Un percorso di tre incontri con Cristina Bellemo alla Libreria piccoloblu di Rovereto

© Cristina Bellemo
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
“La curiosità è una forma di cura”: ecco la frase che mi tiene compagnia nella mia stanza, che fa vibrare l’aria intorno a me appena chiudo la chiamata con la poeta Cristina Bellemo, le cui parole sono scintille e consolazioni che porto con me ormai da molti anni.
La curiosità è attenzione che si accende, è desiderio di andare oltre, è un gesto che può diventare contagioso. Ed è proprio da qui che nasce Parole per custo-dire, il percorso ideato da Cristina Bellemo per chi desidera coltivare la propria “casa toracica”, quello spazio interiore dove le parole prendono fiato e ci collegano con la tenace pazienza del mistero.
Il laboratorio si svolgerà a Rovereto in tre incontri (14 marzo, 11 aprile, 9 maggio) dalle ore 9 alle 13, ed è rivolto a insegnanti, educatori, educatrici e persone appassionate che desiderano esplorare nuove possibilità di scrittura con bambini e bambine, ragazzi e ragazze, attraverso la scoperta dello strumento “quaderno” come spazio di esplorazione e di libertà.
Non una formazione nel senso tradizionale del termine, ma un seminario, nel senso più etimologico e fertile della parola: un luogo di semi. Semi che, nel gruppo, si scambieranno e si metteranno a dimora. Perché quando la scrittura si fa esperienza condivisa, ogni voce aggiunge una nuova prospettiva, ogni sguardo sposta l’orizzonte e ogni “dire” diventa fertile possibilità di moltiplicare e moltiplicarsi.
Parole per custo-dire è un invito a rallentare, a scegliere il quaderno giusto, a riconoscere che il supporto su cui scriviamo non è secondario. “Custo-dire” è infatti una parola che contiene un trattino necessario che ne sottolinea tutta la potenza: custodire e dire, come tenere al riparo e offrire al mondo. È in questo spazio di tensione creativa che si muove il lavoro di Bellemo, autrice di oltre quaranta libri tradotti in più di una ventina di Paesi, giornalista e direttrice del periodico L’AbBeCedario dell’Associazione Bambini Chirurgici dell’Ospedale Burlo Garofolo di Trieste.


Nel tuo libro Casa toracica apri con una citazione di Wisława Szymborska: “Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte”. Che cosa racconta di te?
La poesia è una postura: è attenzione, è immersione nell’umano, è la consapevolezza della distanza tra il gigantesco e il minuscolo. Per questo amo moltissimo Wisława Szymborska. Nei versi che citi riconosco la mia postura. Sono sempre alla ricerca e raramente ho la sensazione di avere risposte solide, granitiche. Tengo aperta la possibilità di tornare a farmi domande, però voglio anche dare grande dignità alle piccole risposte. Ognuno parte dalle proprie macerie, dalle fatiche, dalle cadute, e ricostruisce da lì. Le piccole risposte sono sovversive: cambiano il nostro mondo piccolo e, quindi, il mondo intero.


Che cosa accade alla scrittura quando diventa esperienza condivisa? E quali sono le potenzialità del lavoro di gruppo rispetto alla scrittura solitaria?
Scrivere insieme per me è forse la cosa più bella. Il gruppo moltiplica: moltiplica le possibilità, i punti di vista, le esperienze. Ognuno arriva con la propria storia e mette in comune frammenti che diventano molto più ricchi di ciò che potrei portare solo io.
Io mi sento un po’ la “portiera”: apro la porta, metto la tovaglia, la imbandisco con le esperienze che ho raccolto girando scuole e incontrando persone diverse. Metto a disposizione questa mia “stra-ordinarietà”, non per vanto, ma perché è fuori dall’ordinario di un contesto di lavoro sempre uguale a se stesso. E poi accade qualcosa che va oltre me. Le persone condividono pezzi della loro esperienza e il sentiero pedagogico si arricchisce per tutti. Nel gruppo la ricerca si moltiplica davvero.

Ritornando a te: sei giornalista da vent’anni e direttrice di L’AbBeCedario, ma anche autrice di poesia e narrativa per l’infanzia, premiata nel 2021 con il Premio Andersen. Che dialogo c’è tra la scrittura giornalistica e quella poetica?
Il giornalismo mi ha insegnato i tempi della scrittura, la distinzione tra ciò che è notizia e ciò che non lo è, la possibilità di creare una notizia partendo dal quasi niente. Mi ha insegnato anche cosa significa perdere la voce. Continuo a lavorare come direttrice di un notiziario legato all’ospedale pediatrico Burlo Garofolo di Trieste: è un’esperienza preziosa che mi mette a contatto con bambini e bambine che vivono la malattia.
La poesia, invece, mi ha salvata molte volte. A casa mia le parole dovevano servire. Ho scoperto più tardi la loro bellezza libera dall’uso. Oggi attingo ogni giorno anche al mio percorso di studi in greco e latino, all’etimologia, alla radice delle parole.
Credo che il mio lavoro stia tutto qui: custodire le storie piccole di cui la cronaca grande non si occupa e continuare ad avere fiducia nella parola, nella sua capacità di dire e di custo-dire.

Un’ultima curiosità: hai iniziato inventando storie per i tuoi figli. In che modo questo ha influenzato la tua scrittura?
Io sono nata e cresciuta in una casa senza libri. I miei genitori erano operai e i libri erano pochissimi. Ho incontrato la letteratura grazie alla scuola e a insegnanti straordinarie: la maestra Franca (libera di nome e di fatto), che ci faceva leggere Rodari quando non era così scontato; la mia professoressa di lettere del Liceo che mi ha fatto amare Dante e Montale. La ricordo ancora quando entrava in classe, apriva la Divina Commedia e leggeva un canto d’un fiato. Io aspettavo quei momenti con trepidazione. Mi ha fatto sentire che, pur venendo da un ambiente distante dalla cultura, potevo comprendere cose complesse. Mi ha dato fiducia.
Raccontare storie ai miei figli è stato naturale. Ho iniziato a leggerle per loro, poi quasi per gioco ho mandato le mie storie a dei premi. Dove le mandavo, vincevo. Mi sono chiesta: forse so scrivere storie? Da lì non mi sono più fermata.
