L'architettura dell'essenziale tra poesia della materia, rigore strutturale e memoria

Nello spazio rarefatto in cui la materia incontra la linea pura, il superfluo è la prima cosa a cadere. Patrizia Bertolini muove i suoi passi in questo territorio di sottrazioni millimetriche, dove il disegno del prodotto celebra la forza silenziosa della struttura. Designer, docente, “falegnama” per autodefinizione d'inizio percorso, Bertolini ha la postura intellettuale di chi lascia che siano gli oggetti a parlare per lei, senza sovrastrutture, con la naturalezza di chi ha confidenza intima con la natura fisica delle cose.

L'itinerario comincia da lontano, tra il rigore formale dell'ISIA di Roma - l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, la culla del design pubblico pensata nel 1973 da Giulio Carlo Argan - e una formazione iniziale nella musica, presto abbandonata per le arti visive, fino all'approdo alla dimensione tridimensionale. Galeotta fu la lettura illuminante di Bruno Munari, scintilla che trasforma la curiosità in vocazione; poi l'incontro a Milano con Christof Burtscher, scultore e falegname austriaco, compagno di vita e di progetto, con cui fonda lo studio Burtscher&Bertolini, firma attiva fino al 2001, anno della scomparsa di Christof. Insieme diventano, negli anni Novanta, una coppia indissolubile in un mercato di individualisti, capace di unire l'esplorazione teorica alla verifica diretta in laboratorio, pialla alla mano, indagando la flessibilità e l'elasticità del legno. Da quel laboratorio artigiano nascono pezzi diventati pietre miliari, come il letto “Sottiletto”, prodotto da Horm e insignito della Menzione d’Onore al Compasso d’Oro nel 2001, in cui un semplice foglio di compensato di nove millimetri ritagliato restituisce rigidità e insospettabile elasticità.
La scomparsa improvvisa di Burtscher segna uno spartiacque umano e professionale drammatico, dal quale Bertolini riemerge scegliendo di continuare a tracciare la propria strada in solitaria. Abbandonata la scala 1:1 dell'officina artigiana, il suo metodo si ridisegna attorno alla pratica meticolosa dei modelli di studio in scala ridotta: piccoli prototipi, vere e proprie architetture concettuali dove il pensiero si fa tangibile. In questa seconda fase prende vita il tavolo “Autoreggente” (Horm): altro capolavoro di sintesi ingegneristica e dinamismo massello, premiato con una nuova Menzione d’Onore al Compasso d’Oro nel 2016. Quattro elementi a “L” che si sostengono a vicenda in un gioco di incastri autosufficienti, perfetto manifesto di un minimalismo che nasce dalla funzione e non dalla decorazione.


“Tutti i miei progetti sono figli, ma non mi lego alle cose che faccio - rivela con candore la designer -. Ciò che mi affascina è il processo: come un’idea prende forma, cresce, diventa grande. Poi gli oggetti devono fare la loro vita nel mondo”. Un'onestà intellettuale che non nasconde qualche rammarico per quei pezzi rimasti ingiustamente nell'ombra, come “Chinandu”, un letto concettualmente rivoluzionario dal peso piuma di soli sette chili, o “Cavalco a gondolo” per Pieces of Venice, un gioco poetico e contenitore realizzato recuperando il legno esausto delle briccole veneziane e i tessuti di scarto della storica tessitura Rubelli.


Se il legno resta la materia d'elezione per la sua carica culturale ed emotiva, l'indagine stilistica di Bertolini ha valicato i confini della falegnameria tradizionale per abbracciare il metallo e la riflessione filosofica. Ne è testimonianza la Collezione Torti: un’esplorazione del filo metallico che si arriccia su se stesso riducendo il volume allo scheletro essenziale della funzione. Presentata con una personale nella galleria d'arte contemporanea di Antonella Cattani a Bolzano, la serie flirta apertamente con la dimensione artistica: “In quella collezione c’è una riflessione sulla condizione umana, sull'avvolgersi su se stessi per trovare forza, sulla solitudine. Quando l'oggetto si carica di tematiche così intime o sociali, si allontana dalle logiche commerciali delle aziende per avvicinarsi alla dimensione dell’arte".

Questa capacità di trasformare la materia in racconto dell'attualità e della fragilità contemporanea emerge con forza nell'appendiabiti “Alex”, un pezzo carico di tensione etica ed ecologica realizzato in abete bostricato per il progetto promosso da Trentino Sviluppo. Dedicato alla figura di Alex Langer, l'oggetto affronta le ferite del territorio alpino - dalle ferite della tempesta Vaia all'epidemia del bostrico - e la devastazione umana dei conflitti contemporanei. “L'incastro apicale a nido di rondine in legno attaccato dal bostrico è una metafora dell’innesto - spiega Bertolini -: unire la parte malata alla base sana per dare vita a una nuova forma, un segno positivo di speranza che germoglia verso l'alto come un fiore”.


Il percorso espositivo della designer ha vissuto un'intensità eccezionale, culminata nella partecipazione al progetto Sciscioré, la prestigiosa piattaforma del design del Trentino Alto Adige applicato al gioco, curata con visione e sensibilità da Anna Quinz e approdata con successo sia negli spazi del Südtiroler Künstlerbund di Bolzano sia all'ADI Design Museum di Milano. Per l'occasione Bertolini ha portato la sua ricerca più pura sulla leggerezza, integrandosi perfettamente con lo spirito di una collettiva che rimetta al centro la verità del fare e il valore etico del progetto. Un momento di sintesi altissimo per una designer che, tra le aule della sede ISIA di Pordenone dove insegna da quattordici anni e il proprio studio, continua a muoversi come un battitore libero. Lontana dalle mode effimere e dalle strategie di comunicazione urlate, Patrizia Bertolini custodisce la dote rara di chi sa scolpire il vuoto con la sostanza delle idee.

