Dalla sala prove alla scena: dentro la creazione di Olivier Dubois con una comunità di donne tra corpo, memoria e trasformazione a Bolzano Danza 2026.

© Andrea Macchia
La danza come scoperta di una dimensione di sé più istintiva, essenziale.
Sentire che il movimento nasce dalla vita, nel qui e ora.
Sono attimi in cui non si può mentire.
La natura fisica ha la meglio sul pensiero. Lo guida, lo sorprende, lo illumina.
Interagendo con altri corpi, altre donne, qualcosa cambia.
Le distanze si accorciano. Sorrisi e sguardi arrivano prima delle parole.
Un linguaggio silenzioso prende forma, passo dopo passo.
L’epifania del sentirsi una, sentirsi tante, sentirsi insieme.
Con la danza non tutto si può raggiungere. Ma molto si può scoprire.
Forse oggi, forse domani. Chi prima, chi dopo.
Ognuna con il proprio tempo, con la propria storia, con la propria energia.
A fior di pelle.
Trovo difficile sintetizzare la varietà di sensazioni ed esperienze vissute nel corso del progetto Les Mémoires d’une seigneure. Per questo ho scelto un incipit dal carattere evocativo, per raccontare l’intensità di un percorso condiviso con altre donne attraverso la danza, e che ancora risuona a distanza di giorni.
Les Mémoires d’une seigneure è un’opera corale che parla di potere, vulnerabilità e trasformazione, ma soprattutto di relazione. Della possibilità di creare qualcosa che esista soltanto quando più persone decidono di condividere e abitare lo stesso spazio. Prima ancora di essere una performance di danza contemporanea, la nuova creazione di Olivier Dubois, con la sua compagnia, presentata il 24 luglio 2026 al Teatro Comunale di Bolzano nell’ambito di Bolzano Danza, è stata per me – come per altre donne – un’esperienza da vivere sulla pelle.

Sei giorni di prove, dal 18 al 24 luglio, per dare forma allo spettacolo. Ogni giornata è scandita da sei o sette ore di lavoro: riscaldamento, costruzione dei diversi quadri, pause brevi, correzioni, dimostrazioni, movimento continuo. Cyril Accorsi e Karine Girard guidano il gruppo con attenzione costante, Nicola Manzoni traduce, chiarisce, mostra. E poi arrivano gli interventi di Olivier Dubois, concentrati soprattutto sull’espressività e sulla forza emotiva dell’opera. Si comunica in francese, inglese, italiano, tedesco. Ma anche con sorrisi, sguardi e gesti. Il primo giorno ricevo un badge con la scritta “Dance Company”, seguita dal mio nome. Poche parole, ma sufficienti per farmi sentire parte di qualcosa che ancora non conosco.


Entrando nella sala prove al settimo piano del Teatro Comunale di Bolzano, ho la sensazione di varcare una soglia. Intorno a me ci sono una quarantina di donne in abiti comodi, leggings, sneakers, borse capienti da cui spuntano bottiglie d’acqua e snack. Il grande specchio, le sbarre a parete, le vetrate aperte sulla città, le linee di scotch sul pavimento che anticipano le future quinte teatrali. Poi arrivano le prime note, la musica avvolgente, il riscaldamento, la danza. Il corpo comincia a riconoscere un ritmo comune.
Il giorno successivo la sala sembra già meno estranea. I volti iniziano a riconoscersi, le distanze si accorciano. Prima dell’inizio delle prove e durante le pause pranzo nascono i primi momenti per conoscersi: piccoli racconti, domande, frammenti di vita condivisi.
Incontro Claire e Pascale, arrivate dalla Francia, entrambe già coinvolte in precedenti progetti di Olivier Dubois come interpreti non professioniste: per Claire è il terzo lavoro con lui, per Pascale addirittura il settimo. Conosco Linda, bolzanina di origine guatemalteca e danzatrice di dancehall, già parte di un progetto di Dubois nell’edizione precedente di Bolzano Danza, e Silvia, da Padova, che dopo anni dedicati ad altro torna a riavvicinarsi alla danza. Poi ci sono Maya dalla Russia, Holly dal Texas, Isabella da Bruxelles, Maddalena da Venezia e molte altre. Storie, età e provenienze diverse che, giorno dopo giorno, iniziano a intrecciarsi nello spazio della sala prove. Intanto la preparazione di Les Mémoires d’une seigneure entra nel vivo.
Il corpo si adatta al ritmo delle giornate e il riscaldamento diventa un rituale condiviso. Poco alla volta prendono vita i diversi quadri della performance. L’unico elemento scenico è un grande tavolo di metallo, pesante, attorno al quale si costruiscono molte delle azioni. Niente grandi artifici: il centro sono le relazioni, le distanze che cambiano, gli equilibri che si spostano, le emozioni che esplodono. Karine e Cyril con autorevolezza, passione e cuore osservano, correggono, intervengono. Un movimento, un ingresso, un tempo di attesa: i dettagli e le tempistiche assumono via via un loro peso.


