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September 18, 2012

“Se potessi mangiare un’idea…”. Il dibattito sulle politiche culturali al circolo Aurora.

Luca Sticcotti

Sabato 15 settembre, ospitato dal circolo Arci Aurora, è andato in scena un interessante incontro intitolato “Se potessi mangiare un’idea … Rinnovare le politiche culturali per vivere meglio e spendere bene”. Si è trattato di un dialogo a più voci sulle politiche culturali in provincia di Bolzano promosso da Guido Margheri di SEL ed al quale hanno partecipato Agostino Angonese, Roberto D’Ambrogio, Francesco Comina, Patrizia Trincanato, Loredana Motta, Christian Tommasini e Luigi Spagnolli. Due giri di interventi sono stati innescati da uno scritto di Marco Bernardi, che è stato pubblicato il giorno successivo anche dal quotidiano Alto Adige e che potete leggere qui.

Gli aspetti più significativi del dibattito sono stati senz’altro il clima cordiale in cui s’è svolto – di questi giorni tutt’altro che scontato – ed il fatto che ne sono stati protagonisti i due assessori alla cultura di provincia e comune, ben “stimolati” dagli altri partecipanti.

I tema di fondo, assolutamente cruciale, è stato la comune necessità di coniugare l’ormai inevitabile diminuzione delle risorse con uno scatto d’innovazione che consenta alle istituzioni politiche e culturali ed alle associazioni di rinnovarsi. Magari riuscendo a “crescere”, come è capitato con gli esempi virtuosi di Teatro Stabile, Orchestra Haydn e Concorso Busoni.

 

D’Ambrogio:

Per affrontare il disagio in piazza Erbe si è imboccata una strada che in qualche misura assomiglia a quanto avvenuto per il circolo Aurora, e cioè l’individuazione di spazi per la cultura che coinvolgano soprattutto i giovani in una dimensione di partecipazione in cui la creatività e il “fare” assumono un ruolo determinante. Si tratta di un lavoro che si trova addirittura a monte rispetto alla proposta di Bernardi di fare una valutazione in merito alle attuali domanda ed offerta di cultura, nei vari settori, per ottimizzare l’offerta.

Nel nostro ragionamento odierno occorre tenere presente inoltre che le associazioni oggi stanno cambiando volto, divenendo sempre più imprese con la necessità di gestirsi dal punto di vista amministrativo e che molto spesso un ruolo cruciale viene assunto la gestione di strutture, per le quali c’è bisogno di investimenti.

Agostino Angonese:

Sono rimasto estraneo alle polemiche dell’estate e mi ha fatto male constatare che ci si scannava sui contributi pubblici. E’ ridicolo: per me è l’esatto contrario di quello che dobbiamo fare se vogliamo lavorare sul territorio. Sulla questione della valutazione della domanda/offerta sono solo parzialmente d’accordo: noi infatti non dobbiamo solo rispondere ad una domanda ma anche fare “educazione” per alimentare una domanda “di qualità”. Un altro aspetto molto importante su cui bisogna riflettere è che il discorso tende sempre ad essere bolzanocentrico, senza contare le esperienze anche molto significative che hanno nel territorio provinciale. Noi ci stiamo re-inventando ed i nostri amministratori devono sentire il dovere di capire quello che stiamo cercando di fare, sostenendo e non creando problemi al nostro lavoro. D’altro canto anche noi operatori culturali dobbiamo cambiare la nostra mentalità.

