Dal 4 luglio al 27 settembre 2026, Palazzo Migazzi a Cogolo di Peio ospita la mostra curata da Alessio Ramundo: un percorso tra lino e legno che rilegge strumenti, gesti e saperi della tradizione attraverso lo sguardo del design contemporaneo.

© t-space studio
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Hanno forme semplici, nate dall’uso e perfezionate nel tempo, ma raccontano una storia complessa fatta di materia, lavoro e conoscenza. Custodiscono gesti tramandati di generazione in generazione, soluzioni nate dall’esperienza e un rapporto profondo tra le persone e ciò che le circondava. Una storia che affonda le radici nel passato, ma che oggi può ancora aprire nuove prospettive e generare nuove narrazioni, se riportata alla luce e condivisa.
Sono gli strumenti protagonisti di Utensili obliati, la mostra curata dal designer Alessio Ramundo che dal 4 luglio al 27 settembre 2026 porta a Palazzo Migazzi, a Cogolo di Peio, un percorso dedicato alla cultura materiale della Val di Peio e della Val di Sole attraverso gli oggetti della tradizione del lino e del legno.
Frutto di una ricerca sul campo durata oltre cinque anni, la mostra raccoglie una selezione di utensili originali legati alle filiere storiche del territorio, riportando alla luce non solo la funzione tecnica degli strumenti, ma anche il patrimonio di gesti, competenze e conoscenze che essi custodiscono.

Il progetto nasce dalla volontà di osservare questi oggetti attraverso una prospettiva contemporanea, superando l’idea del semplice reperto etnografico. Utensili obliati non propone una celebrazione nostalgica del passato, ma una riflessione sul valore della cultura materiale e su ciò che rischia di andare perduto quando un sapere smette di essere praticato e trasmesso. Impugnature consumate, superfici levigate dal tempo, segni lasciati dall’uso quotidiano: ogni utensile conserva le tracce di un rapporto diretto tra mano e materia.
Sono testimonianze di un’intelligenza pratica costruita attraverso l’esperienza, che non può essere trasferita soltanto attraverso documenti o archivi, ma vive nella continuità del gesto.
Originario della Val di Peio, valle alpina laterale della Val di Sole nel Trentino occidentale, Alessio Ramundo si forma in product design alla NABA di Milano. Designer con base a Milano, lavora tra product design, spatial design e direzione creativa, sviluppando progetti in cui materiali, saperi artigianali e linguaggi contemporanei dialogano tra loro. Da questa ricerca nasce ADES, piattaforma dedicata all’incontro tra manualità tradizionale, sostenibilità e design, attraverso la rilettura di antichi saperi in chiave contemporanea. Il suo percorso sul rapporto tra progetto e cultura materiale si è sviluppato anche attraverso partecipazioni espositive come Sciscioré. Il gioco come gesto alpino, curata da Anna Quinz presso l’ADI Design Museum di Milano nel 2026.
La ricerca alla base di Utensili obliati nasce dall’incontro con artigiani, custodi dei saperi locali e realtà del territorio, tra cui il gruppo di donne dell’Ecomuseo della Val di Peio impegnato nella coltivazione e lavorazione tradizionale del lino. Un’indagine che ha portato alla luce il valore progettuale di strumenti apparentemente semplici, dove forma, funzione e uso coincidono in un equilibrio costruito nel tempo.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso due sezioni dedicate alle principali filiere produttive del territorio. La prima è dedicata al lino e accompagna il visitatore attraverso le diverse fasi della lavorazione, dalla coltivazione alla filatura, raccontando un’attività che fino alla metà del Novecento rappresentava una componente importante dell’economia domestica alpina.



Arricchiscono la mostra una serie di fotografie d’epoca provenienti dall’Archivio fotografico storico provinciale di Trento e dall’Archivio fotografico di Peio, che riportano gli strumenti al loro contesto quotidiano, mostrando il legame tra gli oggetti, le persone che li utilizzavano e i gesti attraverso cui i saperi venivano tramandati.
Anche l’allestimento riflette questa filosofia. Progettato da Ramundo, è composto da supporti essenziali in legno realizzati per accompagnare gli utensili senza sovrapporsi ad essi, lasciando emergere la qualità della materia e le tracce lasciate dall’uso.
«Quello che mi ha colpito di più, in cinque anni di ricerca, non è stata soltanto la complessità tecnica di questi strumenti, ma la loro qualità formale – racconta Alessio Ramundo –. Sono oggetti belli nel senso più preciso del termine: forma e funzione coincidono con una precisione che non lascia nulla al caso. È un design nato dall’esperienza pratica, perfezionato nel tempo, senza autore».


Con Utensili obliati, gli strumenti della tradizione tornano così a essere letti non come semplici oggetti del passato, ma come esempi di intelligenza progettuale costruita nel tempo. Un patrimonio capace ancora oggi di interrogare il nostro modo di produrre, progettare e attribuire valore alle cose, riportando al centro una domanda essenziale: cosa perdiamo quando smettiamo di trasmettere un sapere?