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December 5, 2012

“A nord di Trento, a sud di Bolzano”, le visioni dei fotografi Ivo Corrà e Luca Chistè

Marco Bassetti

Un territorio di transizione inquadrato da un obiettivo fotografico. Una striscia che separa e unisce l’Alto Adige e il Trentino, il nord e il sud, una membrana semi-permeabile tra due culture. La storia, l’industria, le infrastrutture, il paesaggio, il modo di abitare il territorio, le trasformazioni in atto, come raccontare tutto questo attraverso il mezzo fotografico? È questa la scommessa lanciata da “A nord di Trento, a sud di Bolzano”, progetto nato da un’idea di Ambiente Trentino e Istituto Nazionale di Urbanistica. E raccolta da 8 fotografi, 4 dal Trentino e 4 dall’Alto Adige, ciascuno con il proprio tema da trattare. Ne abbiamo intervistati due, Ivo Corrà, nato a Bolzano nel 1969 dove vive e lavora, e Luca Chistè, nato nel 1960 a Trento, dove risiede e lavora. Due sguardi locali sullo stesso fazzoletto di terra, due ricerche e due visioni molto differenti.

Otto fotografi chiamati a inquadrare una striscia di terra, tra Bolzano e Trento. Una questione di sguardo, quel è stato il tuo?

I. C. Il mio tentativo è stato quello di indagare i segni del confine culturale. La domanda che mi sono posto è: che cosa cambia? Le due terre e le due culture sono sempre state legate, quindi le differenze e le somiglianze si intrecciano e si confondono. Anche per questo la mia ricerca è comunque parziale, man mano che andavo avanti col lavoro mi rendevo conto dei buchi che mi lasciavo dietro. Un testo molto bello a cui ho fatto riferimento è La frontiera nascosta, scritto da due antropologi americani alla fine degli anni Sessanta (Eric Wolf e John Cole, The Hidden Frontier: Ecology and Ethnicity in an Alpine Valley, n.d.r.), in cui si prende in esame la situazione di due paesi della Val di Non, uno tedesco, St. Felix, e uno italiano, Tret. La domanda è stata proprio: che cosa cambia? I due antropologi hanno messo in luce come a parità di condizioni ambientali le differenze culturali effettivamente si manifestino e questo metteva un po’ in discussione l’idea diffusa in antropologia secondo cui la cultura è determinata dall’ambiente. Da questo punto di vista il mio lavoro fa emergere delle cose interessanti, due modalità diverse di abitare il territorio: il “modello insediativio tedesco” prevalentemente sparso, con i pendii intessutiti di abitazioni e una vita fortemente radicata alla terra, e il “modello insediativo italiano” con la vita accentrata nel paese e le campagne che si estendono al di fuori dei centri abitati. Infatti “andare in campagna” è un’espressione tipica italiana. Ecco allora che ho cercato attraverso il mio lavoro di evidenziare queste differenze, ad esempio mettendo a confronto Cortaccia, arroccata in mezzo alle campagne e circondata da casette sparse, e Mezzolombardo che è sempre stata una piccola città.

L. C. Ho cercato di interpretare questa striscia di territorio tra Trento e Bolzano, andando a raccontare quello che una persona incontra nei suoi viaggi notturni. Il mio interesse è quello di capire il modo in cui la nostra percezione cambia al variare delle circostanze. La notte ridefinisce in maniera profonda la nostra percezione dei luoghi, dello spazio e del tempo, e viaggiando di notte sei testimone di un incontro col mondo diverso da quello che avviene nelle ore diurne. Manca del tutto la figura umana e le infrastrutture, i ponti, le autostrade, le stazioni della ferrovia, tema della mia ricerca, assumono una valenza del tutto diversa rispetto a quando sono animate. Quella notturna è un tipo di fotografia che mi interessa molto, perché la notte porta con sé una trasfigurazione cromatica molto importante e una trasfigurazione volumetrica. Questo è molto interessante da indagare anche dal punto di vista strettamente tecnico, perché per me linguaggio e tecnica sono due facce di una stessa medaglia.

Un lavoro di ricerca che assomiglia molto a un’attività di esplorazione del territorio, un territorio che pensiamo familiare ma che in realtà forse non conosciamo a fondo. Che cosa hai scoperto di nuovo?

I. C. Lavorando sul tema del confine, ho scoperto che si tratta più di una cosa mentale che reale. Mi sono reso conto che la chiusa di Salorno, che rappresenta la linea di separazione tra nord e sud, è in realtà un’immagine. È una visione che noi abbiamo nella nostra mente, ma non è una realtà territoriale. È un confine che si è sempre voluto vedere lì, si pensi che tra Magrè e Roverè della Luna ci sono solo 7 chilometri, ma di fatto sembrano due mondi differenti. Dall’altra mi sono divertito a mischiare un po’ le carte, accostando due diversi scatti: una fotografia scattata a Pressano, sopra a Lavis, che ha un nucleo storico che assomiglia molto a quello di San Paolo vicino ad Appiano, l’ho messa vicina a una foto scattata a Magrè. Le somiglianza è sorprendente, pensi di essere in un luogo e invece sei nell’altro.

L. C. Andando a scattare all’una di notte, ho vissuto un’intensa esperienza psicologica di relazione con il territorio. Ho fatto molti sopralluoghi delle aree che poi sono andato a scattare e quindi avevo già incamerato delle mie rappresentazioni. Però di notte un luogo come l’interporto, un polo logistico privo di presenza umana, oppure una stazione ferroviaria completamente deserta, assumono un aspetto surreale, quasi metafisico. Grandi opere che di giorno assolvono distrattamente alla loro funzione, di notte diventano atmosfere. Luoghi che diventano non luoghi.  Questo cambiamento di prospettiva mi ha suscitato un profondo senso di pace, perché ha permesso di ristabilire un dialogo profondo col territorio

Col vostro lavoro la fotografia, più che come arte, emerge come potentissimo strumento di conoscenza. Un mezzo di rappresentazione che ha la capacità di incidere sul reale, o meglio sul nostro modo di vedere il reale. Nella tua esperienza, è così?

I. C. Certo, fotografare è conoscere. Ti porta in tante situazioni diverse, è un lavoro di esplorazione che necessita prima di studio e preparazione. Poi si viene proiettati in micro-mondi, in situazioni diverse da quelle a cui si è comunemente abituati, e questo fa sì che sia sempre un’attività di conoscenza e di scoperta. Poi io porto sempre con me la volontà del racconto per immagini, l’idea della sequenza di immagini legate da un filo tra loro. Come se tante immagini ne formassero una, in un discorso definito e coerente.

L. C. Attraverso la fotografia io cerco di indagare e di esplorare le mie domande di tipo esistenziale. Molte delle mie percezioni legate all’esistenza, molte delle esperienze indagate dall’esistenzialismo europeo, si sono formate in me anche grazie alla ricerca fotografica. Sull’aspetto artistico sono sempre molto cauto, si possono raggiungere attraverso la fotografia effetti artistici, ma la fotografia la considero in primo luogo un percorso di conoscenza. Come fotografo mi sento sempre un po’ come un bambino piccolo alla ricerca di cose nuove da esplorare.

La prima e la terza foto sono di Luca Chistè, la seconda e la quarta di Ivo Corrà

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