Music

November 19, 2010

Nabil dei Radiodervish: “Mettiamo insieme mondi”

Marco Bassetti

I Radiodervish, martedì sera live al Teatro Cristallo, sono un progetto che affonda le radici nella metà degli anni Ottanta, frutto dell’incontro tra il pugliese Michele Lobaccaro e Nabil Salameh, nato in Libano da profughi palestinesi.  Dell’incontro tra questi due mondi la musica dei Radiodervish si nutre, trasformando in arte la diversità culturale. “La cifra del nostro lavoro – sottolinea Nabil – è mettere mondi diversi a contatto e assistere alla creazione che scaturisce da questo incontro”. Lo abbiamo intervistato.

Come mai le tradizioni da cui attingete, quella pugliese e quella araba-mediorientale, si amalgamano così bene nella vostra musica?
Perché le due tradizioni hanno molti elementi in comune, le compenetrazioni tra queste due culture sono già avvenute diverse volte in passato. Anche oggi viviamo in un periodo di interazione tra le due tradizioni, io stesso provengo dall’altra parte del Mediterraneo. Le due tradizioni hanno di mezzo questo mare che spesso ha diviso ma ha altrettante volte unito. È per questo che le musicalità delle civiltà che si affacciano su quel mare hanno delle somiglianze, dei rimandi comuni e delle reminescenze rispetto a un passato che hanno comunque condiviso, talvolta in pace altre volte in guerra. Non dimentichiamoci, ad esempio, che quella che poi sarebbe diventata Italia ha vissuto uno dei  momenti più alti per quanto riguarda la poesia quando la Sicilia era sotto il dominio arabo (827-1091 d.C., ndr). Questi elementi comuni alle due culture li raccogliamo nella nostra musica perché li portiamo dentro di noi.

Tuttavia in questi anni si sente parlare spesso di “scontro di civiltà”, come se quello “cristiano-occidentale” e quello “arabo-orientale” fossero due mondi distinti, due blocchi monolitici senza alcuna possibilità di dialogo.
È evidentemente che sia una convinzione falsa. Non è vero che il pensiero europeo non abbia nulla a che fare col mondo arabo, fu grazie alle traduzioni e la reinterpretazione degli arabi che l’Europa entrò in contatto con gran parte del sapere della civiltà greca. Chi sostiene che si tratta di due mondi separati compie un errore enorme, prima di tutto dal punto di vista storico.

Però, nel nostro paese come altrove, è il pregiudizio a prevalere.
Questo tipo di pregiudizio non è insito nell’uomo, è il prodotto di un certo tipo di informazione. Si descrivono le vite delle persone che vengono da molto lontano non usando il criterio dell’informazione ma facendo prevalere il sensazionalismo. Il giornalismo in Italia non ha da questo punto di vista molti punti luminosi, sono poche le persone che hanno a cuore la vera informazione. Questo crea ovviamente allarmismo, ma alimenta anche il gioco politico di chi punta ad alzare il livello della paura e dell’intolleranza. I momenti di solidarietà che pure ci sono, pensiamo alla appoggio che a Brescia molte persone hanno dimostrato nei confrotni degli operai sulla gru, vengono cancellati dall’informazione.

In questo clima di informazione parziale e di scontro continuo, pensi che la vostra proposta musicale possa aiutare?
Credo di sì. La musica non è politica, agisce a livello pre-razionale, e può fornire input diversi rispetto a quelli allarmistici che sono oggi dominanti. Aiuta a vedere e a sentire un’altra dimensione, la dimensione di chi fa della diversità una ricchezza, e mostra come i pregiudizi siano in realtà fondati sul nulla. Il bene e il male non sono prerogative di una cultura o di una società, sono caratteri universale dell’essere umano. La cifra del nostro lavoro è mettere mondi diversi a contatto e assistere alla creazione che scaturisce da questo incontro.

Spesso il vostro lavoro si base su una rilettura originale di pezzi classici, sia della tradizione italiana, pensiamo a Domenico Modugno, sia della tradizione mediorientale. Non pensi che l’epoca in cui viviamo sia di fatto incapace di produrre dei nuovi classici?
L’arte è uno specchio della società. Una società in cui c’è fermento è anche una società che riesce a creare, che riesce a raggiungere delle punte alte anche dal punto di vista culturale, opere che poi saranno considerate dei classici. Il fatto è che noi stiamo attraversando una fase di profondo disorientamento, rispetto alla situazione italiana possiamo parlare di vera e propria decadenza. La crisi che attraversa oggi il nostro paese attraversa anche gran parte delle sue forme artistiche. Si dice che dopo una discesa ci sia sempre una risalita, spero che avvenga al più presto.

Martedì suonerete a Bolzano. Che tipo di concerto sarà?
Porteremo dei brani degli ultimi due album. Saremo senza la banda (l’ultimo album della band è il frutto della collaborazione con la Banda di Sannicandro di Bari, ndr), e punteremo all’essenzialità delle composizioni. Essendo soltanto in tre sul palco, faremo sentire al pubblico i nostri pezzi così come sono nati. Uno spettacolo colloquiale, in qualche modo interlocutorio.

RADIODERVISH
Martedì 23 novembre, ore 21,00
Teatro Cristallo, vi Dalmazia 30, Bolzano

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