L’inizio del racconto di quello che sarà il finissage della mostra “Es war einmal…” di Philipp Klammsteiner e Pablo Perra nelle ex carceri di Kaltern Caldaro

Es war einmal, © Pablo Perra/Matteo Jamunno
Con questo caldo le uniche cose che ho voglia di fare sono: aprire il freezer per cercare il gelato, mangiare il gelato, uscire per andare al supermercato (dove c’è una potente aria condizionata che a casa non mi posso permettere), andare nel reparto surgelati, aprire uno di quei frighi giganti pieni di gelato, prendere una confezione di gelato, tornare a casa e ripetere tutto dall’inizio infinte volte.
Una cosa che non ho proprio voglia di fare è scrivere.
Cioè, mi piace sempre eh, ma sono anche stufo della povertà che circonda il mondo dei testi scritti attuali, a causa delle intelligenze artificiali che producono un’innumerevole quantità di pagine piene di parole senza il minimo contenuto.
Così mi sono detto, già che c’è un’ai da qualche parte che sta consumando l’acqua che mi spetterebbe per fare la doccia e che non posso fare a causa sua, tanto vale chiedere a essa di scrivere un articolo.
Le spiego di cosa ho bisogno. Lo scrive in pochi secondi, senza sofferenza, senza insicurezze.
Lo leggo.
Cinque pagine di parole prive del minimo contenuto.
Ora direte voi, “Guarda che qua siamo oramai a un bel po’ di frasi e anche tu non è che ci stai mettendo chissà che contenuti”. Allora, innanzitutto stiamo calmi. Poi ve l’ho detto che fa troppo caldo per essere creativi e produttivi. Secondo voi perché me ne sono andato a Vienna? Mica per divertirmi per le strade. Per scrivere ed essere produttivo e una volta qua me lo potevo permettere. Le estati erano miti. Ora l’unico mito che resta è quello delle estati passate. Me ne sarei dovuto andare a vivere a Barcellona. Non sarei stato produttivo ma sicuro avrei investito nella vita notturna e ora avrei storie da raccontare che non riguardano solo l’uscire a comprare il gelato.


Io gliel’ho scritto a Pippo qualche tempo fa. “Certo, mi farebbe piacere venire all’inaugurazione della vostra mostra, ma non mi fido a uscire di casa con sto tempo. Fa caldo. C’è troppo sole e mi sa che in treno il gelato si squaglia”. Così ho mancato l’appuntamento dell’opening.
Ho paccato la mostra che hanno fatto due miei carissimi amici insieme: Philipp Klammsteiner e Pablo Perra. Personaggi che hanno popolato la mia adolescenza con i loro leggendari modi di esistere e che adesso hanno collaborato per rendere fiabesche le pareti dell’ex carcere di Caldaro.
In effetti non ci volevo credere quando ho letto l’invito. La prima domanda è stata: “Ma davvero c’era un carcere funzionante a Caldaro?”. La risposta è: sì, stava pure in centro città e molti raccontano che, negli anni 60, prima che chiudesse, potevi tranquillamente passarci davanti sulla strada per andare a scuola e salutare i detenuti. La seconda domanda che mi sono posto è stata: “Ma a chi diavolo viene in mente di aprire una galleria d’arte in un carcere?”. Qua non ho avuto risposta immediata. Ho solo pensato che non è una cattiva idea, ripopolare uno spazio che prima era di confinamento, con arte e creatività e fuga dalla realtà. Sicuramente è meglio di uno Zara.
Provo a sentire Pippo, gli scrivo. Niente. Strano.
Provo a sentire Pablo, gli scrivo. Niente. Ok questo non è strano, accade spesso. Pablo ci mette qualche giorno a rispondermi ma Pippo no, Pippo risponde sempre. Qualcosa non quadra.

Mi mangio le mani per essermela persa, per questo cerco di contattarli ma niente. Non ci riesco.
Sento Miguel, il fratello di Pablo, dopo anni che non mi faccio vivo ma dovete sapere, tra Berlino e Vienna non corre buon sangue. Mi dice che L’ultima volta che ha sentito Pablo gli aveva detto che doveva controllare la mostra, perché gli era parso che qualcosa non fosse in ordine. Una delle sue sculture, me lo dice sghignazzando, si era mossa. Gli chiedo di spiegarmi meglio. “Ma non lo so, mica ho capito. Diceva che i giocattoli, erano in una posizione, chiudevano la mostra, passava la notte e al mattino li trovavano sparsi ovunque, come se qualcuno li avesse presi a calci. Io gli ho detto che non c’era da preoccuparsi, che magari erano caduti, ma lui si era fissato. Così è tornato al carcere più volte per verificare e niente, ogni mattina, i giocattoli erano da un’altra parte, senza che nessuno entrasse nella mostra. Ha chiesto le chiavi a Pippo e non so come poi però lo ha convinto e hanno deciso di passare una notte insieme nelle sale. Da allora boh, non lo sento più. Ma vedrai che non è niente, sai come è fatto, si sarà dimenticato di caricare il telefono. Però ecco, se passi, vai a controllare come stanno”.

Io sono un noto cacasotto. Ma proprio fin da bambino, se c’era da fare una di quelle prove di coraggio insieme a tutti gli altri bambini del cortile, io tornavo a casa perché mi veniva il mal di pancia. Una volta ero al cinema e vidi il trailer di un film horror, neanche tutto il film, solo il trailer, e non fui in grado di dormire per tre mesi perché continuavo a sognare quella scena del trailer. Ho mollato non so quanti videogiochi perché mi facevano troppa paura. Una volta ho letto Stephen King ma chiudendo gli occhi durante le pagine più raccapriccianti. Non guardo il telegiornale da anni perché non voglio sapere cosa dicono i politici e nemmeno il mio estratto conto, perché tutto mi fa troppa paura.
Quindi potete immaginare quello che ho detto a me stesso, dopo che Miguel mi ha raccontato questa storia. “Ma proprio col cavolo che vado di notte nel carcere a controllare come stanno Pippo e Pablo”. Se la sono andata a cercare, mica come me, io al massimo esco per il gelato.


Vibra il telefono, un messaggio. È Pippo.
- Vieni a trovarci. Qua è tutto. Bellissimo. La mostra, c’è. Ancora.
- Ma Pippo, ho sentito voci strane. Sono giorni che sei sparito e adesso te ne esci fuori così?
- Qua. Tutto bellissimo. Vieni a trovarci. Ci sono favole.
- A me piacciono le favole, e anche il concetto, di portare storie di fantasia in un luogo che ha racchiuso le notti insonni e disperate di chissà quanti carcerati. Però devo capire che vi è successo. Pablo è con te?
- Pablo. Qua. È tutto bellissimo.
- Pippo ma come diavolo stai scrivendo? Mi fai paura.
- No paura. Vieni. A trovarci. Pablo qua. Pablo, insieme. Va tutto bene. Entra. Ricordiamo il passato, insieme. È tutto bellissimo.
- No no no, sei strano. Non vengo. Figurati. Mi cago sotto per molto meno.
- Abbiamo il gelato…
- Quando hai detto che c’è il finissage?
Salgo sul primo treno, fuori fa troppo caldo e finisco il gelato sul bus per la stazione.
Volete sapere come va avanti la storia?
Se ho trovato i miei due amici?
Beh allora dovete venire il 30 luglio alle 19:00 a Gefängnis Le Carceri, Pater Bühel, Caldaro Kaltern. Venite perché io ho paura di andarci da solo.