Francesco Comina:

Io posso portare l’esperienza acquisita attraverso l’attività del Centro per la Pace. Recentemente ho potuto constatare che la situazione nel resto d’Italia è davvero molto più problematica dal punto di vista finanziario. A Verona, Firenze, Milano in ogni caso si stupiscono per la qualità e la quantità del nostro lavoro. Nel nostro caso sono i numerosi legami di amicizia ed una ampia rete di relazioni a livello nazionale che ci aiutano a superare i problemi di risorse. Cerchiamo di proporre una cultura che scavi in profondità e crei relazioni. Non sono solo fuochi d’artificio, la cultura infatti è in grado di creare un indotto economico, com’è avvenuto in questi anni ad esempio nella regione Puglia. Per fare questo ci vuole una regia e vanno valorizzare le risorse che sono sul territorio. In Alto Adige è ancora poco sfruttata l’idea simbolica del territorio di confine, di terra ponte tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Ci poniamo il compito di superare le vecchie beghe territoriali aprendo scenari di confronto a livello internazionale. La nostra cultura per molti versi è molto provinciale e per il momento non esiste ancora una vera e propria cultura interetnica.

Per noi è cruciale la sobrietà: il Centro Pace fa un anno intero di attività tutto compreso con il budget speso in una giornata dai numerosi “festival” diffusi in tutt’Italia. Un’altra parola chiave per noi è “partecipazione”.

Trincanato:

E’ ormai evidente a tutti che la cultura è innovazione, anche economica. E la nostra terra ha bisogno di una riflessione molto seria sulla cultura. Veniamo da decenni di politiche culturali che hanno promosso la nascita di centinaia di associazioni, con la pretesa del contributo pubblico. Si sono innescate dinamiche di scambio e di divisione. Andare a scardinare ora questo “sistema” usando come un ariete il tema del risparmio è quanto meno inopportuno. La polemica che si è scatenata quest’anno sui contributi è stata davvero pessima da questo punto di vista e su questo tema i media ci hanno marciato molto, a prescindere dalla sua fondatezza.

Dunque cosa fare per mettere finalmente in discussione questo sistema?

Anche per me la “partecipazione” in questo senso potrebbe assumere un ruolo chiave. Le teste pensanti della nostra realtà locale dovrebbero uscire dalla loro richiesta di garanzia e iniziare a mettere in discussione questi meccanismi. Questo rinnovamento potrebbe senz’altro prendere da un laboratorio cittadino che però preveda fin dall’inizio anche una visione sulla periferia.

Per me è poi fondamentale riuscire ad uscire da questo quadro basato sui gruppi etnici. Anche se quando ho avuto la notizia del “piano Schweigkfoler” per l’ottimizzazione delle risorse in piazza Verdi lo ho visto più come un discorso di arroganza e di potere, che come un discorso etnico.

A Bolzano ci sono dei buoni esempi di lavoro in rete, identificazione di sinergie, per uscire dalle logiche dei confini territoriali, valorizzando le risorse umane locali ed i giovani.

In prospettiva bisogna comunque cominciare a pensare ad un unico assessorato provinciale alla cultura. A lungo andare non si può continuare a ragionare di cultura muovendosi per compartimenti stagni.

Motta:

Su facebook nei giorni scorsi era riportata la frase “Pensi che la cultura sia un bene superfluo? Prova con l’ignoranza”, attribuita ad un rettore di Harvard. Un commento a questa frase a sua volta recitava “Cultura è vedere con occhi non convenzionali. Cultura apre la mente”. Ecco per me aprire la mente è fare educazione. Io sono insegnante mi muovo nel mondo della scuola dove recentemente per molti versi è venuta a cadere la mediazione didattica rispetto alle iniziative culturali, precedentemente invece molta attiva. In particolare il settore della storia è scomparso del tutto.

Un ottimo esempio invece di collaborazione è la Rosengarten festa, in cui operatori culturali di vario tipo si mettono insieme in maniere autonoma per ridare vita ad un quartiere poco conosciuto ma dalla grande ricchezza nascosta.

Tommasini:

Diciamoci le cose, non facciamo spot, per piacere.

A mio avviso occorre considerare il quadro in cui ci troviamo, ci troviamo infatti in una terra un po’ complicata. Sarebbe senz’altro bello avere un assessore provinciale unico alla cultura ma bisogna vedere chi diventerebbe, poi, questo assessore.

