappiamo mai di che paura si tratta. La paura che ci fa più paura è la paura della paura e non la paura di qualcosa. Se sapessimo esattamente di cosa abbiamo paura avremmo risolto il 50% del problema. Quando la paura viene messa in mezzo ad una coppia, o in generale ad un rapporto umano, diventa fonte d’instabilità e d’incomprensione. Questa storia ha al centro una coppia attraversata da delle paure la cui origine è sconosciuta. Lui inizialmente ha paura dei vicini, dove “vicino” significa semplicemente “l’altro”, i vicini sono “quelli che stanno di là”. È fondamentalmente una paura di perdersi, di uscire da se stessi. Ecco la paura dell’altro proviene dalla paura di trasformarsi: se vogliamo fare amicizia io devo diventare qualcos’altro. Lui inizia ad affrontare questa paura, però si vergogna così tanto di aver ammorbato la sua compagna con la sua paura che si sbilancia completamente verso l’altro, i vicini appunto. Per non tenere più chiusa la porta, la spalanca. Spalancando la porta, fa entrare qualunque cosa e tutti i rapporti rotolano verso l’instabilità. La trasformazione, una volta iniziata, diventa inarrestabile.

A scombinare ulteriormente i piani dei protagonisti, c’è anche un fantasma che si aggira per la casa…

È una vecchia signora. È la vecchia vicina che, mentre i due protagonisti si dannano per cercare un nuovo equilibrio tra di loro e con i nuovi vicini, irrompe sulla scena. È la loro paura di cambiare, o la loro paura di non cambiare, che si concretizza in un fantasma: un fantasma del quale loro faticano a stabilire i contorni. Chi è? Che cosa vuole? Si suppone che i fantasmi vogliano qualcosa altrimenti se ne starebbero di là e basta. Io non so se credo nei fantasmi o non credo nei fantasmi, credo nelle persone che credono nei fantasmi. Non ho mai avuto il piacere di vederne uno, quindi sto sul confine.I vicini di Fausto Paravidino-credit_Mario D'AngeloPaura dei vicini e paura del fantasma sono quindi intrecciati? 

Certo, si suppone siano intrecciati altrimenti sarebbero due commedie invece che  una. E affrontando questo “intreccio” i protagonisti arriveranno verso un nuovo equilibrio. Si tratta, infatti, di una commedia.

Nell’interrogare il rapporto tra reale e immaginario, il teatro continua ad essere il linguaggio più adatto?

Il teatro e il cinematografo, anche se nel cinematografo vale tutto… è fin troppo facile. Sì, il teatro è particolarmente indicato perché il pubblico che entra in teatro fa due lavori contrastanti al prezzo di uno: chiede della verità e accetta una finzione. Quando lo spettacolo non funziona la protesta del pubblico è “non ci credo”, però nel momento in cui tu entri in un teatro fai già un’offerta di credulità: si suppone che gli attori facciano finta. Il teatro è un luogo eletto di confine tra la realtà e la finzione. Salvo rari momenti che sconfinano nello stress o nella patologia, nella vita quotidiana noi sappiamo quando stiamo sognando e quando siamo svegli: se l’incubo si fa grave, una vocina ci dice “svegliati!” e dopo una manciata di secondi stabiliamo un confine netto tra che cosa era incubo e cos’è veglia. Nel teatro questi due piani si possono mescolare.I vicini di Fausto Paravidino-credit_Mario D'AngeloNella commedia c’è anche la guerra.

La guerra rappresenta l’estremizzazione della paura dei vicini. La paura dei vicini può produrre due cose: o la guerra o la riservatezza. Non per essere indelicati, ma qui a Bolzano lo sappiamo bene: siamo passati dalla guerra alla riservatezza. Che la riservatezza sia meglio della guerra non c’è dubbio, però la riservatezza qui raggiunge dei contorni esagerati.

Tuttavia a Bolzano hai trovato una casa. Il tuo legame con il Teatro Stabile cosa rappresenta per il tuo lavoro di drammaturgo?

È una grossa comodità. Lavoro con diverse istituzioni, dai teatri occupati alla compagnie private fino al Teatro Stabile di Bolzano. Un teatro stabile gestito bene è una rarità, forse sono due in tutta Italia. Io personalmente qui lavoro molto bene, c’è una squadra molto motivata. Il fatto che un’istituzione come il Teatro Stabile mi sostenga anche economicamente mi garantisce grande libertà: mi lascia, mi dà e mi prendo una grande libertà di sperimentazione. Questo spettacolo rispetto ad altri è abbastanza sperimentale, sicuramente per me è una cosa nuova. Questo tipo di lavoro sull’incubo rappresenta un azzardo, non si tratta di un pièce ordinata: succede questo, poi succedo quello e quindi succede quell’altro. È un testo più aperto, c’è dietro un lavoro di ricerca.I vicini di Fausto Paravidino-credit_Mario D'AngeloUn caso esemplare d’impiego di denaro pubblico e d’impiego di uno spazio pubblico.

Penso che un teatro pubblico sia il posto dove noi abbiamo il dovere di fare degli esperimenti, per fare teatro commerciale ci sono altri posti. E al tempo stesso penso che i teatri pubblici abbiano il dovere di mettere il danaro pubblico al servizio della sperimentazione invece di fare concorrenza al teatro commerciale. Quando le nostre tasse vengono impiegate per fare le stesse cose che fanno i privati c’è qualcosa che non va.

E infatti purtroppo succede che il denaro pubblico viene utilizzato per finanziare i comici televisivi…

Non ha senso, in quel tipo di spettacoli c’è il costo del biglietto. È molto triste che i teatri pubblici tradiscano la loro vocazione, la vocazione del teatro d’arte per tutti sull’esempio di Strehler e Grassi, mettendosi in competizione con i teatri commerciali. Oggi i teatri pubblici si giudicano con gli stessi parametri con cui si valutano in genere le aziende di stato, supponendo che la mission delle aziende di stato sia la stessa delle aziende private, ovvero produrre profitto. E quindi i direttori degli enti pubblici sono dei manager come tutti gli altri, si comportano come se fossero gli amministratori delegati di una qualunque azienda privata. Allora sì che lo Stato diventa un competitor sleale rispetto a quella cosa orribile, ma che pare sia il paradiso, che è il libero mercato. Oggi perfino i presidi delle scuole  si chiamano “dirigenti scolastici”…

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