Music

July 9, 2012

Minafric Orchestra per il finale del Jazz Festival. Ma non è tutto oro quel che luccica…

Luca Sticcotti

Minafric Orchestra al Museion (foto Tubaro)

[photo courtesy by Roberto Tubaro]

Evidentemente (e in parte giustamente) le contraddizioni non spaventano gli organizzatori di Sudtirol Jazz Festival. La cosa è parsa evidente in particolare in occasione del concerto conclusivo dell’edizione 2012 della rassegna, celebrato domenica 8 luglio sul prato antistante il Museion. Su palco per l’occasione è salita la Minafric Orchestra di Pino Minafra, una realtà collaudatissima, spumeggiante e di casa al festival, sorta di quintessenza dell’approccio italiano più iconoclasta e pulcinellesco alla tradizione afroamericana.
Il percorso che ha portato alla nascita e allo sviluppo della formazione è, possiamo dire, quanto di più lontano dallo stereotipo culturale tirolese. Un gruppo di jazzisti italiani, per lo più pugliesi, imbevuti di cultura musicale nordamericana, ad un certo punto ha sentito il bisogno di contaminare le proprie sorgenti con le tradizioni popolari autoctone, attraverso un percorso che ha preso di mira sia la specifica materia musicale che l’atteggiamento stesso nei confronti della performance. Un percorso ulteriormente rilanciato, recentemente, da Minafra addirittura attraverso la “rivendicazione” di proprie radici africane, ulteriore valore aggiunto – nobilitato dalla maestria dell’emergente figlio Livio, pianista e compositore – per un mix che appare leggero ma che risulta molto ben strutturato nella sua intelligente commistione di stili.
La proposta della Minafric Orchestra a conclusione del festival è stata dunque un’idea vincente, anche se purtroppo minata da una serie di ombre di non poco conto.
Innanzitutto la location: il prato antistante il Museion è un luogo meraviglioso per la musica ed è sinonimo di apertura e di festa, nonostante i rigidi regolamenti (lo sappiamo tutti: entro le 11 silenzio di tomba, altrimenti sono guai). Se però questo spazio viene recintato da rigide transenne in metallo alte più di 2 metri, simili a sbarre – con tanto di zona di nessuno e passaggio interdetto per chiunque, pedoni e ciclisti compresi – il tutto per impedire ai clandestini sprovvisti di biglietto (25 euro!) la fruizione del concerto, allora vuol dire che qualcosa non funziona. Se ne sono resi conto d’altronde anche gli organizzatori, che hanno infatti ritardato di mezzora l’inizio del concerto per l’esiguità del pubblico (un centinaio di persone).
Al di là della location la trentesima edizione del festival ha chiuso i battenti dopo i suoi sbandierati cento (100) concerti lasciando esausto il pubblico, che pure ha affollato numerosi appuntamenti (soprattutto quelli gratuiti, a ben vedere). Alcuni eventi sono risultati molto belli e riusciti, altri meno. Ma soprattutto a molti appassionati sarà rimasto l’amaro in bocca per aver potuto seguire, gioco forza, solo un piccola parte della proposta complessiva.
In conclusione si impone allora una considerazione. Visti i tagli dei finanziamenti, che quest’anno hanno colpito anche la mastodontica kermesse locale del jazz, non sarebbe il caso di ridurre e distillare le proposte, evitando soprattutto quelle in contemporanea?
E se il festival altoatesino pensasse di “benedire” anche gli altri periodi dell’anno in cui la musica afroamericana latita in provincia di Bolzano? Qualche segnale in questo senso a dire il vero lo si è già avuto con la festa della musica al Museion ed la prevista prossima scorribanda di Bollani per i classici di Bolzano Festival Bozen.
E se si pensasse anche ad una, seppur piccola, edizione “winter”?

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