Contemporary Culture in the Alps
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Design

Kumi: quando una brezza diventa gioiello

Foglie, ombre e altre cose minuscole nel dialogo creativo tra Annika de Haen e Irene Delvai

13.10.2026
Francesca Fattinger
Kumi: quando una brezza diventa gioiello

© Anie Maki/Anna Michelotti

© Anie Maki/Anna Michelotti

Le foglie cadono, cadono come da lontano, come se giardini lontani appassissero nel cielo.
Rainer Maria Rilke

Mentre scrivo queste parole sono in terrazzo a godermi l’ultimo sole autunnale che scalda la pelle come un abbraccio delicato. Una foglia cade sul mio computer, portata da una brezza leggera, sembra un piccolo miracolo che dà senso a quello che sto facendo. Da amante delle foglie mi piace pensare che, ogni tanto, siano loro a venirci a trovare, comparendo quasi per caso nel mezzo delle nostre giornate, così come fanno certe ombre quando si allungano sui muri, le trame brillanti che la luce disegna sulle superfici, i sassi dalla forma strana che incontriamo camminando e che per qualche motivo ci costringono a fermarci. Sono tutte cose minuscole, presenze silenziose che spesso attraversiamo senza vederle e che, invece, basta uno spostamento dello sguardo per trasformare in qualcosa di prezioso. È proprio dalla “bellezza silenziosa delle foglie, delle pietre e delle ombre” che nasce Kumi, una serie di collane ideata da Annika de Haen e Irene Delvai, forme sottili in argento dorato sospese a cordoncini di seta colorata, leggere, come recita la descrizione che accompagna il progetto, “come una brezza”.

© Anie Maki/Anna Michelotti
About the authorFrancesca FattingerCon il cuore scalzo, alla continua ricerca del vuoto dentro di sé, quello che si insinua tra le [...] More
Prima ancora che dall’incontro tra due pratiche artistiche, però, Kumi sembra nascere dall’incontro tra due persone e da una relazione costruita nel tempo, attraverso circa otto anni di conversazioni, passaggi in laboratorio, consigli, scambi e piccoli gesti di reciproca disponibilità. Irene e Annika si conoscono al Manu di Bolzano, laboratorio aperto dove Annika aveva sistemato il proprio banco orafo e Irene, che già conosceva e apprezzava il suo lavoro, stava lavorando alla tesi e frequentando un corso di oreficeria. Una sera rimangono sole nel laboratorio e iniziano a parlare, “mi è piaciuto quello che stava facendo ma soprattutto lei come persona, credo sia stata simpatia a prima vista”, ricorda Annika. Da quel momento i loro percorsi continuano a incrociarsi, Annika aiuta Irene nella realizzazione di alcuni pezzi della tesi e, quando lei torna a Bolzano dopo alcuni anni trascorsi altrove, le apre le porte del proprio laboratorio, Irene a sua volta collabora ad alcune lavorazioni e la aiuta con i clienti. Tanto che Kumi, precisa Irene, non è propriamente la loro prima collaborazione, ma è la prima che decidono di firmare insieme: c’è un po’ di Annika nei pezzi della sua tesi e un po’ di Irene in alcuni lavori di Annika. “Abbiamo un gusto comune di fondo, che si sviluppa in modi diversi. Ma ci fidiamo molto dell’opinione dell’altra, quindi ci viene naturale collaborare”.
© Manuela Demattio

Quando chiedo loro di raccontarsi l’una attraverso gli occhi dell’altra, questa vicinanza emerge ancora più chiaramente. “Annika è una delle persone più generose che conosco. È un sole!”, scrive Irene, mentre Annika restituisce un’immagine molto quotidiana del loro rapporto: “Quando Irene passa sono sempre felice, abbiamo sempre da raccontarci, si siede per dieci o più minuti sulla mia poltrona e pian piano ci conosciamo meglio”. Per anni parlano della possibilità di creare qualcosa insieme, senza però forzarne la nascita, fino a quando l’occasione arriva con LUMO 2025 negli spazi di Lungomare e la decisione di partecipare insieme viene presa, racconta Annika, praticamente in un secondo. Anche questo mi sembra raccontare qualcosa di Kumi: un progetto che non nasce a tavolino dall’esigenza di far incontrare due linguaggi, ma da due linguaggi che, frequentandosi a lungo, a un certo punto trovano quasi naturalmente una forma comune.

