Contemporary Culture in the Alps
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Cinema

Il lamento degli alberi

Intervista al regista Gianpiero Mendini

16.02.2026
Francesca Fattinger

© Il lamento degli alberi

Nature is not mute, it is man who is deaf.
Terence McKenna

Un sussurro che mi penetra sotto pelle: “e tu cosa senti? E tu mi senti?” La potenza dell’ascolto come unica salvezza possibile. Generazioni che si intrecciano, natura e umano tessuti da trame profonde, invisibili ma potentissime, che nel suono diventano così evidenti da non lasciare scampo. Che siano proprio questi fili invisibili a unirci? Che solo imparando a chiudere gli occhi e ad ascoltare davvero possiamo sentirli - o forse addirittura vederli? La carezza sulla corteccia, pelle contro pelle, natura e umano, umano e natura, in un continuo rimando: un’eco che vibra e ci trascina su soglie mobili tra sogno e realtà. Dove sta il confine? Forse non c’è. Non è un allarmismo quello che emerge, ma una richiesta forte e limpida: ricominciare ad ascoltare.

© Il lamento degli alberi

Questo è quello che ho provato immergendomi nella visione di Il lamento degli alberi, cortometraggio drammatico del 2025 diretto da Gianpiero Mendini, un lavoro che mette al centro il suono come esperienza sensoriale e narrativa, e che invita a interrogarsi sul rapporto profondo, e spesso dimenticato, tra essere umano e natura.

Il film nasce anche da un’ispirazione reale: il personaggio della protagonista, interpretata in maniera poetica da Beatrice Elena Festi, prende forma a partire dall’incontro del regista con un tecnico del suono realmente esistente, una figura particolarmente sensibile alla registrazione dei suoni naturali, capace di trasformare l’ascolto in un modo di stare al mondo.  Attorno a questa intuizione si sviluppa un lavoro corale che coinvolge sceneggiatura, interpretazione e ricerca sonora, costruendo un racconto sospeso tra dimensione poetica e tensione ambientale.

La prima proiezione pubblica del cortometraggio è prevista il 26 febbraio presso Impact Hub Trento, segnando l’inizio del percorso di incontro dell’opera con il pubblico. Di seguito l’intervista al regista Gianpiero Mendini.

© Anna Maines

Il corto affronta il rapporto tra uomo e natura attraverso un elemento invisibile come il suono: come è nata l’idea narrativa del “lamento degli alberi”?
L’idea nasce molti anni fa da alcune conversazioni con un tecnico del suono che vive in Trentino, una persona particolarmente sensibile alla registrazione dei suoni naturali. Osservando il suo modo di lavorare e il suo rapporto quasi contemplativo con l’ambiente mi è venuta l’intuizione di costruire una storia in cui l’ascolto diventasse il vero punto di partenza narrativo. Con il tempo ho approfondito il tema anche attraverso ricerche su studi scientifici legati ai suoni prodotti dalle piante, e questo ha rafforzato l’idea di sviluppare una fiction che partisse da un presupposto reale.

Nel film il lavoro del fonico diventa centrale sia a livello narrativo sia simbolico: in che modo hai costruito, insieme al team, una dimensione acustica capace di guidare la percezione della storia?
Fin dall’inizio il suono non doveva essere solo un elemento tecnico ma una vera struttura narrativa. Con il team abbiamo lavorato per costruire una progressione acustica che accompagnasse l’evoluzione emotiva della protagonista, facendo in modo che lo spettatore percepisse gradualmente un cambiamento, anche senza rendersene pienamente conto. L’idea era quella di utilizzare suoni naturali, rumori ambientali e registrazioni trattate in modo molto sottile, così che il paesaggio sonoro diventasse una presenza viva, quasi un personaggio invisibile che dialoga con la protagonista e con chi guarda. Un ruolo fondamentale poi nell’atmosfera del cortometraggio è affidato alla colonna sonora originale composta da Silvia Leonetti, il cui lavoro contribuisce a costruire una dimensione emotiva sospesa e immersiva, accompagnando lo spettatore in modo sensibile ma decisivo lungo l’evoluzione narrativa e sensoriale del film.

