L’intervista a Luca Martorano e Mattia Albicini

© DRAW Studio
© DRAW Studio
C’è una parola che torna, quasi fosse un filo rosso che tiene insieme tutto: “disegno”. Non come esercizio stilistico, ma come gesto fondativo. Per DRAW Studio, fondato da Luca Martorano e Mattia Albicini nel 2018 con sede in Toscana e in Alto Adige, il progetto comincia sempre da lì, da una linea tracciata a mano, da un’idea che prende forma sul foglio prima ancora che sullo schermo. È un’attitudine che affonda le radici nel liceo artistico, nella formazione condivisa al Politecnico di Milano, ma soprattutto in un modo di guardare il mondo: osservare, capire, ridurre e riscrivere.
Il loro lavoro si muove tra interior, prodotto, installazioni, interventi architettonici e oggetti tecnici. Non per dispersione, ma per convinzione. La multi- e interdisciplinarità è una postura mentale prima che operativa: attraversare ambiti diversi significa mettere in circolo competenze, intuizioni e linguaggi, accettare che ogni progetto sia anche un’occasione di apprendimento. In questo senso, il design non è mai solo forma, ma è soprattutto un processo e una ricerca sempre aperta. È attenzione al materiale, alla sua natura, alle sue possibilità e ai suoi limiti. È ascolto di chi quel materiale lo lavora ogni giorno e lo fa con eccellenza.
DRAW Studio parla infatti spesso di eccellenze produttive, di artigiani e aziende che hanno dedicato una vita a perfezionare una tecnica. Nei loro racconti si percepisce rispetto, ma anche curiosità: il desiderio di capire come un blocco di marmo diventi superficie, come una lamiera prenda rigidità e leggerezza insieme, come una giunzione possa determinare la durata di un oggetto. C’è una dinamica di scambio continuo, in cui il progetto non è mai un’imposizione ma un dialogo continuo in cui l’apprendimento ha uno spazio centrale.

E poi c’è la memoria: non come citazione didascalica, ma come stratificazione silenziosa. Nei loro oggetti affiorano tracce del Novecento italiano, di una cultura materiale che considerano ancora attuale. Un dettaglio, una proporzione, una forma affusolata possono diventare un modo per far convivere passato e presente. Amano gli oggetti che portano segni, che raccontano chi li ha fatti e come sono stati fatti e amano un’eleganza gentile e misurata.
Disegnano insomma, ma soprattutto costruiscono relazioni tra segno, materia e tempo. Ne ho parlato proprio con loro: con Luca Martorano e Mattia Albicini, anime di DRAW Studio.
Partiamo dal nome: “DRAW Studio”. Quando è arrivato e che cosa rappresenta per voi?
Ci siamo conosciuti poco dopo l’università, lavorando in uno studio a Milano. Avevamo fatto lo stesso percorso al Politecnico, ma non ci eravamo mai incrociati. Da subito abbiamo percepito una forte sintonia e un’idea comune di progetto.
Quando abbiamo deciso di fondare lo studio, cercavamo un nome breve che raccontasse la nostra origine. Entrambi veniamo dal liceo artistico e ci siamo avvicinati al design perché ci piaceva disegnare. DRAW è un termine semplice, diretto, ma per noi densissimo di significato. Il disegno è il punto di partenza, il denominatore comune che poi si declina in architettura, prodotto e arte.
Fin dall’inizio non abbiamo voluto limitarci a un solo ambito. Ci piace spaziare e portare il nostro punto di vista in contesti diversi. Per qualcuno è un limite, per noi è una risorsa: l’interdisciplinarietà permette di collegare mondi apparentemente lontani e di trasferire intuizioni da un settore all’altro.


Il vostro rapporto con i materiali e con chi li lavora è molto centrale. Come nasce?
Per noi il materiale non è un semplice supporto alla forma. Ci interessa capire come il progetto viene costruito, qual è il suo “non plus ultra” produttivo. Un oggetto può essere realizzato in molti materiali, ma ce n’è sempre uno che ne esprime al meglio il potenziale.
Ci affascina il passaggio dal disegno bidimensionale o dal modello 3D all’oggetto reale. In quel passaggio c’è sempre un’intelligenza umana. Anche quando intervengono macchine sofisticate, c’è qualcuno che sa interpretare, decidere e correggere. Senza le persone coinvolte, i progetti resterebbero rendering.
Andiamo a cercare aziende e artigiani specializzati, realtà che hanno sviluppato una competenza profonda su un materiale o una tecnologia specifica. Con loro si crea una dinamica di apprendimento continuo: lavorare insieme significa confrontarsi, mettere in discussione le proprie certezze, migliorare il risultato finale.
Nei vostri progetti si percepisce una forte attenzione alla memoria. Come lavorate sul passato senza cadere nella nostalgia?
Viviamo pienamente nel contemporaneo, utilizziamo strumenti attuali e tecnologie avanzate, ma crediamo che nulla nasca dal nulla. La memoria è una risorsa.
Abbiamo studiato molto gli autori del Novecento italiano, visitato architetture, osservato dettagli costruttivi per comprenderne la logica. Nei nostri progetti può emergere una proporzione, un modo di trattare un materiale, una rastremazione che richiama quel mondo. Ci piace che chi osserva possa leggere una stratificazione: un oggetto contemporaneo che porta con sé una traccia, una memoria silenziosa.

