Open Mind: il volontariato raccontato ai ragazzi. Attraverso la bellezza del linguaggio teatrale (musicale e fotografico)

Inutile negarlo, comunicare ai giovani (ma non solo) il valore e l’importanza del lavoro volontario di aiuto e supporto nel disagio e nelle difficoltà, non è cosa semplice. Spesso anche noi di Franz ci siamo interrogati sulle necessità comunicative nuove da mettere in atto nella nostra sempre più veloce e distratta società, per convogliare energie ed emozioni verso un impegno sociale importante. A volte manca il tempo, a volte la sensibilità, e troppo spesso si abbonda e si abusa di buonismi sterili che fanno più male che bene. Quel che serve, credo, sono grinta ed energia, semplicità di approccio e voglia di rimboccarsi le maniche. Ecco perché il lavoro che sta facendo il gruppo teatrale Altofragile mi piace molto. Perché riesce ad avvicinare e sensibilizzare non solo sul tema del disagio, ma anche su quello del volontariato, come attività intensa e importante. E lo fa attraverso l’uso didattico ed estetico dell’arte e dei linguaggi creativi. Quello di Altofragile è un percorso complesso, messo in atto insieme all’associazione Volontarius, che proprio di volontariato si occupa. Domani sabato 16 marzo, un tassello importante dei progetti condivisi, verrà presentato al pubblico, sotto forma di video: Open Mind. Un piccolo grande film che racconta di questo processo, fatto insieme a giovani ragazzi delle scuole superiori. L’appuntamento è alle 17 all’Auditorium Lucio Battisti, via Santa Geltrude.
Intanto, per capire meglio i vari passi di questo progetto, abbiamo intercettato tra una prova e l’altra, la regista Lorena La Rocca, anima di Altofragile e di Open Mind.
Lorena, partiamo dall’inizio. Open Mind, Altofragile e Volontarius. Chi cosa come quando?
Questo è il terzo progetto che con Altofragile organizziamo con Volontarius. Il gruppo prende il nome dal primo spettacolo che abbiamo fatto che si chiamava appunto “Altofragile”, ed era incentrato sulle storie dei senza fissa dimora di una comunità di Bologna. Da lì è nata una comunione di intenti con Volontarius e la volontà di continuare a lavorare insieme per impostare un progetto e una metodologia di lavoro. Il primo passo progettuale consiste nel prendere in dono le storie di chi vive in contesti sensibili e si offre di raccontarle. Quindi prima di tutto un lavoro di avvicinamento e di relazione con persone in contesti di disagio. Da queste storie poi si fa un lavoro drammaturgico per trasformarle in monologhi teatrali. Il passo successivo è portarle nelle scuole, dove attiviamo dei laboratori di solito con 3 classi, circa 60 ragazzi, divisi in 3 gruppi seguiti ciascuno da un esperto di fotografia, di musica o di teatro.
Ti interrompo per una domanda fra parentesi. Come mai anche la musica e la fotografia, come entrano queste arti al vostro modo di fare teatro e laboratorio teatrale?
Abbiamo visto nel teatro la possibilità di mescolare diversi linguaggi che potessero raccontare contemporamente ma in modo differente, le storie “sensibili” che ci interessava intercettare. Dunque, considerando il teatro non come sistema di racconto verbale e basta. Il testo è uno degli strumenti che usiamo, ma non l’unico. La musica e la fotografia permettono di trasformare le storie in immagine e suoni. I nostri ragazzi vengono dunque accompagnati in lavoro di interpretazione e trasformazione di queste storie in idee musicali e visive.
Dunque, proseguiamo. Eravamo arrivati alla fase laboratoriale nelle scuole. Come procede il lavoro?
Noi “professionisti” che curiamo il progetto lavoriamo in diverse città e non possiamo seguire i ragazzi con un laboratorio permanente. Dunque contiamo molto sulla loro libera partecipazione, facendo leva sulla loro volontà di andare avanti. Perciò, finita la parte didattica, ci diamo appuntamento per la fase di allestimento finale che è il momento in cui il teatro sociale – lo chiamiamo così, per intenderci, il teatro fuori dal teatro, fatto con non attori – deve diventare strumento estetico raffinato, per poter comunicare alla comunità di cittadini il nostro processo creativo.
Speigami meglio il concetto di “strumento estetico raffinato “.
Per noi è importante che le storie di chi vive al margine della comunità diventino comunicabili attraverso la bella forma, attraverso un progetto valido anche esteticamente. Il nostro non è un teatro solo legato ai buoni principi, ma anche alla bellezza. Noi crediamo fermamente che la bellezza sia l’unico strumento utile per raccontare il disagio, altrimenti il nostro diventerebbe semplicemente un lavoro educativo, ma non di avvicinamento e di seduzione verso questi temi.
Dunque, dopo queste fasi, noi “grandi” lavoriamo artigianalmente i materiali creati nei laboratori, foto musica e testi/drammaturgia. Solitamente alla fine usciamo con uno spettacolo – quando i finanziamenti ce lo permettono. A quel punto il gruppo di attori professionisti mette in piedi una struttura semi pronta, provata anche durante laboratori, nella quale i ragazzi entrano come “coro”. Il passo successivo sarebbe quello di portare ogni progetto in tournee così da far conoscere a quanta più gente possibile il tema trattato, che non è solo il disagio portato in scena, ma è il disagio letto, interpretato e rivisto attraverso gli occhi degli adolescenti, giovani ragazzi pieni di aspettative che masticano queste esperienze.
Entriamo nel dettaglio. Parlami di Open Mind.
Quest’anno, anche perché i finanziamenti non sono stati sufficienti per mettere in scena uno spettacolo, abbiamo anno lavorato su un altro livello, quello video. Elena Lattanzi ha dunque realizzato un minifilm, basato su quel che è stato fatto durante i laboratori. Poi il video è stato dato agli studenti perché possano ripetere la presentazione in altre scuole. A questo punto, sono loro che prendono il testimone, per portare la loro esperienza in altre situazioni e ambienti.
Open Mind si occupa del tema del volontariato, ma soprattutto dell’incontro con situazioni marginali. I ragazzi sono stati allenati nel laboratorio, non con discorsoni ma con le arti, che davvero ci permettono di entrare e uscire da alcune immagini e situazioni simulate, portando benessere e partecipazione, anche emotiva. Inoltre hanno avuto la possibilità di entrare in relazione con certe condizioni di vita raccontate dai volontari del centro profughi, dell’associazione Clab e dell’Unità Mobile di Strada. I ragazzi hanno ascoltato queste storie e poi hanno sperimentato, attraverso i linguaggi artistici (foto con Silva Rotelli, musica con Michele Cagol, teatro con me) le condizioni concrete delle quali le storie parlavano. Infine sono usciti e hanno vissuto delle esperienze dirette in questi contesti. A quel punto ci eravamo lasciati con la promessa di rivederci oggi. Ora sono in teatro ed è pieno di ragazzi pronti a preparare il lavoro di domani. Questo vuol dire che il progetto ha funzionato, no?