Intervista a Lilian Thuram, questa sera al Cristallo: “Non si nasce razzisti, si diventa”
L’ex-calciatore, difensore della Juventus e della nazionale francese campione del mondo 1998, presenta questa sera al Teatro Cristallo di Bolzano il suo libro “Le mie stelle nere”. “Non esistono una storia bianca e una storia nera. C’è un’unica storia, quella dell’uomo”.

L’idea di giustizia sociale Thuram se la porta dentro, fa parte della sua storia. Trasferito da Guadalupa a Parigi all’età di 9 anni, Thuram ha vissuto sulla propria pelle la potenza e la follia della discriminazione razziale. Così, dopo una straordinaria carriera calcistica (prima in Francia e poi in Italia, nelle file di Parma e Juventus), la decisione di portare avanti concretamente l’impegno nella lotta contro il razzismo e la creazione di una fondazione che porta il suo nome: da milanista non praticante posso dirlo senza indecisione, un signore sul campo come nella vita. E proprio dalla volontà di smontare il paradigma razzista, in primo luogo nelle nuove generazioni, è nato il libro “Le mie stelle nere” (ADD editore): il racconto di alcuni grandi personaggi – Nelson Mandela, Dona Beatriz, Puskin, Martin Luther King, Barack Obama e molti altri – che hanno fatto la storia dell’uomo, accumunati tra loro, più che dal colore della pelle, da un’idea di giustizia universale che nulla ha a che fare con la provenienza geografica o con il sangue che scorre nelle proprie vene. Per presentare questo libro Thuram sarà presente questa sera al Cristallo di Bolzano (ore 20.30), ospite della rassegna “Madre Terra” curata dal Teatro Cristallo e dalla Caritas diocesana.
Nel libro parli di molti personaggi importanti, Nelson Mandela, Martin Luther King… ma io vorrei chiederti di parlare di due personaggi meno “scontati” nella storia della lotta al razzismo. Il primo è Esopo.
Molte persone, quando si parla della storia dei neri, hanno in testa la schiavitù e niente altro, a scuola s’impara solo questo: la storia che conosciamo è quella che ci viene raccontata. Per questo io penso sia importante cambiare punto di vista, se i bambini imparassero che Esopo era un nero africano forse apprenderebbero una nuova prospettiva per leggere il mondo e pensare la storia. In Francia si studiano le fiabe di La Fontaine e sarebbe importante che i bambini sapessero che La Fontaine si è ispirato ad Esopo.
Un modo per rileggere la “storia dominante”, raccontata dai bianchi?
Non esistono una storia nera e una storia bianca. C’è un’unica storia, quella dell’uomo, e bisogna cercare di raccontarla nel modo più giusto e completo possibile. Ci sono tanti modi di vedere il mondo, più sei ricco di informazioni e punti di vista e più la tua visione del mondo sarà corretta, aperta e tollerante, disposta a comprendere la diversità.Un altro personaggio che s’incontra nel tuo libro è Lucy, esemplare di ominide vissuto tre milioni di anni fa, ritrovato in Etiopia nel 1974 e battezzato così in onore della canzone “Lucy in the Sky with Diamonds”… Cosa ci racconta la storia di Lucy?
Ho provato a cominciare il mio libro da Lucy perché Lucy è un preumano che proviene dall’Africa. Questo per dire che la storia dell’uomo è iniziata da lì e riguarda tutti, a prescindere dal colore della pelle. La gerarchia secondo il colore della pelle che pone il bianco sopra e il nero sotto non ha alcun fondamento, è una costruzione umana legata alla volontà di mantenere il potere. Ancora oggi tante persone non sanno che il colore della pelle è dovuto al sole, alla latitudine in cui si vive, è un modo della pelle per proteggersi dall’esposizione solare.
Quando vai in giro nelle scuole a raccontare queste storie, i ragazzi come reagiscono?
Penso che sia molto importante parlare con loro di questi argomenti, confrontarsi, discutere. Quando parli e ti confronti con l’altro, la tua mente cambia. Penso sia fondamentale far capire ai giovani che il razzismo è dovuto al condizionamento sociale: non si nasce razzisti, si diventa. Il razzismo è il prodotto di una lunga storia di sopraffazione, che purtroppo non è ancora finita. Pensiamo che il sistema dell’Apartheid è finito solo negli anni Novanta, dopo che un uomo ha passato 27 anni in carcere per aver osato porre questa semplice domanda “Perché sono nero devo avere meno diritti di voi?”. Adesso celebriamo la grandezza di Nelson Mandela, ma non dimentichiamoci che la sua storia è molto vicina a noi e ci riguarda ancora tutti da vicino.
Ma io mi chiedo, dopo una carriera spettacolare, successo, fama, ricchezza, trofei, riconoscimenti, perché hai deciso di impegnarti in questa battaglia piuttosto che fare l’allenatore di qualche club blasonato o goderti la vita in qualche isola tropicale?
Tutto deriva dalla storia della mia vita, non credo si possa parlare di scelta. Quando arrivai in Francia all’età di nove anni, veniva trasmesso un cartone animato che aveva come protagonisti due mucche, una bianca e una nera, e quella nera era stupida. Da lì ho iniziato a interrogarmi sull’origine di questo pregiudizio e ho capito che il razzismo è un prodotto della storia. Poi, quando sono diventato calciatore, mi è stato chiesto di incontrare i giovani nelle scuole e da lì ho iniziato a capire che parlare del razzismo non è difficile: bisogna solamente dare ai giovani una spiegazione chiara e spingerli a ricercare dentro di sé l’origine dei pregiudizi che ciascuno di noi si porta dietro. Se uno non è disposto a fare questo è solo perché vuole mantenere il proprio potere e teme la competizione: vuole fare i 100 metri partendo con 10 metri di vantaggio.
Foto di Elisa Cozzarini