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Visual Arts

Alexander Dellantonio: il collage come gesto politico e necessario

21.04.2026
Francesca Fattinger
Alexander Dellantonio: il collage come gesto politico e necessario

© Mr. Alex

© Mr. Alex

Quella di Alexander Dellantonio è un’arte che non consola, è un’arte che interroga, che scava, che prende posizione. La sua è un’arte politica nel senso più profondo del termine: non propaganda ma necessità, non estetica fine a sé stessa ma funzione. Vuole dire le cose senza mezzi termini. Fin dagli inizi, il suo sguardo si è nutrito delle avanguardie storiche, in particolare del costruttivismo e del poetismo di Karel Teige, dove l’arte non è mai separata dalla vita. Nel manifesto del Poetismo, che unisce rigore e gioco, costruzione e libertà, si trova una chiave importante per leggere anche il suo lavoro: la necessità di non dimenticare la poesia, il lato leggero e giocoso, anche dentro le strutture più dure della realtà.

© Alexander Dellantonio

Nato a Bolzano nel 1986, Dellantonio frequenta il liceo artistico e poi l’Accademia di Belle Arti di Firenze, esperienza che lo segna profondamente. Da un lato una formazione tecnica molto tradizionale, dall’altro una sua reazione critica, quasi ribelle, verso un sistema percepito come chiuso. Da qui prende forma il suo percorso: dal collage iniziale influenzato dal costruttivismo, al décollage urbano, fino al ritorno al collage analogico, prima in bianco e nero e poi nuovamente aperto al colore. Ma il punto non è tanto lo stile, quanto il suo metodo, perchè, come afferma lui stesso, “esiste già tutto”: il suo lavoro come artista, quindi, non è inventare, ma riorganizzare, reinterpretare e soprattutto interrogare. “Se fai le domande giuste riesci sicuramente ad avvicinarti di più alla risposta giusta”: in questo senso, la sua pratica si avvicina al documentario: non dà risposte, ma costruisce uno sguardo sul reale. Un’arte che non cerca di piacere, ma di essere utile.

© Alexander Dellantonio

Il collage, nel tuo lavoro, è più un gesto estetico o un modo per leggere e interpretare il presente? E come si inserisce in questo il rapporto tra surrealismo e realtà politica?
Per me è sempre stato un modo per parlare della realtà. L’arte fine a sé stessa non mi ha mai interessato. Il collage è uno strumento: serve a mostrare dinamiche, soprattutto sociali e politiche. Detto questo, a un certo punto ho sentito il bisogno di alleggerire questa dimensione molto diretta e sono arrivato a lavori più surrealisti, più legati a una dimensione poetica. Però oggi sento di nuovo la necessità di tornare a immagini più esplicite, anche perché il momento storico lo richiede. Con quello che sta succedendo nel mondo, guerre, crisi, non è il momento di fare finta di niente. Io mi ritrovo proprio lì, in quella tensione.

Il tuo percorso attraversa bianco e nero, décollage, collage analogico e ritorno al colore. Come si è sviluppata questa evoluzione e cosa rappresenta oggi per te?
All’inizio lavoravo molto in bianco e nero, anche perché la formazione accademica era tutta centrata su tecniche classiche. Poi ho iniziato a lavorare con il décollage, usando manifesti strappati nelle città, soprattutto a Berlino, e lì il lavoro è diventato più diretto, più urbano. Dopo anni sono tornato al collage analogico, ancora in bianco e nero, ma introducendo colori molto spenti, quasi consumati. Adesso sto tornando al colore in modo più aperto, accettando anche una ricerca estetica, ma senza la pretesa di inventare qualcosa di nuovo, perché alla fine tutto esiste già. Il lavoro sta nel reinterpretare, nel trovare nuove connessioni.

