Alla Fondazione Antonio Dalle Nogare “Primary Structures / Multiple Systems” attraversa sessant’anni di eredità minimalista: una mostra curata da Eva Brioschi, tra sistemi politici ed economici, memoria, ironia e poesia.

© James Turrel
What you see is what you see.
“Quello che vedi è quello che vedi”: questa frase iconica è una di quelle che sembrano non lasciare scampo. Una superficie è una superficie, una forma è una forma, un oggetto occupa uno spazio e non deve raccontare altro da sé. Insomma “What you see is what you see”. Eppure basta ripeterla ancora una volta, perché qualcosa cominci a scricchiolare: “What you see is what you see?” “Quello che vedi è davvero o soltanto quello che vedi?” E se quello che vediamo fosse solo l’inizio? Se dietro un parallelepipedo, una griglia, una struttura modulare, una superficie industriale si nascondessero merci che attraversano oceani, corpi che attraversano confini, economie globali, processi politici, memorie private, madri e padri immaginari, pezzi di storia, ironia, poesia?
Forse è proprio dentro questa piccola incrinatura che si apre “Primary Structures / Multiple Systems”, la mostra curata da Eva Brioschi alla Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano, visitabile fino al 30 dicembre 2028. Una mostra che parte da un momento preciso della storia dell’arte, ma non per tornarci nostalgicamente: piuttosto per chiedersi che cosa sia successo dopo. Il riferimento dichiarato nel titolo è “Primary Structures: Younger American and British Sculptors”, la mostra curata da Kynaston McShine al Jewish Museum di New York nel 1966, passata alla storia come uno degli appuntamenti fondamentali per l’affermazione del Minimalismo americano. Donald Judd, Carl Andre, Dan Flavin, Robert Morris, Sol LeWitt: forme primarie, serialità, materiali industriali, una progressiva sottrazione della narrazione e della soggettività dell’artista.

Sessant’anni dopo, però, quelle strutture sono ancora qui: solo che qualcosa è accaduto loro. Il titolo nasce dall’omaggio alla storica “Primary Structures” del ’66, ma con un intento nuovo: dare conto di questa eredità e anche di come sia stata assorbita, superata e, in qualche modo, “corrotta” dalle generazioni successive. È proprio la parola “corrotta”, usata dalla curatrice della mostra, forse una delle chiavi più interessanti per entrare nella mostra. Non nel senso di qualcosa che ha perso la propria purezza, ma proprio perché quella purezza viene messa in discussione. Le forme restano, vengono ereditate, riprese, citate, attraversate: ciò che cambia è tutto quello che cominciano a contenere. Le Primary Structures diventano così Multiple Systems.
Se l’opera minimalista cercava di non rimandare ad altro da sé, facendo coincidere il significato con la propria presenza fisica nello spazio, molte delle generazioni successive scelgono invece, come spiega Brioschi, di “contravvenire a questa indifferenza”. Il mondo torna così dentro l’opera. La costruzione curatoriale è libera: non ci sono coppie rigide, né una linea del tempo da seguire disciplinatamente. Anche i confini generazionali diventano porosi: artisti legati alla stagione storica del Minimalismo possono comparire attraverso opere molto più recenti, mentre la sua eredità emerge in pratiche lontane nel tempo e nelle intenzioni.

