L’intervista alla regista Francesca Molteni

Mottolino Headquarters (Livigno, Sondrio), 2022 Studio LPS - Architetto Anselmo Fontana e Geometra Matteo Mottini Progetto CMR - Architetto Massimo Roj Architects © Muse Factory of Projects
C’è un tempo che appartiene alla montagna. Un tempo lento, rarefatto, capace di dilatare lo spazio e di ridefinire il senso stesso dell’abitare. Un tempo che chiede ascolto, rispetto, parsimonia nell’uso del territorio. È da questa consapevolezza che nasce IL TEMPO DELLA MONTAGNA – ArchitetturAlpinA in dieci storie, il primo film dedicato all’architettura contemporanea nelle Alpi italiane, diretto da Francesca Molteni e Davide Fois, prodotto da Muse Factory of Projects, ideato e promosso dall’Associazione Architetti Arco Alpino.
Il film è un viaggio cinematografico lungo l’Arco Alpino italiano, alla scoperta di dieci territori e dieci progetti di architettura contemporanea che raccontano un nuovo modo di abitare la montagna. Attraverso scuole, borghi recuperati, infrastrutture e spazi rigenerati, esplora pratiche virtuose che tengono insieme rispetto del passato e visione del futuro, senza offrire risposte definitive ma invitando a riflettere su spopolamento, sostenibilità, turismo e rapporto uomo-natura. I protagonisti non sono personaggi costruiti, ma persone reali: insegnanti, studenti, lavoratori, guide alpine, gestori di alpeggi, addetti agli impianti; vite quotidiane che diventano lente per leggere il paesaggio e le architetture nel loro uso concreto, nella loro necessità, nel loro impatto sulla comunità.

Per comprendere la montagna bisogna comprendere la sua misura: tempo e spazio sono inseparabili. La tranquillità dei ritmi lunghi, il rispetto della natura, la capacità di attendere e di adattarsi alle stagioni non sono elementi "romantici", ma condizioni operative. In montagna ogni scelta pesa, e la qualità progettuale non può prescindere da una grande responsabilità: l’uso del territorio richiede parsimonia, perché le risorse sono limitate, l’accessibilità è complessa, l’equilibrio ambientale fragile. Dentro questo scenario il tema del limite emerge come una chiave fondamentale. Limite climatico, geografico, ambientale, ma anche umano: il "salire" è un andare oltre, molto più che camminare in piano, perché implica fatica, attenzione, misura, e chiede di riconoscere ciò che non si può forzare. Il film lo mostra senza tecnicismi e senza retorica, lasciando che siano i luoghi e le persone a rendere evidente ciò che sta cambiando: i segni del clima, le trasformazioni del paesaggio, le nuove esigenze dell’abitare.
E proprio qui si innesta la tensione tra tradizione e trasformazione. Le Alpi non sono un museo: vivono una continua mutazione, e il progetto architettonico e culturale sta nel saper cambiare senza ricominciare da zero. Dalle dieci storie emerge anche la pluralità: non esiste una sola "architettura alpina", ma molte "architetture" delle Alpi, perché non esiste una sola montagna. Esistono differenze di valle in valle, di quota in quota, di cultura in cultura; esistono comunità con bisogni diversi, economie diverse, prospettive diverse. Il film attraversa dieci progetti che, messi in relazione, raccontano un nuovo modo di vivere la montagna oggi: da Courmayeur con lo Skyway Monte Bianco (arch. Carlo Cillara Rossi), a Valdaora di Sotto/Olang con la scuola dell’infanzia (Feld72), fino a San Gottardo di Rimella con il recupero delle borgate (arch. Carlo Sillano e Luigino Zardo).

In questo intreccio tra tempo e limite, tra tradizione e trasformazione, prende forma anche un discorso sul futuro e sulla responsabilità. La montagna, oggi, è un laboratorio: costringe a scegliere, a misurare l’impatto, a interrogarsi su chi resterà e chi tornerà, su quali infrastrutture servono davvero, su quale turismo sia sostenibile, su come proteggere la natura senza separarla dalla vita. E qui il documentario assume un compito culturale preciso: costruire un immaginario più complesso e più vero, capace di intercettare un pubblico ampio, oltre la cerchia degli addetti ai lavori, e di restituire la montagna come luogo di comunità e non solo come destinazione o sfondo. Senza slogan: con ascolto, con attenzione, con la concretezza delle storie.
La première nazionale si terrà a Milano il 5 marzo 2026. L’uscita, collocata strategicamente tra la fine dei Giochi Olimpici e l’inizio dei Giochi Paralimpici, intende aprire un nuovo capitolo di riflessione sull’abitare le terre alte e sulle opportunità che il futuro delle Alpi rappresenta per l’Italia.
Ne ho parlato con la regista Francesca Molteni.