© Anie Maki/Anna Michelotti

Quella forma parte da una collezione di pietre, foglie e fotografie di ombre raccolte da Irene, che le osserva e ne ridisegna i profili su una carta semitrasparente, per poi trasferirli su una sottile lamina d’argento precedentemente preparata da Annika. Le sagome vengono ritagliate e rifinite, Annika crea l’occhiello attraverso cui passerà il cordoncino e infine il ciondolo viene dorato attraverso un processo galvanico, depositando sull’argento un sottile strato d’oro. Dietro la semplicità apparente di queste piccole forme c’è però anche un viaggio, o meglio un modo diverso di imparare a guardare. Irene ha vissuto per sei mesi a Kyoto nel 2018 grazie a uno scambio universitario ed è poi tornata l’anno scorso in Giappone per un periodo di lavoro, non attraversandolo semplicemente come turista, ma abitandolo nella quotidianità di un quartiere residenziale. “Andare dall’altra parte del mondo per condurre una vita ‘normale’ ti fa rendere conto della differenza nelle piccole cose”, racconta, “a Kyoto passavo moltissimo tempo a guardare le ombre delle foglie, i segnali stradali, la forma dei sassi”. Una disposizione dello sguardo che Irene prova poi a riportare con sé, cercando la stessa capacità di sorpresa anche nel quotidiano più vicino, persino dentro la città.

© Anie Maki/Anna Michelotti

È dal Giappone che arriva anche un altro elemento che caratterizza fortemente Kumi, i sottili cordoncini di seta kumihimo, realizzati attraverso una tradizionale tecnica di intreccio giapponese, da cui deriva anche il nome della collezione. Quasi per coincidenza, mentre Irene sta tornando dal Giappone, Annika trova alcuni di questi cordoncini che vorrebbe utilizzare per appendere dei ciondoli e Irene le racconta di aver appena visitato proprio i luoghi in cui vengono prodotti, mostrandole fotografie e video della lavorazione. Il filo entra così nel progetto e incontra il metallo, il colore acceso della seta incontra la superficie dorata e opaca dei pendenti, la morbidezza dell’intreccio le forme essenziali di foglie, pietre e ombre. Anche le rispettive competenze si intrecciano senza necessariamente confondersi: Irene sviluppa il disegno, Annika mette in campo le tecniche orafe, mentre in alcuni momenti, come nel taglio delle lamine d’argento, le mani tornano a lavorare insieme. “È stato piacevole e facile”, racconta Annika, riconoscendo nella collaborazione anche qualcosa che spesso manca alla pratica individuale, qualcuno con cui confrontarsi, sviluppare nuove idee, ispirarsi e, qualche volta, motivarsi.

E poi Kumi lascia le loro mani per incontrarne altre, o meglio per incontrare altri corpi, perché un gioiello non è soltanto qualcosa da osservare, è un oggetto che viene scelto, indossato, portato con sé, che incontra la pelle e gli abiti e si muove insieme alla persona che lo fa proprio. “Quando vedo una mia creazione indossata da qualcuno che l’ha scelta e a cui piace, è bello vedere com’è sempre diversa da persona a persona”, racconta Annika, ed è forse qui che la collaborazione tra le due artiste si apre a una terza presenza, quella di chi sceglierà una di queste piccole forme e la porterà con sé.

 

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Tags

design, Annika De Haen, gioielli, Irene Delvai
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