
© Christian Parolari
Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani
C'è qualcosa di profondamente attuale in questi versi di Goliarda Sapienza, perché non parlano soltanto di linee che separano, ma di gesti apparentemente opposti che convivono nello stesso spazio: dividere e unire, trattenere e lasciare andare, distinguere e mettere in relazione. In questi versi il confine non è una barriera immobile, è un luogo dinamico, una soglia e uno spazio sempre e comunque attraversabile. È forse anche per questo che mi sembrano offrire un'introduzione perfetta a Trentino2060, il festival che dal 24 al 28 giugno torna tra Pergine Valsugana, Levico Terme e Borgo Valsugana con un titolo che è già una dichiarazione d'intenti: “Confini. Disegnare il futuro”.
In un tempo in cui la parola "confine" torna quotidianamente nel dibattito pubblico, dalle guerre alle migrazioni, dalle trasformazioni tecnologiche alle nuove polarizzazioni sociali, il festival sceglie infatti di sottrarla alla sua interpretazione più immediata. Il confine non è quindi soltanto linea di separazione, ma spazio di relazione, non limite invalicabile, ma luogo in cui può ancora accadere qualcosa.
Una prospettiva che assume un significato particolare in Valsugana, territorio che vive esso stesso una condizione di confine: geografico, culturale, talvolta persino simbolico. È proprio da qui che nasce una delle intuizioni più interessanti di Trentino2060: l'idea che le aree periferiche non debbano limitarsi a subire i cambiamenti prodotti altrove, ma possano diventare luoghi in cui si elaborano visioni, si costruisce cittadinanza e si immaginano futuri possibili.
Ed ecco un altro aspetto chiave di Trentino2060: non tanto avere l'ambizione di fornire risposte definitive, quanto la volontà di creare le condizioni per porre domande migliori. In un momento storico che spinge continuamente verso appartenenze rigide e opinioni immediate, il festival sembra rivendicare un'altra possibilità: quella di sostare nel confine, ascoltare posizioni diverse e, magari, cambiare idea.
Dal 24 al 28 giugno questo esercizio collettivo di immaginazione prenderà forma tra Pergine Valsugana, Levico Terme e Borgo Valsugana. In programma ci saranno architettura, economia, intelligenza artificiale, geopolitica, giornalismo, spazio, democrazia e nuove generazioni, con ospiti come Mario Cucinella, Tito Boeri, Maria Chiara Carrozza, Nello Cristianini, Serena Mazzini, Roberto Battiston e Alessandro Masala. Tutti gli appuntamenti sono gratuiti e aperti al pubblico, con prenotazione prevista solo per alcuni eventi in caso di maltempo o per l’evento ad Arte Sella.
Perché, come ricorda il nome stesso del festival, il 2060 non è una data lontana da contemplare, ma un orizzonte da cominciare a costruire adesso.

Ne ho parlato con Davide Battisti, direttore scientifico di Trentino2060.
In questi anni avete percepito un cambiamento concreto nel territorio?
La prima cosa che abbiamo scoperto è che il territorio aveva fame di momenti collettivi in cui ragionare su questi temi. Quando siamo partiti nel 2019 non era affatto scontato. Oggi il panorama culturale della Valsugana è completamente diverso rispetto a dieci anni fa. Non è merito nostro, naturalmente, ma è bello sentirsi parte di questo processo. Sempre più spesso si parla della Valsugana come di una "valle della cultura" e vedere nascere questa sensibilità è qualcosa che ci rende felici.

Che ruolo può avere un festival in un territorio periferico?
Un evento culturale non può essere un fine. Può però creare connessioni. Può mettere in contatto persone che condividono valori e visioni simili, favorire collaborazioni e generare altri progetti. Noi crediamo che la cultura possa aiutare una comunità a formare una cittadinanza più consapevole. Può permettere alla futura classe dirigente di incontrarsi, conoscersi, costruire ponti e immaginare insieme il territorio che vorrebbe abitare nei prossimi venti o trent’anni.
Sfogliando il programma si passa dall'architettura all'intelligenza artificiale, dalla geopolitica all'etica digitale. Come avete costruito questa edizione? C'è qualche incontro che senti particolarmente rappresentativo?
Abbiamo costruito il programma lungo tre direttrici. La prima è quella del "territorio", che vuole indagare il rapporto tra città e periferie per cercare di immaginare il futuro dei nostri contesti. Lo facciamo attraverso tre dimensioni: l'architettura, con Mario Cucinella e il tema del dare forma ai territori di confine; le infrastrutture, che per noi sono un po' come il sistema circolatorio del corpo umano; e infine la dimensione economica, che affronteremo con Tito Boeri. Poi ci sono gli elefanti nella stanza che non possono essere accantonati. Uno di questi è certamente l'intelligenza artificiale, ma più in generale tutte le "sfide globali" che stanno ridefinendo il presente. Per questo parleremo di ricerca scientifica, di geopolitica, di spazio e di nuove frontiere tecnologiche. Infine, c'è la dimensione delle "idee". Io sono filosofo di formazione e forse questo è un mio bias, ma cerchiamo sempre di interrogarci su come cambiano le idee attraverso cui interpretiamo il mondo. Alla fine noi vediamo la realtà attraverso le idee che abbiamo. Per questo dobbiamo capire come queste si trasformano alla luce degli sconvolgimenti economici, politici e sociali che stiamo vivendo. L'intelligenza artificiale, per esempio, la affrontiamo sia da una prospettiva tecnica sia dal punto di vista delle relazioni umane. Con Serena Mazzini parleremo di come l'IA stia modificando la nostra intimità e il nostro modo di stare insieme. Con Maria Silvia Vaccarezza affronteremo invece il tema dell'etica nell'epoca dei social e degli influencer, che spesso diventano punti di riferimento morali. Attraverso queste tre linee direttrici vogliamo parlare di confini e capire come si manifestano nel territorio, nelle grandi sfide globali e nelle idee che orientano il nostro modo di vivere.

Il festival è organizzato da un gruppo under 35. Quanto conta questa dimensione generazionale?
Conta molto. La nostra non è un’operazione calata dall’alto. Siamo partiti da un bisogno che sentivamo in prima persona: la mancanza di luoghi dove incontrarsi e parlare di cose scomode. Si dice spesso che a tavola non si parla di religione e politica. Ecco, noi invece volevamo proprio parlare di religione e politica, perché sono temi che determinano la nostra identità e il nostro modo di stare insieme. All’inizio eravamo in due. Oggi siamo una squadra composta da persone che portano nel festival competenze professionali diverse. Ci piace definirci una piccola startup culturale che mette le proprie competenze al servizio del territorio.
Se potessi guardare al 2060, quale eredità vorresti che lasciasse il festival?
Un festival è soltanto una miccia e la cultura è uno strumento di innesco. La speranza è che le idee portate dal festival possano contribuire a rendere più informate, autonome e consapevoli le scelte collettive delle persone che abitano questo territorio. C’è un episodio che racconto spesso. Nel 2021 invitammo Elsa Fornero, in un momento molto difficile. Dopo l’incontro una signora si avvicinò e le disse: "Non ero d’accordo con lei, ma adesso ho capito". Ecco, questo è l’obiettivo. Non convincere le persone a pensarla come noi, ma creare le condizioni, perché possano avere la possibilità di cambiare idea.