Music

May 16, 2013

Gemma neo-soul allo Sketch. Il suo nome è Kae, grande sorpresa

Marco Bassetti
Cantante con base a Treviso e spiccata attitudine “black”, Kae porta allo Sketch di Merano la sua visione contemporanea della musica soul, ospite di Upload on Tour. Sounds really good.

Personalmente, è una vera scoperta. Musicalità, gusto, talento, conoscenza, visione, progetto, determinazione. Grande sound, in perfetto equilibrio tra sperimentazione e appeal radiofonico. Le cose che si trovano in rete contano su una produzione di grande spessore: future beats di ottima fattura, accostabili alle migliori produzioni d’oltreoceano: Erykah Badu, tanto per capirci. Ma Kae è attiva anche in un progetto live e, anzi, proprio nella musica suonata, non semplicemente prodotta al computer, sembra oggi aver trovato la dimensione che più la soddisfa. Di questo e di altro abbiamo parlato con Kae, sabato 18 maggio allo Sketch di Merano, per Upload on Tour, con la sua band.

Raccontaci la storia di Kae in pochi parole.

La storia di Kae proprio come progetto, nasce 4 anni fa, quando ho scoperto che potevo usare il microfono del mio Mac e delle strumentali che mi piacevano, e caricare le mie tracce su Myspace. Dopo un paio di anni si sono spostate su Soundcloud e la cosa ha continuato a crescere e sta crescendo ancora… Però, in sostanza, nasce dalle possibilità che offre internet, di farsi un progetto, dall’idea iniziale alla realizzazione, in casa da soli.

Quando e come è nata la tua passione per la musica black?

Sinceramente esiste da sempre. Mi ricordo che i primi dischi che mi hanno portato i miei dagli Stati Uniti nel 91 (avevo 4 anni), sono stati “Black or White” di Michael Jackson e “Change” di Lisa Stansfield. Ironicamente, non saranno i due artisti più “neri” che ti vengono in mente, ma non lo sono neanche io effettivamente. Però ho sempre ascoltato solo musica hip hop, jazz, funk, soul, ma pure le cose più commerciali o “tamarre” r&b o rap mi hanno sempre trasmesso di più che magari una canzone rock… non faccio una bella figura a dirlo, ma è così.

Un bel giorno sei stata invitata al primo “Red Bull Music Academy Bass Camp”. Raccontaci questa esperienza?

Sì, più di un anno fa, siamo stati 4 giorni in questo paradiso per i music nerd. Innanzitutto sei in un posto bellissimo e completamente isolato nel Monferrato, i cuochi francesi preparano piatti come il cinghiale e bevi del vino buonissimo prodotto da loro. Però tutto questo non ti interessa perché sei circondato da 4 studi pieni di strumentazioni, aperti 24 ore su 24, con gente come Gareth Jones, il produttore dei Depeche Mode, che è li per rispondere a qualsiasi tua domanda. E alla fine abbiamo veramente suonato 24 ore su 24! In effetti, si chiama Red Bull Music Academy, non Camomilla Music Academy.

Descrivi quell’occasione come “life changing experience”. Come è cambiata la tua vita?

Oltre alle cose ovvie, a quello che ho imparato, alla gente che ho conosciuto e alle amicizie che ho fatto, questa esperienza mi ha dato tanta confidenza. Io credo molto nella RBMA, perché è l’unica realtà al mondo che investe così tanto nella musica sperimentale e ha sempre un gusto impeccabile. Ha i poteri di una major, ma i soldi non li ricava dalle vendite dei cd e dagli ascolti, e quindi ha una libertà particolare. Entrare a far parte di un sistema che in questi giorni a New York sta organizzando dei concerti di Roy Ayers, Giorgio Moroder, lecture di Brian Eno e Rakim, ti fa pensare che anche tu, nel tuo piccolo, hai fatto qualcosa di buono.

Kae2

La tua musica ha un sound molto contemporaneo e internazionale, vicino alle migliori produzioni neo-soul d’oltreoceano. È un momento d’oro per quel genere di sonorità, penso ad esempio ai lavori di Frank Ocean, Bilal… Non credi?