© Anna Maines

Come è nato il personaggio di Gaia e il lavoro con l’attrice protagonista?
Il personaggio di Gaia è nato attraverso un percorso di costruzione condivisa, sviluppato insieme alla sceneggiatrice Clelia Tonini e all’attrice Beatrice Elena Festi in un dialogo costante fin dalle prime fasi del progetto. Abbiamo lavorato a lungo sul suo carattere, sulle relazioni e sulle motivazioni interiori, cercando di definire una personalità credibile e coerente con il mondo narrativo del film. Parte del processo è stata anche l’esplorazione delle location insieme e l’incontro con il tecnico del suono che ha ispirato il personaggio, elementi che hanno contribuito a dare maggiore concretezza alla preparazione del ruolo. Questo percorso ha permesso all’attrice di entrare progressivamente nella dimensione di Gaia, sviluppando una recitazione essenziale e profondamente aderente al tono intimo e sospeso del cortometraggio.

© Il lamento degli alberi
About the authorFrancesca FattingerCon il cuore scalzo, alla continua ricerca del vuoto dentro di sé, quello che si insinua tra le [...] More
Le ambientazioni naturali hanno un forte peso visivo e drammaturgico: quali criteri hanno guidato la scelta delle location e come avete lavorato per far sì che il paesaggio diventasse parte integrante del racconto e non solo uno sfondo?
La scelta delle location è stata guidata soprattutto dalla ricerca di luoghi che avessero una forte identità visiva e un’atmosfera capace di suggerire immediatamente una dimensione sospesa e misteriosa, ma anche che fossero luoghi a me già familiari. Dopo diversi sopralluoghi abbiamo individuato alcuni spazi che rispondevano perfettamente a queste esigenze, tra cui il Lago di Santa Colomba, utilizzato per diverse sequenze ambientate nel bosco, e l’area del Passo del Redebus, dove abbiamo girato le scene nei pressi della malga, in una zona che porta ancora i segni degli eventi naturali degli ultimi anni. Alle ambientazioni naturali si affiancano poi spazi più urbani e domestici che contribuiscono a costruire il mondo della protagonista, come gli interni girati nella foresteria del Teatro di Pergine e alcune scene realizzate presso Impact Hub Trento. Un aneddoto significativo riguarda proprio la scenografia dell’appartamento, realizzato all’interno della foresteria del Teatro di Pergine: lo spazio, inizialmente quasi vuoto e privo di carattere, è stato completamente trasformato grazie al lavoro della scenografa Valentina Sciarrino, che insieme al suo team ha ricreato da zero gran parte degli arredi e degli elementi visivi presenti in scena. Librerie, oggetti e dettagli dell’ambiente domestico sono stati costruiti e assemblati appositamente per il film, permettendo di dare alla casa della protagonista un’identità precisa e coerente con il carattere dei personaggi, trasformando una semplice mansarda in un luogo narrativamente vivo e riconoscibile.
Locandina © Anna Formilan

Il film suggerisce un segnale d’allarme ambientale senza trasformarsi in un racconto esplicitamente didascalico: quanto è stato importante mantenere questo equilibrio tra messaggio ecologico e narrazione cinematografica?
Per me era fondamentale evitare un approccio didascalico o apertamente dichiarativo. Il cinema che preferisco è quello che suggerisce più che spiegare, lasciando allo spettatore la possibilità di interrogarsi su ciò che vede. Il tema ambientale è presente, ma volevo che emergesse attraverso l’esperienza emotiva e sensoriale del racconto, non attraverso un messaggio esplicito. In questo modo il film può essere letto sia come una riflessione ecologica sia come una storia più intima, legata alla percezione e alla sensibilità individuale.

© Anna Maines

Guardando al processo creativo complessivo, qual è stata la sfida più significativa nella realizzazione del corto, e cosa pensi di aver scoperto o imparato durante questo progetto che influenzerà i tuoi lavori futuri?
Una delle scoperte più importanti è stata la centralità del lavoro di squadra. Coinvolgere un gruppo di professionisti con sensibilità diverse ha permesso al progetto di crescere molto più di quanto sarebbe stato possibile lavorando in modo isolato. Ho capito quanto sia importante costruire un clima di collaborazione basato non solo sulla grande competenza tecnica, ma anche e soprattutto sulla sintonia umana, perché questo influisce direttamente sul risultato creativo. È un aspetto che porterò sicuramente con me nei progetti futuri.

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alberi, cortometraggi, beatrice elena festi, gianpiero mendini, Film
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