È una rilettura che Brioschi definisce «molto situata», perché nasce anche dalla storia specifica della Collezione della Fondazione Antonio Dalle Nogare, fortemente legata alle ricerche minimaliste e concettuali. Non una storia universale del Minimalismo, quindi, ma una possibilità di attraversarlo a partire da ciò che questa collezione permette di mettere in relazione.
E allora forse la domanda, uscendo, non è tanto: che cosa resta oggi del Minimalismo? La domanda potrebbe essere: che cosa è cresciuto dentro le sue forme? Perché quelle strutture sono rimaste. Geometrie, moduli, superfici, materiali industriali continuano a tornare, ma nel frattempo hanno assorbito il mondo: si sono riempite di politica, economia, ecologia, corpi, memoria, biografie, contraddizioni e persino di ironia e poesia.
Tre domande alla curatrice Eva Brioschi per entrare nel cuore della mostra.
Partiamo dal titolo: come si passa dalle Primary Structures ai Multiple Systems e quando una struttura smette di essere neutrale?
Il titolo nasce dall’omaggio alla storica mostra Primary Structures del 1966. Volevamo dare conto di questa eredità, ma anche di come sia stata assorbita, superata e, in qualche modo, “corrotta” dalle generazioni successive. Con il Minimalismo l’opera d’arte smette di portare un significato, un messaggio, di riferirsi a qualcosa di esterno a se stessa, e va a coincidere esplicitamente con la propria presenza fisica nello spazio espositivo. L’attenzione si sposta quindi dal messaggio alla relazione tra l’opera, lo spettatore e lo spazio. Gli artisti delle generazioni successive decidono invece di contravvenire a questa indifferenza e tornano a parlare, a portare messaggi che fanno riferimento al contesto in cui vivono e lavorano. I Multiple Systems sono proprio questi sistemi multipli di lettura del presente che gli artisti ci sottopongono attraverso le loro opere.

Che ruolo ha il corpo del pubblico nel percorso e quanto ha inciso sull’allestimento?
Un ruolo fondamentale. Basta pensare al piano terra: senza la presenza del visitatore sarebbe veramente incompleto. Quando entri dentro a Line Describing a Cone, per esempio, entri letteralmente a far parte dell’opera. Era proprio ciò che Anthony McCall voleva. Oppure penso al lavoro sulla percezione di James Turrell. Ha studiato molto la psicologia della percezione e l’ha unita alla sua passione per l’aviazione, che lo ha portato a riflettere sulla luce e sul cielo. Tutto ciò che ha fatto successivamente, e che continua a fare, deriva da questa unione tra percezione e uomo posto di fronte all’infinito della luce. L’idea dell’allestimento è stata quindi quella di “minimalizzare” il più possibile il piano terra, proprio per rendere evidente questa necessità di interrelazione tra opera, spazio e corpo del visitatore.

Come si costruisce una rilettura del Minimalismo partendo esclusivamente dalla Collezione della Fondazione?
La mostra è costruita esclusivamente con opere della Collezione. Naturalmente si tratta di una rilettura del Minimalismo attraverso uno sguardo molto situato, soggettivo e legato alla nostra storia collezionistica. Non abbiamo la pretesa di aver realizzato un progetto filologicamente concluso o esaustivo. È una mostra che nasce da una collezione personale, ma, come cerchiamo sempre di fare, parte da un pensiero e da un concept preciso, al quale ho cercato di attenermi il più possibile. In realtà il percorso è emerso abbastanza naturalmente, anche perché molte di queste opere rappresentano il cuore della Collezione, fortemente legata alle ricerche minimaliste e concettuali. Gli accostamenti non seguono necessariamente una relazione uno a uno tra opera storica e opera contemporanea. Mi interessava che il percorso rimanesse più libero e che non fosse sempre immediatamente evidente distinguere ciò che è “storico” da ciò che non lo è. Ci sono, del resto, anche artisti storici presenti con opere più recenti.
Penso, per esempio, ad Anima Mundi: l’artista appartiene a una generazione storica, ma l’opera è degli anni Duemila. Il monocromo diventa quasi un quadricromo; rimane la struttura metallica, ma si vede chiaramente la mano, la pennellata, con colori molto accesi e una forma che crea quasi un’illusione ottica di movimento. Anche il titolo, Anima Mundi, rimanda all’idea di uno spirito del mondo che pervade ogni cosa: è un lavoro poetico ma anche filosofico. E poi c’è Bruno Munari, che per noi è sicuramente un padre importante, anche per l’idea di processualità. Quando inizio un progetto penso spesso al lavoro come a una ricetta in cucina: prima si preparano gli ingredienti sapendo più o meno quale risultato si vuole ottenere, poi, come diceva Munari, “da cosa nasce cosa”. Si comincia un processo che ogni volta può essere un po’ diverso, magari aggiungendo un ingrediente.