Non so se posso proprio dire che è un momento d’oro, potrei dire che è un periodo di cambiamenti, quello sì. Però di periodi d’oro me ne vengono in mente altri. Questo è un periodo nel quale la musica black sta dominando le classifiche, Jay-z è amico del presidente americano e i Roots suonano ogni settimana sulla Late Night Show della NBC. Ed è importante che ci sia un disco come quello di Frank Ocean, che ha dei testi di un livello altissimo, le produzioni che sono molto ricercate e innovative, ci sono tanti ospiti di tutti i tipi… insomma è giusto che si facciano dei prodotti di questo spessore nell’ambito della musica commerciale. Però penso che nessun disco di Frank Ocean potrebbe mai avere, artisticamente parlando, l’importanza di un “Love for Sale” di Bilal che non è mai uscito ufficialmente.

Nelle tracce che ho ascoltato in rete, la tua voce poggia su “future beats” di ottima fattura. Chi è oggi il produttore numero uno secondo te, quello con cui sogni di lavorare?

Io non voglio per forza lavorare con la gente che fa “future beats”. Se nel passato li ho utilizzato era perché volevo in qualche modo unire i due mondi, quello della musica strumentale elettronica post-hip hop, o come la vuoi chiamare, e la musica neo-soul cantata. Nel modo in cui lo facevano J*Davey agli inizi, oppure i Foreign Exchange. Se parliamo in questi termini, forse il numero uno è fLako, che ha trovato un suono molto suo in questo ampio spazio futuristico e gli ha dato anche una voce, la sua.

Hai base a Treviso… fai parte di una crew? Ti senti parte di una scena musicale?

Non ho una crew a Treviso, ma ce l’ho a Venezia. E sono i ragazzi che suonano con me live, Steven Smirney (Luca Murgia) e Pietro Caprioglio. Con Luca è da più di due anni che collaboriamo, siamo stati insieme anche al Bass Camp e abbiamo pensato che, invece di fare la solita cosa dove io canto e c’è un dj che mi mette le basi, possiamo veramente diventare una band future, insieme a Pietro che è un batterista bravissimo. Loro due, con altri nostri amici, hanno uno studio nella zona industriale di Venezia, a Marghera, che ci ha permesso di realizzare questo progetto e non solo questo. Hanno creato uno spazio che adesso chiamiamo Apartamento, perché è una seconda casa, è un nostro piccolo bass camp locale e si cerca di far venire tanta gente a suonare e, soprattutto, di far interagire la gente. Siamo pure riusciti a portare lì gli Electric Wire Hustle (che sono uno dei nostri punti di riferimento principali) e jammare con loro una sera. Questa magari non è una scena musicale vera e propria, ma per gli standard della zona è quasi un movimento.

Riesci a vivere di musica o fai altri lavori per sopravvivere?

Vivere al 100% di musica è veramente difficile, conosco gente fortissima e pure conosciuta che comunque deve fare altri lavori. Io sono stata fortunata, non faccio una ma ben due cose che mi piacciono, lavoro in uno studio di grafica.

I progetti a cui stai lavorando ora?

A settembre dovrebbe uscire il mio primo EP ufficiale, per la Cascade Records di Parigi. Si chiama “Five Parts of the Soul” e il singolo “Spark” esce su un 7” in versione originale e remixata (la prima prodotta da Negrosaki e la seconda da Mr. Bibal). A parte questo, sto lavorando su un disco con Steven Smirney, che nasce come il risultato di quello che stiamo facendo con Kae Live. La cosa interessante di questo progetto è che abbiamo tre background molto diversi: Pietro è un batterista jazz e un bravissimo produttore techno e house (Autre) e Luca ha un passato come batterista metal, è appassionato della musica anni ‘80 e fa musica electro pop. Penso che, lavorando insieme, abbiamo con il tempo non solo ampliato la nostra conoscenza musicale ma ci siamo anche sensibilizzati ad altri generi. Ed infatti le canzoni non sono “prodotte” ma suonate! Una cosa che non avrei mai potuto creare con un produttore hip hop o future beats.

www.facebook.com/events/478067645579692/

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