
© ph Karla Voleau
© ph Karla Voleau
Nel design contemporaneo spesso accade che la forma arrivi troppo presto: prima della domanda, prima della necessità, a volte persino prima del pensiero. Ignacio Merino lavora in direzione opposta: il suo approccio parte dal metodo, dall’analisi, da un confronto rigoroso tra materia, tecnologia e funzione, in cui l’oggetto non è mai una dichiarazione estetica ma il risultato di un processo critico. Il suo percorso, tra ricerca accademica e progettazione industriale, riflette proprio questa idea di design come pratica capace di interrogare continuamente se stessa. Per Merino, la metodologia è ciò che permette di capire se un progetto sta davvero rispondendo a un bisogno o se, al contrario, sta semplicemente inseguendo una possibilità tecnica. Un antidoto a quel “soluzionismo tecnologico” che spesso confonde innovazione e automatismo.
Anche la forma, in questa prospettiva, cambia statuto: non è qualcosa da imporre, ma qualcosa che emerge dal progetto stesso, attraverso materiali, funzioni e processi produttivi. Un’estetica che non cerca di essere “esca brillante”, ma che prova a sottrarsi alla logica del consumo rapido dell’attenzione, inseguendo invece una coerenza più silenziosa e duratura.
È forse qui che si colloca il tratto più interessante del suo lavoro: in un momento in cui il design è spesso chiamato a produrre velocemente, Merino insiste sul diritto del progetto a rallentare, interrogare, persino generare domande invece di limitarsi a dare risposte. Un design meno spettacolare, ma forse proprio per questo più radicale.


Mi piace pensare che il linguaggio del prodotto debba essere la conseguenza della funzione e che venga scolpito attraverso lo studio dei materiali e dei metodi produttivi che si hanno a disposizione. Quindi, il linguaggio o l'estetica del prodotto si scopre attraverso questo stesso processo di depurazione tecnica, e non imponendo una forma a priori dettata dalle tendenze. Diciamo che, allontanandoci dalla necessità di creare un'“esca brillante” per l'iperconsumismo, l'aspetto dell'oggetto diventa il risultato onesto della sua stessa costruzione e della tecnologia impiegata. È un linguaggio che si scopre spogliando il prodotto dagli artifici, ottenendo oggetti industriali che possano vivere in secondo piano, lontani dal ritmo frenetico della moda e centrati sulla pura coerenza tra la necessità dell'utente, il materiale e l'ambiente.
Nei tuoi progetti la tecnologia non appare mai come semplice innovazione formale. Quando una tecnologia diventa davvero significativa per te, oltre l’efficienza o la performance?
Una tecnologia mi risulta interessante quando ha la capacità di risolvere o affrontare una questione richiesta dal prodotto che stiamo progettando. Non credo che dobbiamo utilizzare la tecnologia come principale motore dell'innovazione, perché altrimenti ci troveremmo in un sistema in cui centriamo tutti gli oggetti attorno ad essa. Questo sarebbe un errore, poiché spesso tendiamo a ricorrere a tecnologie non di questo tempo, ma di altri, per poter risolvere problemi attuali. Credo sia importante evitare di cadere nel “soluzionismo tecnologico” e di credere che lo strumento più moderno sia sempre l'unica risposta.
Il metodo di progettazione è il processo grazie al quale arriviamo a un risultato ottimale e ideale di un oggetto. A seconda della premessa, ci sono progetti che nascono da una specifica necessità funzionale, mentre altri partono da una possibilità tecnologica (che si tratti di materiali, processi o tecniche). A volte la tecnologia diventa un elemento fondante del progetto, altre volte no. Pertanto, non si deve anteporre a priori l'uso della tecnologia senza capire la specifica necessità che il prodotto deve risolvere; il suo uso deve essere studiato per capire quanto abbia senso implementare un tipo piuttosto che un altro. Tutto ciò crea un orizzonte che è necessario analizzare con dedizione prima di iniziare, per evitare così di forzare l'implementazione senza conoscerne le conseguenze.