Ci troviamo all’interno di un processo in cui condividiamo l’idea di cultura come produttrice di benessere. Che vuol dire far partecipare i cittadini, farli socializzare, dare loro gli strumenti per leggere un mondo che è sempre più complesso e del quale non dovremmo avere paura. In Piazza della Pace abbiamo perso e preso una legnata nei denti perché non siamo riusciti ad elaborare in profondità quel passaggio politico proprio sotto il profilo culturale. Noi eravamo profondamente convinti ma i cittadini dei quartieri popolari non lo erano proprio per niente. E proprio perché si sarebbe dovuto trattare di un processo culturale e invece fu un’altra cosa.

Noi possiamo fare attività per anime belle ed è molto gratificante farle. Va benissimo. Ma se abbiamo l’ambizione di trasformare la società dobbiamo essere in grado di parlare ed anche convincere tutti i ceti di questa terra. Dobbiamo provarci sul serio e per farlo dobbiamo porci il problema di chi abbiamo di fronte. Possiamo dire che vogliamo un Alto Adige plurilingue ma non ci dobbiamo confrontare solo con quelli che sono già convinti. Il fronte è tra due poli antitetici che si trovano in un conflitto politico culturale permanente: da una parte chi ritiene che questa deve essere una piccola patria chiusa in sé stessa e chi invece sostiene il plurilinguismo ritiene che l’elemento ponte sia un valore. Vi propongo di riconoscere che stiamo tutti operando in questa direzione e poi entriamo nel merito.

Per carità, ognuno sbaglia. Anch’io ho fatto degli errori.

iIo ho cercato di lavorare su due livelli.

Il primo riguarda i meta progetti che danno senso a quello che fai. Ad es. il tentativo della capitale europea della Cultura che è in sostanza il desiderio di agganciarsi ad un grande processo che superi un po’ le nostre teste e ci dia respiro collegando nord e sud. E’ il tentativo di darsi una visione. Se la condividiamo stiamoci dentro, proviamoci.

Il secondo è il livello è quello di entrare nelle mondo delle case Ipes: prima c’era tutta una fascia di popolazione che non partecipava. Abbiamo pensato che dovevamo andare dove loro si trovano. Questa cosa la stiamo in parte facendo, ma forse dovremmo lavorare di strategia per capire se la nostra azione su questi due livelli funziona davvero.

Per quanto riguarda le collaborazioni tra comune e provincia in realtà ci sono già. Faccio due esempi. Musica Antiqua lo finanziamo quasi tutto noi anche se la manifestazione fa parte di Bolzano Festival Bozen, mentre il Busoni che è una manifestazione di livello mondiale è sostenuta quasi integralmente dal comune.

Il fatto che il comune si occupi dei grandi progetti e la provincia vada nei quartieri è però senz’altro una criticità. Dobbiamo metterci d’accordo. Facendo i conti anche con le rispettive “tradizioni di finanziamento“.

Spagnolli:

In questi ultimi giorni ho partecipato ad alcuni eventi. Privati che realizzano nelle loro case mostre di arte contemporanea di assoluto livello, feste musicali private nel centro storico che combinano solidarietà, commercio e voglia di stare insieme.

Io penso che ogni occasione in grado di mettere insieme persone diverse facendole ragionare su una base comune è un di fatto un obiettivo culturale di serie A.

La nostra è una situazione che ha delle variabili temporali e spaziali ingestibili dai singoli ed in più di solito siamo tutt’altro che supportati. La questione Schweigkofler, poi, è stata montata sul nulla. Da parte sua non c’era nessuna intenzione di prevaricare. Tra l’altro lui è stato utilissimo a noi italiani per riuscire a coesistere in un’istituzione culturale, la Fondazione Teatro, insieme ad un mondo di lingua tedesca che nell’ambito teatrale è tutt’altro che incline allo scambio.