Molti progetti raccontati sembrano confrontarsi con il tema del limite, climatico, geografico, ambientale.
Il limite è entrato anche nel nostro modo di lavorare: abbiamo scelto di lavorare con un gruppo piccolo, tre o quattro persone, mantenendo leggerezza nell’attrezzatura. Non abbiamo usato droni, che oggi sono molto popolari, perché queste immagini aeree appiattiscono tutto e rendono tutto uguale: volevamo stare vicini alle persone, con grande intimità. Il limite è stato anche fisico: l’altitudine, la montagna. Siamo saliti sullo Skyway Monte Bianco per raccontare la pulizia dei ghiacciai; io non ero mai stata su un ghiacciaio con i ramponi. Anche noi abbiamo provato a superare dei nostri limiti, per immergerci di più e vivere in prima persona esperienze che per chi vive e lavora in montagna sono magari di routine e per noi più eccezionali.

Nel film compaiono territori segnati da abbandono ma anche da processi di rigenerazione. Qual è, secondo lei, l’equilibrio che ha osservato tra recupero della memoria dei luoghi e innovazione architettonica?
Pur essendo in Italia e avendo radici forti nella tradizione, la montagna vive una continua trasformazione. Non si può fermare questo processo: è la natura stessa che chiama a intervenire e a pensare spazi diversi, che si adattino alla vita delle persone. La cosa importante è capire quali elementi della tradizione bisogna portare avanti nel cambiamento. Avere il coraggio di cambiare senza rivoluzionare tutto, senza cominciare da capo. Ci sono persone che tornano in montagna dopo vite più urbane e altre che sono nate e cresciute lì, depositarie di un sapere importante; bisogna tramandare quel sapere contaminandosi e aprendosi. Non è sempre facile, ma è un obiettivo anche del film: far capire che ci vuole apertura al nuovo e capacità di accogliere, spiegare, far diventare parte della comunità chi arriva.

Dalle dieci storie emerge una grande varietà di soluzioni progettuali. Possiamo ancora parlare di una sola architettura alpina oppure oggi esistono molte "architetture delle Alpi" e che cosa può insegnare questo modo di abitare, più essenziale e condiviso, alle città contemporanee?
C’è una grande varietà, abbiamo scelto non solo architetture ma anche infrastrutture, perché in luoghi non sempre facilmente accessibili non basta fare un bel edificio: bisogna pensare alla rete di connessioni e trasporti, a facilitare le persone nel frequentare luoghi più remoti. Le architetture che abbiamo raccontato hanno in comune il fatto che sono spazi pubblici o infrastrutture pubbliche: non siamo andati in cerca dello chalet o dell’ospitalità turistica mordi e fuggi. Sono spazi di vita: persone che vanno a scuola, lavorano, producono, camminano. Sempre con attenzione alla condivisione e alla comunità che quegli spazi vive e da cui trae vantaggi o svantaggi se sono progettati male.

Qual è, secondo lei, la responsabilità culturale del cinema, e in particolare del documentario, nel contribuire a costruire un immaginario futuro più sostenibile per le Alpi?
A noi piace sperimentare: non c’è una storia uguale a un’altra, non c’è una tecnica uguale a un’altra. A seconda del progetto utilizziamo linguaggi e strumenti diversi, perché non ci piace fare cose seriali ma immergerci dentro una storia, studiare, capire come raccontarla al pubblico nel modo migliore. In questo caso la montagna è stata un laboratorio, come lo è anche per l’architettura e il paesaggio. È stato molto bello trovare entusiasmo: lavorare in squadra su qualcosa di nuovo, affrontare i nostri limiti con la convinzione che serva per il futuro e per le nuove generazioni. Il nostro desiderio è che il film faccia capire un’altra montagna, un altro modo di viverla: vita vera, camminare, natura, poche persone, intimità, non il turismo che va a sciare e poi torna a casa. Spero che arrivi al pubblico questa visione di un’altra montagna, di un altro modo di viverla.