Potete raccontarci alcuni dei progetti a cui siete particolarmente legati? Quali sono state le sfide principali e le soddisfazioni nella loro realizzazione?
Ci sono progetti molto diversi tra loro, ma ognuno racconta un aspetto del nostro modo di lavorare.
Magic Mirror, ad esempio, nasce dalla collaborazione con un’azienda specializzata in “metallizzazione”, una tecnica che fonde, proietta e deposita metallo su una superficie. Non si tratta di una semplice verniciatura, ma di un autentico strato di metallo, che poi viene lucidato manualmente per step progressivi. La sfida era lavorare sulla riflessione e sulla materia insieme: creare una superficie apparentemente piana da cui emerge una concavità specchiante che ribalta e distorce l’immagine. La parte esterna è volutamente più grezza, materica, mentre quella interna è più raffinata. Ogni pezzo è irripetibile, perché la perfezione dipende anche dal supporto sottostante. È stato quasi un esperimento: un oggetto a metà tra design e installazione, dove l’imperfezione diventa valore.

Con Folio, il tavolo progettato per De Castelli, la sfida è stata diversa. Qui si trattava di un prodotto seriale, con tutte le complessità che questo comporta. Il punto di partenza era la finitura, il vero fiore all’occhiello dell’azienda. Il tavolo è realizzato in lamiera di ottone con una gradazione di brunitura che può essere controllata solo fino a un certo punto: ogni pezzo risulta leggermente diverso. Oltre alla ricerca estetica, c’è stato un grande lavoro tecnico: ottimizzazione delle lamiere, studio dei giunti, spedizione flat pack, controllo delle vibrazioni per evitare che il piano “suonasse”. La soddisfazione è stata vedere come da un singolo oggetto sia nata una famiglia coerente di tavoli e consolle.
Un progetto a cui siamo molto legati è anche la sedia Lisa per Ceccotti Collezioni. Qui il dialogo con la memoria è evidente: il riferimento alla leggerezza e alla riduzione formale del design italiano del Novecento è forte, ma reinterpretato. Abbiamo lavorato, ispirati dalla Superleggera, sedia iconica di Gio Ponti, sulla rastremazione delle gambe, sulle giunzioni morbide, sull’assenza di elementi superflui. Parallelamente, abbiamo collaborato con l’azienda per ottimizzare al massimo l’uso del legno, riducendo gli sprechi e semplificando le lavorazioni. La sfida era trovare un equilibrio tra eleganza, efficienza produttiva e resistenza strutturale.



Guardando al futuro, qual è la sfida più grande?
La concorrenza è enorme, i designer sono sempre di più, le aziende sono quelle, il mercato ha una capacità limitata di assorbire tutto quello che viene prodotto. La sfida, per noi, è continuare a fare le cose bene. E per “bene” intendiamo bene in tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato: nel progetto, nella relazione con chi produce, nell’attenzione ai materiali, nella cura dei dettagli, nel rispetto per tutte le parti coinvolte. Non è scontato, è una grande fatica. Lavorare peggio sarebbe molto più semplice e probabilmente nessuno se ne accorgerebbe, ma crediamo che il lavoro fatto bene sia l’unica cosa che può salvarci, anche come sistema.
La bellezza, intesa come armonia, come durata, come capacità di non diventare subito obsoleta, è una responsabilità. Il mondo è pieno di cose fatte solo per creare un bisogno, per generare mercato. Noi vorremmo continuare a lavorare cercando di fare oggetti che abbiano un senso, che durino, che portino qualcosa in più.
Allo stesso tempo sentiamo anche l’esigenza di trovare uno spazio di espressione più libero. Progettare è una forma di espressione e spesso i limiti commerciali sono molto forti. Ci piacerebbe continuare a collaborare con le aziende, ma anche spingerle verso prodotti con più contenuto e magari creare qualcosa di nostro, con un’identità più autonoma.