Tra l’altro Il documento di Schweigkofler non aveva alcuna valenza ed era mera opinione personale.

insomma: per quanto cerchiamo di fare bene rischiamo sempre di cadere in un tranello di polemica etnica.

Occorre ripartire dal basso.

Io sono uno strenuo sostenitore del Centro Pace. Esiste da 10 anni, è sostenuto dalle istituzioni comunali ed il fatto che sia accettato dal gruppo tedesco è senz’altro anche merito mio. Ma è ancora un’istituzione sostanzialmente monolingue. Pensiamoci, dobbiamo lavorare anche in quella direzione.

D’Amborgio:

A mio avviso è estremamente importante pensare di usare strutture mobili in giro per la città, soprattutto in una prospettiva “attiva”. Le Strutture possono essere messe a disposizione da privati ed i contenuti vanno costruiti insieme. Mettendoci la testa ma anche le braccia.

Comina:

La nostra è una terra complicata, lo sappiamo. C’è sempre il rischio di infilarsi in pastoie etniche oppure nelle sterili divisioni tra cultura alta e cultura bassa. Il tentativo del festival delle Resistenze realizzato in un quartiere popolare è stata un’ottima idea. Anche lì sarebbe bello se ci fosse una maggiore partecipazione da parte delle associazioni che lavorano sul campo; l’iniziativa potrebbe diventare ancora più interessante e coinvolgente.

Il Centro Pace intende andare oltre il problema dei rapporti etnici aprendo le porte al mondo. Ma è anche vero che dobbiamo fare di più per coprire la parte tedesca. Recentemente abbiamo iniziato a lavorare in questo senso.

Trincanato:

Ho alcune preoccupazioni.

Il prossimo anno il bilancio comunale subirà un’importante e significativo taglio sulla spesa corrente. Sappiamo benissimo che dovremo fare dei tagli ed uno dei settori interessati sarà la cultura. Bernardi ha invocato la politica, chiedendo di poter mantenere la sua autonomia artistica ed amministrativa. Quando l’ha fatto mi sono sentita molto solidale con lui perché recentemente è stata messa in discussione anche l’autonomia del comune, dal punto di vista politico e amministrativo. I margini di manovra non saranno molto ampi.

Quindi dobbiamo comunicare tra di noi. Io apprezzo molti dei progetti che fa la provincia. Il comune spesso però viene chiamato solo per montare i palchi. Va prevista una maggiore progettazione comune rispetto agli obiettivi condivisi. A maggior ragione in un momento in cui gli aspetti economico diventano per forza cruciali nelle scelte da operare.

A proposito degli imprenditori dico che dobbiamo far capire l’importanza di investire in cultura per lo sviluppo del territorio. Non è possibile che ad essere presenti siano sempre e solo Fondazione Cassa di Risparmio e Azienda Energetica.

Abbiamo chiesto di fare il punto anche con Sudtirol Marketing, che non capiamo cosa faccia e dove vada, e con l’Azienda di Soggiorno.

Motta:

Ritengo che anche la scuola promuova la partecipazione. Se i bambini e i ragazzi partecipano alle attività culturali vengono naturalmente coinvolte anche le famiglie.

A proposito del censimento su domanda ed offerta culturale proposto da Bernardi posso dire che la minore quantità rispetto ad una maggiore qualità favorirebbe senz’altro le scelte di fruizione.

Tommasini:

Quanto ho detto prima acquista valore solo se c’è anche un cambiamento nelle politiche provinciali. E’ ovvio.

Lo dico perché mi sono reso conto, dovevo farne l’esperienza, che occorreva intervenire ma che andavano anche sviluppati alcuni paradigmi. E così per quanto riguarda il festival delle resistenze abbiamo previsto in futuro di collaborare anche con il Centro Pace. Il festival delle resistenze può dunque essere l’innesco di un processo culturale forte e alto da declinare anche nei quartieri popolari.

