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November 3, 2016

Daniele Ciprì: del (forse) meraviglioso mondo di Wonderland

Mauro Sp
Dal 3 al 6 novembre, al Teatro Stabile di Bolzano, va in scena Wonderland, per la regia di Daniele Ciprì, con le musiche di Stefano Bollani. Al regista abbiamo chiesto di parlarci di questo mondo meraviglioso...

Intervistare Daniele Ciprì è un’esperienza memorabile. Interessante, simpatico, disponibilissimo, il regista di Wonderland – e l’artefice di memorabili momenti di cinema e televisione -, è una metropoli di pensiero, parole e immagini. Il mio microfono, come una camera fissa, registra in maniera acritica tutto quanto viene detto, lasciando a me il compito di dipanare, ritagliare e ricondurre le mille “scene” che Ciprì fa accadere davanti a me. Riascoltando quanto mi è stato detto, dopo un primo momento di spiazzamento, colgo come ogni idea attraversi e si intrecci nel tutto che mi è stato detto. Il pensiero va dunque alla figura del regista, che è in grado di cogliere, anche prima del montaggio, tra tante ore di girato e tanti chilometri di pellicola, un quadro chiaro e degno di essere raccontato.

Wonderland, un paese meraviglioso. Me lo puoi descrivere?

Quando ancora stavo progettando questo spettacolo, pensai che volevo avere la possibilità di dire: “Di questi tempi, forse, è meglio essere scemi”, per difenderci da un un mondo che ci sommerge con immagini e informazioni, ma senza intellettuali e persone che stimolino il pensiero. In quest’ottica penso il mio impegno a teatro, proponendo occasioni per riflettere, prima che le cose accadano, preparandoci alla vita.
Il nome è stato quindi un pretesto per proporre una riflessione sulla condizione umana, senza fare la morale. Per fare ciò, ho voluto portare il cinema a teatro, proponendo sei spunti, sei storie ambientate in un quartiere, un po’ alla maniera de “La finestra sul cortile” di Hitchcock”, e facendole incontrare anche con un mondo immaginario: il tristo mietitore, degli alieni siciliani che arrivano a studiare il quartiere costruiscono una piccola follia che invita a pensare alla vita e anche al cinema.
I sei personaggi non hanno legami tra di loro; il racconto di questi marziani ci permette di avere una visione sulle sei storie. Wonderland è dunque un non luogo, un posto che può essere ovunque o da nessuna parte, che mi ha permesso di ambientare queste storie. Possiamo definire lo spettacolo una fiaba bella,  grottesca, che deve far divertire, non ridere.
DSC_4414_Wond_totale_foto Le Pera_M

Ogni personaggio dello spettacolo ha ed è un carattere; i personaggi dei suoi lavori sono paradigmi esistenziali: dove attinge la sua creatività?

Io attingo a piene mani dalla vita. Per spostarmi non uso l’automobile, ma solo i mezzi pubblici, e questo mi regala il senso dell’emozione e delle peculiarità che caratterizzano ogni città. Ciò che osservo mi dà gli spunti per raccontare delle storie. Damiano Bruè e Nicola Ragone, coautori di questo lavoro, e quindi gli attori della compagnia, hanno accettato questa mia follia, offrendomi complicità. Il mio lavoro consiste nell’osservare le persone, raccontandole non realisticamente. Disegno – malamente – la realtà e ho bisogno di persone che mi aiutino a fare ordine.

Sei un cineasta, in che modo questa sensibilità professionale ha influenzato il tuo lavoro a teatro?

In ciò che faccio il cinema torna sempre con un ruolo importantissimo, tanto da considerarlo, personificandolo, come uno dei miei collaboratori: il cinema citato è presentissimo in Wonderland. Uno dei personaggi dice: “Guardare, guardare, ci rimane soltanto il guardare”, introducendo il pensiero per il quale la semplice attività dell’osservare sia già fare cinema.
Cimentandomi con il teatro, ho dovuto fare qualcosa che assomigliasse a ciò che faccio di mestiere, cioè il cinema. Il ruolo di Stefano Bollani è, secondo questa mia visione, quello di macchina da presa. Musicando ogni personaggio con delle specifiche caratterizzazioni, mi permette di invitare il pubblico a guardare in uno specifico punto del palco. Il suo lavoro è stato grandioso, e l’importanza del suo contributo me lo fa ritenere uno degli autori di Wonderland.
Da un punto di vista tecnico, penso al teatro come ad un unico grande piano sequenza, in cui succedono delle cose.
E aggiungo che una storia come quella di Wonderland non l’avrei mai portata al cinema, ma che le sei storie che ho messo all’interno dello spettacolo sono sei film che forse realizzerò e forse non realizzerò.

