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September 12, 2012

People I know. Marco Pietracupa, da Rio (Pusteria) all’universo della moda

Anna Quinz

Marco Pietracupa è nato 44 anni fa a Rio di Pusteria. È un affermato fotografo di moda, che con la sua camera, crea immagini che finiscono poi su importanti testate come L’uomo Vogue, D di Repubblica, Rolling Stone, L’Officiel… Il suo percorso, dal paesino al luccicante mondo della moda è cominciato un po’ per caso, e un po’ per caso tante cose sono successe una dopo l’altra nella vita di Marco, disegnando una carriera e una vita fatte di determinazione e senso della fatalità, di talento e un pizzico di fortuna: “non puoi correre solo tu, le cose devono anche venirti incontro, sennò meglio cambiare direzione”. E così, dopo una tortuosa vita scolastica, sono arrivate la fotografia, la gavetta, la moda – amata perché fatta di persone e non di cose – il successo, la famiglia. Per essere uno che lavora “nella moda”, Marco ha qualcosa di diverso dai cliché, eredità forse della terra d’origine: uno sguardo capace di farsi stupire, una certa “ingenuità” e “purezza” che gli permettono di essere e di vivere in questo strano mondo, con quel po’ di distanza e freschezza necessarie per distinguersi. E per fare foto che parlano di persone, più che di vestiti.

Partiamo dall’inizio. Scuole, corsi, formazione?

Ho smesso di frequentare le aule dopo la scuola dell’obbligo, fatta perché, appunto, obbligatoria. Poi ho frequentato gli istituti professionali, prima da elettricista, poi da commesso (lavoro che ho fatto per 10 anni a Rio Pusteria). Poi, la scuola di fotografia a Milano. Alla fine, pur non avendo mai amato la scuola, sono stato sui banchi fino a 30 anni.

Perché la fotografia?

Qui devo rispondere con la solita frase noiosa, ma vera: “perché la sentivo dentro”. Mio papà aveva 2 macchine fotografiche e io le usavo volentieri. Mi piaceva l’oggetto e il fatto che fosse proibito usarlo. Finché alla cresima, per farmi lasciar stare quella di papà, mi hanno regalato una macchina tutta mia. All’inizio fotografavo per divertimento, senza progetti particolari. La scuola di fotografia è arrivata tardi, a 26 anni, quando ho deciso di voler fare il fotografo. Ma il mio progetto per il futuro era quello di tornare a casa e aprire un negozio di foto a Bressanone, fotografare i matrimoni, vendere rullini. Poi ho scoperto di essere bravo, e la mia strada ha preso un’altra direzione.

Com’è proseguita la carriera, dai banchi alle pagine delle più prestigiose riviste di moda?

Il mio percorso, è quello del classico ragazzo di provincia che lavora in ferramenta e poi va nella grande città per fare un lavoro artistico. Un po’ come John Travolta. All’inizio, è stata dura, ho mangiato pasta e formaggio per mesi. Non ero né figlio d’arte, né figlio di papà né omosessuale, e se non sei almeno una di queste cose, nella moda è difficile inserirsi. La moda è stata un caso. Volevo fare il fotografo e basta (si vede anche oggi nel mio lavoro, dove cerco prima di tutto di fare una bella foto, non di far vedere solo un vestito), ma la mia scuola, che avevo scelto perché era la più breve, era indirizzata verso la moda. Il mio modo di fotografare era giusto per quegli anni, quel tipo di linguaggio nasceva proprio allora era una novità, e così quello che facevo funzionava. Un giorno Franca Sozzani (direttrice di Vogue Italia. Ndr) ha visto il mio book, le è piaciuto, e mi ha suggerito di andare a Londra, dove il mio stile era in pieno sviluppo. Ma io non ho seguito il consiglio e sono rimasto a Milano, mi piaceva l’idea di sfidarmi qui, piuttosto che andare lì dove il mio stile era già conosciuto e apprezzato. Era un’impresa da testardi, ma mi accontentavo di poco, mi bastava poter pagare l’affitto. E così, pian piano, con tutti i passi della gavetta, sono arrivato dove sono oggi.

Da Rio di Pusteria a Milano. Che effetto le ha fatto?

Non era ovviamente la prima volta che andavo in una grande città, ma l’impatto Rio-Milano è stato bellissimo. Che la grande città sia difficile lo capisci dopo, all’inizio vivi soprattutto la sua bellezza. A me piaceva stare lì, avevo sempre sognato di vivere in una metropoli, per me l’Alto Adige era davvero stretto, ero un po’ una testa calda – o una testa creativa – e in un paese piccolo può creare difficoltà. Così a Milano mi sono sentito a casa, ho trovato altre persone come me, e questo mi è piaciuto un sacco.

Dopo Milano, com’è vivere di nuovo in Alto Adige?

In realtà vivo tra Milano e Bressanone. Nel frattempo ho fatto due figli e poi – altra fatalità nella mia vita – la mia compagna, milanese, ha vinto un concorso da ricercatrice all’Università di Bressanone, e così abbiamo scelto di venire “a casa mia”. Lei è qui con i figli, io vado e vengo da Milano, dove sto con il cane. Ora che sono più vecchio di quando me ne sono andato, apprezzo di più l’Alto Adige e in questo periodo sto cercando di capire cosa può offrire nel mio settore. Ancora non ho capito molto a dire il vero, in certe cose non è cambiato, ci sono tanti vantaggi ma la gente si lamenta sempre. È piccolo, e non si può pretendere di essere a New York, ci sono limiti ancora difficili da valicare, nella politica come nelle persone, però è un luogo ricco, si fa molto, anche per gli artisti, e questo, trovo, è molto bello.

Pubblicato su Corriere dell’Alto Adige del 9 settembre 2012

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