La danza, però, non è l’unico linguaggio utilizzato. Camminiamo, corriamo, usiamo la voce, costruiamo una solida montagna, appoggiandoci una sull’altra. Leggiamo un testo in italiano, scegliendo frasi da pronunciare in scena: i bisbigli diventano grida, le risate si trasformano in rabbia ed invettiva, le parole acquistano una forza fisica. È sorprendente scoprire quanto rapidamente il corpo possa veicolare emozioni diverse e potenti.
Quando arriva Marie-Laure Caradec, gli equilibri della sala cambiano ancora. Il suo ingresso tuttavia non crea distanza, ma apre un nuovo dialogo, fatto di ascolto e scambio. Diventa un punto di riferimento con cui confrontarsi attraverso il movimento, una presenza forte, che riempie la scena senza mai sovrapporsi all’energia generale.
Nei giorni successivi anche Olivier Dubois entra sempre più nel processo creativo. Le sue indicazioni riguardano soprattutto una qualità di presenza. Con il suo carisma ci chiede di essere lì con tutto il corpo, con la nostra energia, con ciò che siamo: con le nostre domande, le nostre insicurezze e le motivazioni più profonde che ci hanno spinto a partecipare al progetto. Non cerca una perfezione tecnica, ma una presenza autentica. Il centro del lavoro non è diventare qualcun’altra, ma portare nello spazio qualcosa di personale e metterlo in relazione con le motivazioni che animano le altre. È forse questo l’aspetto più sorprendente del percorso: scoprire che la performance non richiede di nascondere le proprie fragilità, ma di trasformarle in una forza condivisa.
Dopo quattro giorni di prove, gli ultimi due incontri si spostano anche sul palcoscenico. La sala lascia spazio al teatro. Ne prendiamo lentamente le misure: esploriamo il dietro le quinte, impariamo a riconoscere i segni sul pavimento, memorizziamo traiettorie e posizioni. Poco alla volta anche la scena smette di essere un luogo sconosciuto. Le luci si accendono, la musica fluisce e rimbomba. I corpi trovano il proprio posto. Ciò che fino a poco prima era un insieme di quadri, frammenti e sensazioni inizia a diventare un'opera coesa.
Solo alla fine ci viene consegnata la scaletta complessiva dello spettacolo: le diverse sequenze finalmente ricomposte, la continuità musicale, il filo che unisce ogni parte. È elettrizzante accorgersi come ogni quadro sembri avvicendarsi naturalmente, dopo averlo costruito insieme e senzo averlo mai completamente razionalizzato, fino a quel momento.
Arriva la sera dell'evento. L'emozione è palpabile, ma c'è anche tanta voglia di divertirsi. All’inizio la scena appartiene a Marie-Laure Caradec. Il suo solo apre lo spettacolo: una presenza singola, potente e vulnerabile, che attraversa diverse trasformazioni. La figura della regina emerge nella sua complessità: è autorità e fragilità, forza e solitudine, guida e corpo attraversato dal dubbio. Nella sua mano appare la spada, simbolo del potere e dell’autorità, ma anche richiamo alla forza interiore che attraversa tutta l’opera: la capacità di affrontare il conflitto e trasformarlo. Poi è il momento del nostro ingresso.
Non siamo tutte presenti: alcune partecipanti scelgono di non affrontare questa parte dello spettacolo, che richiede un’esposizione fisica ed emotiva particolare. In jeans e a torso nudo, ci troviamo davanti al pubblico senza protezioni. La rabbia, il riso, la provocazione e il grido attraversano la scena. Abbiamo corpi, storie e percorsi diversi, ma in quel momento qualcosa cambia: le differenze rimangono e, allo stesso tempo, si trasformano in un’unica energia.