Lo spettacolo è impregnato di musica, il tuo  lavoro in passato ha riguardato anche la produzione di musica per i tuoi film. Cosa porta, secondo te, la musica all’immagine? Che ruolo riveste nella tua vita la musica?

Nei miei lavori la musica è fondamentale, anche quando non la uso. La penso come un sintomo di carattere, di movimento e di mimica. Solo attraverso la musica riesco a pensare ai tempi di una scena. Quando ero piccolo la musica, più che evocarmi atmosfere e sogni, mi lasciava impressi i suoi tempi.
Il primo film realizzato assieme a Maresco, Lo zio di Brooklyn, è stato realizzato senza musica, anche se questa ci ha accompagnato durante tutto il nostro lavoro. Volevamo che il film suonasse senza musica.
Il concetto della musica è presente nei personaggi, nei movimenti e nella macchina da presa in sè, un po’ come succedeva nel cinema muto con Keaton e Chaplin. Anche se lo sono, non volevo diventare regista, non ho nemmeno studiato per questo mestiere, la cosa che mi aiuta è l’essere malato di cinema e desideroso di conoscere la vita. Io sono un guardone e, quando guardo, immagino una musica. Degli animali, che mi passano davanti nella mia testa, vengono subito musicati. Il suono e il silenzio danno ai registi innumerevoi possibilità di espressione.

DSC_4579_Wond_Stefano Bollani_M

Regista, sceneggiatore e direttore della fotografia, giri i tuoi film utilizzando ancora la pellicola, preferendola al digitale. In che modo il teatro, con il suo essere “analogico”, ti coinvolge?

Tutto quello che è per me nuovo è interessante e quello che mi intimorisce mi fa crescere, perchè mi porta a cercare soluzioni. In ciò che faccio devo trovare per prima cosa un’emozione per me stesso. Sono anche direttore della fotografia, ruolo che io definisco di “primo spettatore”, e il mio lavoro consiste nel giudicare e consigliare il regista. Così ho fatto anche per questo spettacolo, in cui ho cercato di intrattenere con uno spartito musicale, più che contestualizzare la storia. Con questo spettacolo non ho voluto mandare messaggi o comunicare qualcosa, ma invitare a riflettere. Ho quindi pensato ai tempi, alle luci, ai movimenti, offrendo al pubblico – anche attraverso termini tecnici pronunciati dai protagonisti – tutti gli elementi per raccontare a teatro una storia.

Sei un uomo del Sud, i tuoi lavori sono fortemente legati al meridione. Se riuscito ad inserire questa meridionalità anche in Wonderland?

Volevo inserire la Sicilia in questo spettacolo, ma non era facile perchè le storie raccontate sono così universali, da non poter essere legate ad un determinato luogo. Ho pensato dunque di inserire i siciliani come alieni venuti da un altro pianeta per osservare l’Italia. Io mi sento siciliano, non italiano (ride di gusto n.d.r.).

Qual è il confine tra “Wonderland” e “Schifoland”?

Lascio al pubblico il compito di dire che cos’è lo “Schifoland”. Nemmeno ai tempi di “Cinico TV” con Franco Maresco esprimevo giudizi su cosa fosse buono e cosa fosse cattivo. Era la vita o il Cinico TV la cosa brutta? Enrico Ghezzi diceva che avrebbe pagato per entrare nel mondo a parte delle nostre inquadrature. Io non ho espresso giudizi, mi sono limitato a rappresentare un mondo reale, considerato grottesco, ma che esiste. Ognuno è libero di dire “mi piace”, “non mi piace”, oppure, “siamo noi”, “sono gli altri”.

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