Nel progetto Sustainable Smart Parasite (SSP) avete lavorato su nano-elettronica e tecnologie stampate: ti interessa più immaginare nuovi oggetti o nuovi comportamenti intorno agli oggetti?
Nel progetto SSP ho lavorato come assistente di ricerca sotto la supervisione di Nitzan Cohen alla unibz. Insieme al team di ricerca abbiamo avuto la possibilità di concepire oggetti la cui materialità fosse incentrata sulla leggerezza e sull'immediatezza dei processi di stampa. Durante questo progetto ci è stato impossibile ignorare il fatto che, confrontandoci con una tecnologia non ancora vista nel mercato dei prodotti quotidiani, dovevamo creare non solo il progetto in sé, ma anche l'interazione attorno all'oggetto. Da un lato, bisogna concepire la materia dell'oggetto attraverso le possibilità della tecnologia, così come comprendere in che modo l'utente si relazionerà con questa novità.
Si tratta di un nuovo paradigma fisico di oggetti, in cui l'elettronica stampata diventa l'interfaccia. La tecnologia è sia l'interfaccia che la superficie materiale dell'oggetto; è come se l'oggetto non avesse un involucro che ne protegge l'interno e un interno protetto dall'involucro, ma al contrario la scocca stessa, la pelle dell'oggetto, è anche il contenuto dello stesso. In questo progetto è stata molto interessante la possibilità di lavorare a questo livello di interazione tra utente, tecnologia e l'ambiente con cui questo prodotto andrà a relazionarsi.

Oggi il design parla spesso di sostenibilità attraverso materiali e processi. Pensi che esista anche una sostenibilità estetica? Un modo di progettare immagini, forme e prodotti che non consumi immediatamente l’attenzione?
È molto interessante questa domanda, perché è vero che della sostenibilità si è sempre parlato dalla prospettiva del ciclo di vita del prodotto; vale a dire, quanto ci si aspetta che il prodotto viva, quali materiali utilizza e successivamente come sono le fasi di riciclo dei suoi componenti. La questione è che in tutto questo non si parla mai del ciclo di consumo del prodotto. E soprattutto, di quale sia la necessità delle aziende produttrici che il prodotto venga riacquistato per potersi mantenere in vita, per avere una “sostenibilità come azienda”, diciamo così.
In questa fase del tardo capitalismo in cui ci troviamo, il sistema di scambio dei beni vive in tensione, proprio come se si trattasse delle corde di una chitarra. Le aziende, soggiogate da una necessità imperativa di vendere a causa dell'immensa competizione, sembrano aver configurato il sistema mediatico e di marketing per continuare a far evolvere il loro portfolio di prodotti in maniera esaustiva. L'immagine diventa un mezzo fondamentale per la vendita. Internet è violento al giorno d'oggi, uno spazio ad alta velocità e di scambio di immagini, ognuna più veloce della precedente. Siamo come pesci in un lago in attesa che cada quell'esca brillante che catturi la nostra attenzione.
Quindi, riguardo a come poter progettare estetiche che non consumino attenzione, dalla prospettiva di un designer direi che la cosa più interessante oggi è non dedicarsi a prodotti commerciali in cui la tendenza detta un ritmo e la moda detta una forma. Al contrario, bisogna concentrarsi sulla progettazione di prodotti più industriali gestiti da aziende locali, che non sono legati alle tendenze di mercato e dove poter innovare attraverso l'osservazione e l'analisi. Per evitare così di cadere nella trappola del design per l'iperconsumismo.
Lavori in un ambito molto tecnico, ma nei tuoi progetti rimane sempre una componente quasi speculativa, di ricerca aperta. Quanto conta, per te, lasciare che un progetto generi domande invece di risolvere problemi?
Comprendo che la pratica del design abbia una dualità fondamentale. Da un lato, funziona come canale di risoluzione di problemi specifici legati alle necessità di utenti e clienti attraverso un'applicazione pragmatica nel presente. Dall'altro lato, però, il design può essere utilizzato come elemento veicolare per un messaggio o per un'interlocuzione. Attraverso l'oggetto, si possono affrontare questioni che sono aperte nel presente come critica, osservazione o analisi del nostro comportamento umano.
In relazione a questo, credo che Anthony Dunne e Fiona Raby siano due esempi eccellenti per comprendere questo spazio di possibilità tra il progettare per l'industria e il progettare come strumento di dialogo, critica ed educazione. Nei progetti che ho sviluppato all'università come assistente di ricerca, ho potuto lasciare aperte molte domande che permettano un dialogo con il pubblico, non senza tenere in considerazione la fattibilità degli oggetti. Credo che il design, all'interno della cornice del design speculativo, possa essere molto utile sia per i designer che per l'industria stessa. Ciononostante, come designer industriale, spero sempre di essere riuscito ad arrivare a soluzioni pratiche e fattibili per le aziende o gli enti con cui ho collaborato.