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February 18, 2013

L’impatto della cultura digitale sull’università? La visione di Coviello

Marco Bassetti

Il mondo della cultura sta vivendo un momento di grande trasformazione, paragonabile per ampiezza e portata a quello dell’invenzione della stampa. Non serve disporre di uno smartphone di ultima generazione o essere un paladino del copyleft per accorgersene. Basta mettere il naso in un museo o in un cinema o in una biblioteca per farsi un’idea di quanto le innovazioni della tecnologia digitale abbiano trasformato le dinamiche di produzione-fruizione-comprensione dell’oggetto culturale. Il web è la matrice, i social media modelli concettuali sempre più pervasivi in ogni ambito del sistema. Ovviamente nell’ambito dell’informazione e dell’intrattenimento, ma anche in quello della ricerca scientifica e della riflessione accademica: oggi, nei posti che contano, non è raro che paper vengono ideati, sviluppati, revisionati, discussi e votati in ambienti virtuali in cui “amici” e “like” funzionano in maniera non dissimile da quanto avviene su Facebook. Ma in Italia, come sta reagendo il mondo dell’università ai cambiamenti portati dalla cultura digitale? Attorno a questa domanda si sviluppa il secondo appuntamento della rassegna “La scrittura ai tempi di internet”. Ospiti della serata (mercoledì 20, ore 18, Biblioteca Civica di Bolzano), Claudia Crocco del blog 404 file not found e Massimiliano Coviello del blog “il lavoro culturale”. E con Massimiliano abbiamo scambiato due chiacchiere.

Iniziamo dalle presentazioni, chi è Massimiliano Coviello e cosa fa per vivere?
Ho trent’anni e vivo Siena. Un anno fa ho conseguito un dottorato di ricerca in “Studi sulla rappresentazione visiva” e ancora oggi continuo a collaborare con gli insegnamenti di semiotica e cinema presso l’Università di Siena. Da qualche settimana svolgo attività didattica all’interno del progetto “Educare al presente”, organizzato dalla Strozzina, il Centro di cultura contemporanea a Palazzo Strozzi di Firenze. Negli ultimi due anni, grazie all’esperienza maturata con il blog “il lavoro culturale”, collaboro alla social media strategy di alcuni festival di cinema e arti performative e del “progetto Bianciardi”. Non tutto quello che faccio per vivere mi garantisce una remunerazione. La divaricazione crescente tra conoscenze, competenze e la loro valorizzazione in termini economici è uno dei motivi dell’attuale precariato cognitivo.

“il lavoro culturale”, cos’è, come è nato, quando e perché?
“il lavoro culturale” nasce per favorire il dialogo e il confronto tra le scienze umane, la ricerca accademica, l’editoria e i nascenti modelli di cittadinanza attiva e partecipata. Il blog è nato alla fine di gennaio 2011 – proprio in coincidenza con l’entrata in vigore della Riforma Gelmini – attorno a un tavolo di lavoro composto da studenti, neolaureati, dottorandi e precari della ricerca che hanno scelto di condividere le loro formazioni e le esperienze maturate in campo culturale, per fornire delle chiavi di lettura alle trasformazioni che avvengono dentro e fuori l’università. Fin da subito abbiamo cercato di affiancare all’attività editoriale – oggi, sul blog, pubblichiamo quattro articoli a settimana a cui si aggiungono un libro e un ebook – l’organizzazione di seminari e tuttora continuiamo su questa strada.

Nella vostra riflessione entra in gioco il concetto di “bene comune”, in che modo?
L’analisi del contemporaneo ha come obiettivo l’individuazione e la valorizzazione di spazi e forme della socializzazione al di là del loro valore istituzionale. Dal movimento per “l’acqua bene comune” al Teatro Valle Occupato, dall’individuazione di una cartografia delle arti e dei teatri liberati lungo tutta la penisola alla valorizzazione della scuola e dell’istruzione in quanto beni comuni, abbiamo seguito l’evoluzione del concetto di “beni comuni” nell’ambito del diritto, la sua rapida diffusione tra le scienze umane e infine il contagio tra quei movimenti che hanno individuato nella tutela e nello sviluppo dei beni comuni uno strumento necessario per modificare la gestione politica del patrimonio culturale, artistico e ambientale del paese ed immaginare nuove forme di comunità. Questa tendenza a radicare i beni comuni all’interno di una genealogia così eterogenea ma in grado di accorpare le lotte e le conquiste sociali più importanti degli ultimi due anni si riscontra anche nel testo che sancisce la ripresa dei lavori da parte della Commissione Rodotà, istituita nel 2007 per proporre una riforma del Codice Civile e da pochi giorni di nuovo attiva.  A mio parere, però, è fondamentale sottolineare la distinzione – accuratamente analizzata da Salvatore Settis nel suo recente saggio Azione popolare. Cittadini per il bene comune (Einaudi, 2013) – tra il “bene comune”, in quanto principio immateriale che fa parte dell’universo dei valori e dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, e “beni comuni”, ossia il patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale nei confronti del quale la cittadinanza può e deve rivendicarne la valorizzazione, l’uso creativo e consapevole.