Per quanto riguarda la collaborazione tra provincia e comune occorre che ci sediamo attorno a un tavolo. Le risorse del comune caleranno prima di quelle della provincia e quindi ci sarà l’occasione per ripensare gli interventi. In ogni caso anche la provincia da sola non ce la si fa. In termini di sussidiarietà si possono far partire le cose ma poi occorre sviluppare dei processi sul territorio. Mi chiederete: perché non è stato fatto prima? Perché riteniamo che prima non sarebbe stato possibile. Insomma: ce la possiamo fare solo insieme.

Ho difeso a spada tratta il teatro stabile e voglio ricordare che i nostri contributi nei nostri anni sono aumentati per compensare la diminuzione del fus. Gli abbiamo chiesto di regionalizzare ed incrementare il rapporto con i giovani. E’ un investimento strategico, anche popolare.

Spagnolli:

Non riesco a sopportare l’idea che anche nella cultura il comune conti per quello che paga. E’ una mentalità diffusa ed il prossimo in comune sarà durissima perché noi, a differenza della provincia, abbiamo un sacco di leggi che ci vincolano nella gestione del bilancio. Saremo costretti a demandare alle risorse provinciali cose che non saremo più in grado di sostenere. Ma non ci sto, ripeto, che a questo punto si perda peso politico nelle decisioni su quello che bisogna fare. E’ sbagliato: sia noi che la provincia rappresentiamo delle comunità, diverse, ci deve essere una discussione sullo stesso piano.

Per il resto mi limito a dire che ognuno di noi deve riuscire a pensare che il suo concetto di cultura non è per forza il più esaustivo. Nella nostra terra infatti il concetto di cultura è variegatissimo. Noi italiani finiamo per essere sempre perdenti rispetto al gruppo tedesco che è più forte, ha più quattrini e discute meno al suo interno. E’ giusto discutere ma alla fine occorre uscirne con una linea condivisa, perché se ogni volta dobbiamo ricominciare da capo non arriviamo da nessuna parte.

Margheri:

Nella sostanza il nodo scaturito è il seguente.

Nell’attuale contesto ad essere in gioco non è è solo la cultura, ma la “cultura sociale” rappresentata dal modello europeo e dalla cultura democratica. Non possiamo metterci sulla difensiva sperando di difendere quello che ci riesce. L’autonomia deve riuscire ad essere la risorsa per un laboratorio che dimostra come si esce dalla crisi valorizzando la cultura sociale e rinnovando la cultura come bene comune e la democrazia come comunità solidale alternativa alla comunità chiusa o egoista. D’altronde questo non è solo un problema del Sudtirolo ma anche dei catalani, dei fiamminghi, ecc.

Ci vuole apertura ed un concetto di policentrismo cittadino. Volta per volta “centro” devono essere i diversi luoghi dove si svolgono le attività culturali, annullando il concetto di periferia, per lo meno in campo culturale.

I momenti di confronto come questo hanno lo scopo di mettere da parte le vecchie logiche, in cui ognuno difende la sua percentuale.

Esistono però alcuni nodi politici istituzionali.

La collaborazione tra provincia e comune innanzitutto non può avvenire solo attraverso incontri sporadici come questo. Bisogna costruire una progettualità complessiva.

Poi c’è Alto Adige Marketing. Il suo lavoro è oggi una “cosa” turistico-economica di cattiva qualità e assolutamente monoculturale, baciata da un sacco di quattrini che vengono dati tra l’altro senza controlli. Questo approccio va messo in discussione perché da lì passano tutti i progetti di sviluppo culturale che vengono promossi e/o bocciati.

Sono tutte ottime le proposte di decentramento delle attività culturali come quelle che hanno luogo al Parco delle Semirurali. Ma queste si devono necessariamente incontrare con le analoghe proposte della provincia.

Nessuna di queste iniziative può crescere se non amplia la sua prospettiva.

 

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