Music

July 15, 2011

The Little White Bunny, Tour Diary, day n. 1

Yomo

Il viaggio è iniziato. Siamo stati ritardati da infortuni sul lavoro, cambi di programma, cambi di batterista, insegnamenti di canzoni, speranza persa e poi ritrovata. Nel momento più triste abbiamo avuto la fortuna di incontrare la disponibilità di un grande amico musicista che, nonostante i seri problemi di ordine organizzativo, è stato capace di starci dietro e dedicarsi anima e corpo alla riuscita della nostra discesa Leccese. Ringraziamo dunque il Pola che permette a noi quattro coniglietti di poterci esibire al Festival tanto atteso.

Ringraziamo anche Tobe che si è preso la responsabilità di sponsorizzarci con birre altoatesine della val Pusteria, ringraziamo la cantina di vini Alois Lageder e specialmente Tessa per averci dato la possibilità di far conoscere un bianco sopraffino in una terra di rosso focoso, ringraziamo Pollok per aver reso tangibile il nostro desiderio di magliette, ringraziamo la Riff Records nel corpo di Paolo Izzo per averci preparato i cd promo esclusivi da distribuire agli interessati e ringraziamo Vanja per essersi donato a noi come co-pilota nonché narratore di storie per il lungo viaggio che ci aspetta.

Ieri una prova rapida, l’ultima per fissare nella mente del buon Pola i nostri pezzi, immediatamente tutti a raccolta e via sul furgone. In 50 metri smette di funzionare tutto l’apparato indicatore, viaggiamo senza sapere a che velocità andiamo, senza sapere quanta benzina abbiamo nello stomaco del nostro bue da trasporto e senza la possibilità di mettere le frecce. Ci diciamo che vabbè, è ben poca roba. Non appena finiamo di dirlo inizia a diluviare, così tanta acqua che Noe a confronto ha visto pioggerella primaverile. Ci si ferma in un autogrill a cercare di riparare il riparabile e l’acqua raddoppia. Chi ce lo fa fare pensiamo. Poi un fulmine e tutto si acquieta. Decidiamo di ripartire con al volante un Mike dopato da drink alla caffeina e caffè che se non sono alla caffeina loro il latte senza lattosio è un invenzio sensata come la pizza senza mozzarella. Il ragazzo al volante è sicuro, si mette d’impegno e 4 ore e mezza sono passate. Tomoski decide di voler intervenire e dargli il cambio, Dezza ha cantato per un buon pezzo mentre Vanja scopriva le meraviglie del mondo smartphone nella fattispecie di un Iphone nuova generazione. Io me ne sono stato quieto sul retro, probabilmente ho una costola rotta il che farebbe quadrare la bellezza di questa partenza. Tomoski è un abile guidatore notturno, io mi sposto più avanti, Dezza si stende, Vanja copilota e io assumo posizioni circensi per riuscire a ronfare un paio di minuti ancora. Ci riesco ma sia io che Mike ci risvegliamo con la schiena ingarbugliata come una partita di Jenga finita contro il muro. Il sole sorge, Tomoski inizia a calare, mancano 120 chilometri a Napoli, prima tappa di questa discesa.
Ah si, non l’ho detto, prima di Lecce abbiamo deciso di fermarci una giornata a casa dei miei nonni a Napoli. Oramai manco da 3 anni e mi sarei dannato se non avessi colto l’occasione per venire a rivedere la terra d’origine. Al volante sale lo zio Vanja. Lui è preparato, ha studiato per anni qui a Napoli e ricorda bene lo spirito che si deve adottare alla guida, la fiducia che devi avere nei tuoi riflessi e nella capacità di ignorare le segnaletiche per far prevalere uno spirito di sopravvivenza che ti salverà il culo.
Risento del viaggio, mi esprimo in ritardo su un’indicazione stradale e di botto vengo sostituito da un navigatore satellitare che ci spinge verso il Vesuvio invece che verso il mare. Giriamo per posti dannatamente belli dove che, se non ci fosse l’elemento a tutti noto a disturbarne il paesaggio, sarebbero belli senza essere dannati. Così mi ricordo cosa mi ha tenuto lontano dalla mia città di origine tutto questo tempo: la paura che tornando non sarei stato in grado di accettare il livello attuale di noncuranza.
Per fortuna giungiamo a casa sani e salvi e ancora capaci di comunicare. Inizia quindi la giornata dedicata all’ingrasso. Colazione con sfogliatelle ricce e frolle, caffè e latte. Dormiamo qualche ora per prepararci al pranzo, spaghetti con totano e pomodoro, pesce spada alla griglia, gamberoni, anelli di totano fritti, pane cafone e peperonata. Ne usciamo soddisfatti e distrutti. Ma niente ci frena dal desiderio di vedere il centro città.
In poche ore siamo su un trenino che da Portici porta a Napoli piazza Garibaldi. Dovete sapere che la stazione del porto del Granatello a Portici è stata la prima stazione italiana, affaccia direttamente sulle barche ed è uno spettacolo per gli occhi. Arriviamo in centro e immoliamo le suole delle nostre scarpe nel nome di una scarpinata che ci fa gustare a pieni occhi lo spettacolo di una città che nonostante tutti i difetti non riesce a perdere il fascino millenario che la circonda. Le tappe sono obbligate: piazza Garibaldi, Spaccanapoli, forcella, piazza del Gesù, galleria Umberto I, piazza Plebiscito, teatro San Carlo, Maschio Angioino e tutto il rettifilo fino a tornare in stazione.
Tomoski ha un piede che urla pietà, Dezza non ne può più di camminare. Riusciamo a saltare su di un treno e in poco tempo affondiamo la faccia in una pizza da antologia, qualche chilo di mozzarella e una ricotta che conclude con dolcezza una giornata necessaria. Giusto per la cronaca, 7 pizze margherita 17.50€, ovvero 2.50€ al pezzo. Così capite cosa vuole dire, mangiare le cose dove nascono ha tutto un altro sapore.
Ora siamo stravolti, saluto i miei nonni, ci attendono 5 ore di sonno per ripartire all’alba e viaggiare verso Lecce e verso il Festival. E’ quasi mezzanotte e mentre noi ci addormentiamo Napoli si sta svegliando.

Un grazie a Nonno Ottavio, Nonna Petta e Zia Anna da parte di tutti i coniglietti.

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