Vi ponete una domanda radicale: “È realizzabile una diagnosi del mondo presente a partire dal bagaglio dei saperi umanistici?”. Io la ripongo, tale e quale, a te.
Secondo noi i saperi umanistici possono far presa sul presente grazie alla loro capacità analitica e descrittiva. Si tratta, però, di uno strumentario che implica anche un’assunzione di responsabilità nei confronti dei fenomeni che prova ad analizzare. Nei seminari in cui abbiamo affrontato questa questione, abbiamo affiancato ai docenti e agli esperti anche giornalisti, registi e romanzieri, nel tentativo di offrire differenti punti di vista per descrivere, ad esempio, i fenomeni migratori, i rapporti tra storia, finzione e documentazione e la crisi dell’istruzione pubblica.

Il vostro lavoro teorico/critico ha una qualche ricaduta politica?
Provo a risponderti con un esempio. Una rubrica all’interno del blog, “Sismografie”, è nata per raccontare gli effetti traumatici, le politiche della ricostruzione e le strategie di rappresentazione mediatica del terremoto che ha colpito L’Aquila. I primi nove articoli apparsi nel focus sono confluiti, rielaborati, nel volume Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma (Effigi, 2012). Dopo la pubblicazione della raccolta abbiamo scelto di proseguire con questo focus, allargandolo alla storia dei terremoti italiani, ai riflessi geopolitici collegati alle economie del sisma e alle strategie mediatiche utilizzate per comunicare gli eventi sismici, dall’Emilia sino al recente terremoto in Garfagnana. Proprio quest’ultimo aspetto trova dei riflessi politici molto attuali: prima la sentenza contro la Commissione Grandi Rischi per la gestione del terremo all’Aquila e poi l’evacuazione della popolazione in Garfagnana hanno mostrato tutti i deficit nella comunicazione e nella gestione del rischio sismico da parte delle istituzioni che non hanno affiancato a geologi e ingegneri il bagaglio metodologico che le scienze umane e sociali hanno accumulato nel tempo proprio in relazione alla studio dei disastri e alla loro gestione sociale.

Che rapporto avete con l’Università istituzionale, in quanto luogo tradizionale della trasmissione dei saperi? Come guardano/giudicano il vostro lavoro “parallelo”, diffuso, aperto, trasversale, a cavallo tra online e offline?
Abbiamo collaborato in diverse occasioni con l’Università di Siena e in particolare con la Facoltà di Lettere e Filosofia. Siamo tra gli organizzatori di una tavola rotonda, che si terrà a fine febbraio, attorno alla quale antropologi, scienziati politici, giuristi, geologi e geofisici discuteranno degli strumenti per valutare e comunicare il rischio sismico. Da tempo collaboriamo con il Centro di studi interdisciplinare su memorie e traumi culturali del Dipartimento di Discipline della Comunicazione dell’Università di Bologna (TraMe). Detto questo, è molto difficile ottenere una forma duratura di riconoscimento da parte dell’istituzione universitaria. Gli eventi che ho elencato sono perlopiù organizzati da ricercatori precari ed è arduo comprendere le strategie sottese al mondo accademico che da diversi anni è in crisi, privato dei finanziamenti e del ricambio generazionale. Inoltre, la nostra politica redazionale è quella di valutare le collaborazioni sulla base di progetti specifici e non siamo interessati ad un riconoscimento puramente “formale”. Detto in altri termini: abbiamo sempre evitato di essere considerati come “l’appendice” di un dipartimento universitario. Anzi, siamo sempre più convinti della necessità di trovare nuove forme di incontro e dibattito con gruppi di ricerca esterni al mondo accademico e capaci di coinvolgere i cittadini. In questa prospettiva si inserisce l’organizzazione di un tour di presentazioni dell’ebook Come è bella l’imprudenza. Arti e teatri in rete: una cartografia dell’Italia che torna in scena. Nei prossimi mesi le autobiografie collettive contenute nell’ebook saranno lo strumento per stimolare un dialogo, già da tempo attivo sul blog, con quei movimenti che hanno fatto della riappropriazione degli spazi artistici e teatrali lo strumento del cambiamento sociale e culturale.

Per concludere, consigliaci la lettura di un autore che più ha influenzato la tua visione e il tuo impegno come “critico della cultura”?
Ti rispondo brevemente indicando nella produzione di Luciano Bianciardi un punto di partenza e di confronto costante per il nostro blog. Nei suoi articoli, nei romanzi e nei pamphlet come Non leggete i libri, fateveli raccontare e Il lavoro culturale si ritrovano con largo anticipo tutte le difficoltà e gli ostacoli con cui un operatore intellettuale si trova oggi a fare i conti: il cinismo di chi si confronta con il mercato della cultura, il mito dell’antieroe che fugge dai grandi sistemi etici e morali, l’individuazione del “quartario”, ossia quella condizione sociale e esistenziale che oggi conosciamo con il nome di “lavoratore della conoscenza”.

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