Culture + Arts > Architecture

May 28, 2015

Centrale Fies, l’attrazione. Parte I

Luca Ruali
Perché Centrale Fies parla di sè usando il nome di un edificio. Perché la Centrale è tanto un centro di produzione artistica quanto un fabbricato abbandonato. Perché tra la sua crew si registrano istinti predatori. Un intervento speciale, donato da Luca Ruali a franzmagazine, con contributi di Actant Visuelle, Beniamino Servino

Centrale Fies è un centro di arte contemporanea attivo in una antica centrale idroelettrica in parte riconvertita a spazio di ricerca e progetto dalla Cooperativa Il Gaviale con il supporto della Provincia Autonoma di Trento e Hydro Dolomiti Enel.

Questo testo non registra la produzione culturale di Centrale Fies. È un testo dedicato alla centrale come edificio e alla sua azione a distanza sull’immaginario delle persone. Il gruppo di persone che lavora lì è così violentemente autoriale da far sembrare la Centrale il luogo meno indicato per spostare radicalmente il concetto di autore dalle persone agli edifici.

Ma se la sensazione normale è quella di essere al massimo ispirati dal paesaggio, mi interessa invece guardare alla natura di questo gruppo di persone, per scoprirle sconvolte dal paesaggio. E forzare una tesi diversa, quella che le case e i luoghi da se possono essere autori.

Qualche indizio. Il flusso sociale di Centrale Fies passa a volte anche attraverso post-it incollati agli schermi dei portatili: “manca la componente sessuale!” Piuttosto che: “più ambiguità!”. Sono urgenze della pubertà dell’edificio, che dopo l’abbandono ed il recupero si trova in un momento narrativo attraente.

Il fascino di Centrale Fies è aumentato dalla distanza dai consueti centri di produzione e comunicazione dell’arte contemporanea. Una posizione che aggancia Fies ad una pratica ancestrale di uso del territorio. Quando si lasciavano le città, muovendosi da un paese all’altro e si usavano le case in rovina come ricovero notturno. Gli edifici ai margini muovono le persone sul territorio, non sono le quinte di azioni umane, queste case sono gli autori che le generano. 

Le rovine hanno da sempre il ruolo di ospitare e provocare storie. La quadreria medievale raramente ambienta i suoi fatti nelle città, che restano sullo sfondo, “mostra invece una Storia avvenuta tra strani edifici crollanti, porzioni di architettura che sanno di abbandono e di margine. Il fascino di questi luoghi sta nel loro essere spazi aperti all’interpretazione, al divenire, spazi del possibile. Portano tracce e segni cui ciascuno potrebbe agganciarsi per riscrivere la propria Storia.” (Actant Visuelle, Luca Ruali, Riti per una nuova era, progetti per Matera 2019)

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Ogni edificio è soggetto a cicli di uso e abbandono. Alcuni approcci al recupero riconoscono l’abbandono come una condizione naturale e non perdono tempo cercando il ripristino di una condizione ideale, concentrandosi meglio sulla natura dei sentimenti che hanno portato ad interessarsi alle rovine.

Come Lacuna [1]. Una piattaforma di ricerca interessata ad azioni in borghi disabitati, che affina gli strumenti di una campionatura malinconica dell’abitato per arrivare a lavorare su quelli che – tra diversi vuoti – vengono avvertiti come una mancanza: “la questione che si pone è duplice, come preservare la mancanza o come colmarla con appropriatezza.”

Come ancora i comportamenti di Danila Gambettola verso le case abbandonate del villaggio Limina[2]. Una attrazione per la rovina che passa per il corpo più che per la calibrazione di strumenti critici. Una ricerca di movimenti fuori dalle convenzioni della socialità tra umani. Gesti che possano servire ad un rapporto tra muri e ragazze.

continua….

Immagini: 
Luca Ruali, Radura 01
Cima da Conegliano – Madonna col Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Andrea

[1] LACUNA è appena segnalato da un abstract sul sito di Re-Cycle Italy, un programma che coinvolge undici università italiane con l’obiettivo di definire nuovi cicli di vita per quegli spazi che non sono usati e hanno perso senso. LACUNA, Reciclare Territori Fragili è stato un seminario, tenuto presso il Dipartimento di Architettura di Pescara a settembre del 2014. Ne so qualcosa perché ho chiesto a Francesco Garofalo, uno dei curatori, il suo quaderno di lavoro.

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