Les Mémoires d’une seigneure arriva a Bolzano a dieci anni di distanza da Les Mémoires d’un seigneur, creazione del 2015 pensata per interpreti maschili. Oggi Olivier Dubois torna su quel materiale per attraversarlo da un’altra prospettiva. Non una semplice versione al femminile, ma una nuova opera, con un ripensamento profondo della figura che ne è al centro. La regina di Dubois non è un personaggio storico, ma un archetipo: porta dentro di sé immagini antiche e stratificate della donna, dalla guerriera alla madre, dalla sovrana alla figura vulnerabile attraversata dal conflitto. Nella costruzione dell’opera risuonano suggestioni appartenenti a immaginari diversi: la dimensione del mito, il senso del sacro, le grandi figure femminili della storia e della letteratura, fino alle atmosfere del dramma shakespeariano. Una costellazione di riferimenti che non viene citata in modo narrativo, ma si esprime attraverso le immagini e le trasformazioni evocate sulla scena.
Attorno alla regina ci siamo noi, un coro di donne: una comunità. Le presenze si avvicinano, si sostengono, si contrappongono. Il potere non appare mai come qualcosa di individuale: nasce e si modifica nella relazione, nel continuo equilibrio tra singolo e collettività. È proprio qui che emerge uno dei temi più profondi dell’opera: la forza della sorellanza. Non come un concetto astratto, ma come un’esperienza concreta che prende forma nei gesti e nelle relazioni costruite via via fino all'apice emozionale della performance.
Lo stesso Dubois ha raccontato di aver scoperto, attraverso questo lavoro, una dimensione della relazione tra donne che non aveva soltanto studiato, ma potuto vivere direttamente. Una scoperta nata dall’incontro e dalla fiducia reciproca tra chi crea e chi attraversa la scena. Dubois non racconta una storia lineare, ma costruisce immagini, stati emotivi e trasformazioni. La scena attraversa temi come il dominio, la ribellione e la costruzione di una comunità, lasciando che siano i corpi a custodire la memoria e il significato dell’opera.
Anche gli elementi scenici partecipano a questa costruzione. Il grande tavolo metallico diventa un punto di incontro e confronto, mentre la spada della regina rimane come segno di un potere continuamente interrogato e trasformato. Gli impulsi delle musiche di François Caffenne e il disegno luci di Emmanuel Gary accompagnano il passaggio dalla dimensione individuale della protagonista alla forza del gruppo. Soltanto poco prima di calcare il palco – ci è stato consegnato anche il testo scritto da Olivier Dubois che conclude l’opera: una poesia che arriva come l’ultimo tassello di un’esperienza che si è articolata in una sorta di crescendo: in un percorso di consapevolezza individuale e collettiva. Dopo giorni trascorsi a cercare un ritmo comune e a trasformare il desiderio individuale in energia condivisa, anche le parole conclusive arrivano come una rivelazione.



Nel finale il palco si svuota lentamente. Ci alziamo una alla volta, abbandonando la scena. Rimane soltanto Marie-Laure Caradec. La sua presenza riempie lo spazio mentre una voce fuori campo pronuncia, in francese, le parole della poesia di Dubois. È un momento sospeso, in cui il corpo e la voce si giustappongono e l’impatto del movimento e della musica lasciano spazio alla riflessione. Le ultime parole risuonano come una dichiarazione di resistenza:
«Alla storia, dico io alla storia! Sono ancora viva!»
Un finale che sembra raccogliere l’intero viaggio dell’opera: il corpo fragile, il corpo esposto, il corpo collettivo, fino alla possibilità di trasformarsi e continuare a esistere.