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Guardarsi con altri occhi. Disimparare la bellezza

Con WITCHES / Brand New Self YOUNG un gruppo di adolescenti prova a smontare i canoni della bellezza, attraversando storia, stereotipi, social network e sguardi altrui per immaginare insieme nuove narrazioni dei corpi.

21.10.2026
Francesca Fattinger
Guardarsi con altri occhi. Disimparare la bellezza

© Benedetta Vivaldelli

© Benedetta Vivaldelli

Oggi è uno di quei giorni in cui non è facile, in cui mi guardo allo specchio e non mi piaccio, non mi riconosco, cerco qualcosa e non capisco bene cosa. Cerco di stare davanti allo specchio e non avere paura del mio sguardo, del mio contatto, cerco di non avere paura di quella sensazione scomoda di non piacermi. Accade e riaccadrà. Ora voglio capire. E così continuo a guardarmi: dove sono? Dove sono finita? Forse mi guardo come mi guarderebbe lui? Lui che non mi vuole? Forse mi guardo come mi guarderebbe mia mamma? Forse mi guardo come mi guarderebbe lo sconosciuto per strada? Forse mi guardo come la ragazza bellissima a cui vorrei assomigliare? Forse mi guardo come la me bambina? Forse quegli occhi che mi fissano allo specchio non sono i miei, forse sono i tuoi, forse sono i loro?

Oggi, mentre mi guardo allo specchio, succede tutto questo e non sono solo pensieri, parole che sgorgano dai miei occhi: è una sensazione fisica che mi percorre tutta dal viso, passando per la pancia, fino alle cosce, alle gambe e ai piedi. Ma poi mi fermo e mi ricordo la tenerezza: quella parola, tenerezza, che mi sono fatta modellare in porcellana e applicare sopra il mio specchio, per ricordarmi che i miei occhi, i miei pensieri si devono ammorbidire. Per ricordarmi di essere tenera con me, come so fare con le donne a cui voglio bene. Anche io mi voglio bene, perché a volte me ne dimentico?

© Benedetta Vivaldelli

Ecco perché questo progetto mi sta tanto a cuore, ecco perché mentre ne scrivo sento l’emozione percorrermi le ciglia. Parlo di “WITCHES / Brand New Self YOUNG” è lo spin-off di “WITCHES / Brand New Self” dedicato alle giovani generazioni, ideato e condotto da un gruppo informale di adolescenti insieme a Stefania Santoni. Il progetto sviluppa una propria programmazione di incontri, workshop e pratiche collettive, in dialogo con i temi di WITCHES, ed è sostenuto dal bando Rigenera della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol e da Piano B – Piano Giovani Alto Garda e Ledro. Gli appuntamenti di YOUNG confluiscono nello spazio condiviso di WITCHES, la cui apertura e continuità tra le date del Public Program Fino a Farti Tremare, sostenuto da SIAE attraverso il bando Per Chi Crea 2026, sono rese possibili dal sostegno di Centrale Fies e Dolomiti Energia.

La parola da cui partire è forse proprio quella che davanti allo specchio diventa così difficile da pronunciare: bellezza. Chi ha deciso che cosa è bello? Chi continua a deciderlo? Quanto dello sguardo che rivolgiamo al nostro corpo ci appartiene davvero e quanto, invece, abbiamo imparato a guardarlo attraverso occhi che non sono i nostri? È da domande come queste che prende forma il percorso di WITCHES / Brand New Self YOUNG.

Per provare a entrare dentro questo percorso, ne ho parlato con Stefania Santoni e con Camilla Ficili e Grete Sommadossi, due delle ragazze coinvolte nel progetto, lasciando che fossero le loro parole, i loro sguardi e le domande emerse durante gli incontri a raccontarlo. Un percorso che ha preso avvio da Chi ha inventato la bellezza? Corpi, immagini e modelli che cambiano nel tempo, attraversando la costruzione storica e culturale dei canoni estetici, per arrivare al presente con Chi decide se sono bella? Sguardi, stereotipi e corpi nell’epoca dei social e provare infine a disimparare la perfezione e immaginare rappresentazioni differenti e plurali dei corpi con Corpi fuori dal mito. Disimparare la perfezione, immaginare altre bellezze. A questi incontri condotti da Stefania Santoni si aggiungono il lavoro sul linguaggio con la pedagogista Alessia Dulbecco e quello sull’immagine e l’immaginazione con l’illustratrice Margherita Paoletti.

© Benedetta Vivaldelli

Partire dalla storia significa rendersi conto che ciò che ci appare naturale e inevitabile è stato costruito e che, proprio per questo, può essere messo in discussione. Ma per farlo Stefania parte da un presupposto che attraversa tutto il progetto: WITCHES non vuole essere un percorso pensato per le adolescenti, ma costruito con loro. Una differenza piccola solo in apparenza. Significa riconoscere che le ragazze “non sono contenitori vuoti da riempire di conoscenze”, ma persone che possiedono già uno sguardo sul mondo, un linguaggio, esperienze, intuizioni e contraddizioni che meritano di entrare nel processo. Tanto più che il progetto nasce proprio da una loro richiesta, dal desiderio di alcune ragazze di costruire insieme uno spazio di confronto e ricerca. Il ruolo di Stefania diventa così quello di accompagnarle, mettendo a disposizione strumenti critici, conoscenze e prospettive differenti senza sostituirsi alle loro voci.