© Alexander Dellantonio

Nel tuo processo creativo convivono caso e controllo. Come lavori sulle immagini e quanto spazio lasci all’imprevisto?
Si parte sempre dal caso: trovo un’immagine che mi colpisce, magari in un libro o in una rivista, e da lì nasce qualcosa, quella è la scintilla. Poi però divento molto preciso, quando ho un’idea, voglio che il lavoro arrivi esattamente lì. Ci sono collage su cui ho lavorato mesi, altri che ho lasciato fermi per anni. Lavorando in analogico non puoi permetterti errori: quando incolli, è definitivo. Quindi c’è anche una dimensione molto fisica, molto concreta, nel processo.

Le immagini che utilizzi hanno spesso una forte memoria storica. Come lavori su questo aspetto e che rapporto c’è tra passato e presente nelle tue opere?
Sì, è una cosa che rimane: uso immagini che hanno già una storia, ma non voglio fare un lavoro archivistico, mi interessa usarle per parlare del presente. Per ricordare che certe dinamiche non sono mai finite, soprattutto a livello sociale e politico. Oggi si dice spesso che certe lotte non esistono più, ma non è vero. Esistono ancora, solo che sono meno visibili o raccontate in modo diverso.

© Alexander Dellantonio

Il tuo lavoro è apertamente politico e non cerca di essere “confortevole”. Quanto è difficile portare avanti questa posizione nel mondo dell’arte?
Non è facile, anche perché non faccio un’arte che uno si appenderebbe in salotto, ma non è quello che mi interessa. Non mi interessa fare qualcosa di decorativo, ma invece portare certe tematiche dentro il dibattito pubblico, anche nell’arte contemporanea. Arrivare a un punto in cui non ci si possa più girare dall’altra parte.

La tua arte sembra metterci di fronte a delle domande aperte, di fronte a cui chi guarda deve trovare la propria risposta.
Credo che non sia possibile dare risposte definitive. Questa è una cosa che ho imparato dal film documentario. Non si tratta di spiegare tutto, ma di costruire un punto di vista. Se fai le domande giuste, ti avvicini di più alla risposta giusta, alla realtà. È quello che cerco di fare anche con i miei lavori.

© Alexander Dellantonio

Il collage oggi è molto diffuso. Come interpreti questo ritorno e il rapporto con l’analogico?
Negli ultimi anni c’è stato un vero revival. Il collage è accessibile, economico, lo può fare chiunque. Dopo tanta tecnologia, c’è un bisogno di tornare a fare qualcosa con le mani. Il collage ha anche una dimensione quasi salvifica, ti dà qualcosa che il digitale spesso non dà. Poi certo, c’è anche tanto lavoro superficiale, ma è normale quando una tecnica diventa così diffusa.

About the authorFrancesca FattingerCon il cuore scalzo, alla continua ricerca del vuoto dentro di sé, quello che si insinua tra le [...] More
Una domanda un po’ ironica e impossibile: se potessi collaborare con un artista del passato, chi sceglieresti? E se invece fosse qualcuno della tua contemporaneità?
Per quanto riguarda il passato, mi interessano molto artisti come Mieczysław Szczuka e Teresa Żarnower. Erano figure estremamente innovative, ma soprattutto erano dentro il loro tempo, attivi anche politicamente, coinvolti nei movimenti rivoluzionari, nella produzione di immagini che avevano una funzione concreta nella società. E poi penso anche a un mio professore, Maurizio Olivotto, che mi ha segnato molto sul piano umano. Ricordo un lavoro che ci mostrò: un piccolo libro completamente chiuso, rilegato da entrambi i lati, che non poteva essere aperto senza distruggerlo. Diceva che dentro c’erano immagini preziose, ma nessuno poteva verificarlo. Quella cosa mi è rimasta: l’idea che il valore di un’opera non sia sempre immediatamente accessibile, e che il rapporto con l’arte possa anche essere fatto di immaginazione, di dubbio. Se non avessi avuto l’arte, la politica, i libri, probabilmente sarei molto più confuso. L’arte ti permette di costruire una struttura, una protezione, una corazza, qualcosa che ti aiuta ad andare avanti. Siamo comunque dei sognatori professionisti.

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Tags

bolzano, arte contemporanea, arte visiva, collage, Alexander Dellantonio
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