Ed è proprio ascoltando quelle voci che la parola bellezza comincia quasi subito ad allargarsi, fino a uscire dai confini del corpo. Camilla racconta che, quando il gruppo ha provato a chiedersi che cosa significasse per ciascuna essere bella, sono emersi stati d’animo, sensazioni, “piccoli” gesti quotidiani, ma “non è mai apparso un aggettivo per descrivere un corpo bello”. Essere belle ha cominciato allora a significare sentirsi bene con sé stesse e con le persone amate, stare a contatto con la natura, incontrare qualcosa capace di strappare un sorriso genuino. Grete parla di qualcosa di molto simile quando definisce la bellezza come “amare la persona che sono diventata, dopo tanta insicurezza e disagio”. Non soltanto piacersi allo specchio, ma riconoscersi in una serie di piccoli momenti: indossare un capo che ci piace, praticare lo sport che ci appassiona, sentire la libertà di esprimersi, stare bene e in pace con il proprio corpo.

Eppure, accanto a questa bellezza intima, quotidiana e plurale, continua a esisterne un’altra, molto più stretta. Camilla la descrive attraverso una serie di richieste che si accumulano una sull’altra: “essere magre, truccate ma non troppo, non avere imperfezioni, eliminare rughe, brufoli, macchie e peli, essere sorridenti, accondiscendenti, obbedienti. Mai troppo o troppo poco”. È forse proprio in quel mai troppo o troppo poco che si sente tutta la fatica di una misura continuamente imposta dall’esterno, di un confine dentro cui provare a stare senza sapere mai davvero dove passi.

La cosa più difficile, però, è che sapere tutto questo non basta necessariamente a proteggerci. Possiamo sapere che una fotografia è stata ritoccata, riconoscere che un modello estetico è irrealistico, capire che dietro certe immagini esistono precisi meccanismi commerciali e continuare comunque a confrontarci con esse. È una distanza, dice Stefania, “tra ciò che razionalmente sappiamo e ciò che continuiamo a sentire”. Ed è forse una delle intuizioni più potenti del percorso, perché impedisce di ridurre una questione così complessa a un semplice invito ad amarci di più. La consapevolezza è fondamentale, ma non cancella automaticamente ciò che abbiamo imparato a sentire sulla nostra pelle.

About the authorFrancesca FattingerCon il cuore scalzo, alla continua ricerca del vuoto dentro di sé, quello che si insinua tra le [...] More
Forse è anche per questo che diventa così importante farlo insieme. “Il sostegno reciproco è fondamentale per poter andare avanti e superare ciò che “dovremmo essere” per arrivare a capire ciò che siamo”, racconta Camilla. Nel gruppo ha trovato libertà nell’esprimere opinioni e fare domande, ma soprattutto la possibilità di ascoltare esperienze diverse dalla propria e riconoscere che alcune fragilità, pur senza essere identiche, possono essere condivise. “Poter parlare senza paura e senza giudizi con altre ragazze che avevo incontrato per la prima volta dieci minuti prima è proprio speciale”. Nelle parole di Stefania questa possibilità assume anche un significato politico. Se la pressione estetica può alimentare il confronto continuo, la competizione e l’insicurezza tra donne, lavorare sulla sorellanza significa provare a riconoscere insieme quei meccanismi e sottrarsi alla logica che ci vuole le une contro le altre. Senza però sostituire un nuovo modello a quello vecchio. Anche una prospettiva femminista, sottolinea, rischierebbe di diventare prescrittiva se finisse per stabilire come una ragazza dovrebbe vivere il proprio corpo per essere davvero libera. Il punto non è trovare un’altra maniera giusta di essere belle, ma lasciare spazio “alle ambivalenze, alle differenze e persino alle contraddizioni”.
© Benedetta Vivaldelli

Da tutto questo nascerà qualcosa di concreto. Le riflessioni, le domande e persino le contraddizioni attraversate durante gli incontri confluiranno infatti in un gioco di carte che saranno le ragazze stesse a contribuire a costruire, individuandone temi, parole e simboli. Non un mazzo che spieghi che cosa sia o non sia la bellezza, ma un dispositivo capace di far nascere altre domande.

Camilla spera che possa spingere chi lo utilizzerà a mettere in discussione quelle cose che diamo per scontate perché ormai considerate “normali” e a ricostruire la propria idea di bellezza. Soprattutto, vorrebbe che ragazze e ragazzi più giovani potessero trovare in quelle carte “una risorsa che avrei voluto avere anche io da piccola”. Grete immagina lo stesso gioco come un modo per riuscire a parlare proprio di ciò che più facilmente viene messo da parte o di cui ci si vergogna. Il gioco potrebbe allora diventare un piccolo varco, qualcosa che permetta di avvicinarsi insieme a parole come bellezza, pregiudizio, femminismo e autostima.

E mi piace pensare che il punto sia proprio questo: non arrivare alla fine sapendo finalmente che cosa è bello, ma avere qualche strumento in più per domandarsi chi ce lo ha insegnato, da quali immagini arriva, quali occhi stiamo usando quando ci guardiamo. Per questo credo fermamente che un progetto come WITCHES sia essenziale, perché non ci consegna un nuovo specchio nel quale finalmente piacerci sempre, ma ci aiuta a capire da quali sguardi è abitato quello che abbiamo davanti.

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generazioni, centrale fies, corpo, Stefania Santoni, Alessia Dulbecco, margherita paoletti
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