Intervista al designer Alessio Ramundo

© Giacomo Podetti
Nel cuore della Val di Peio, piccola valle laterale della Val di Sole, dove si stagliano alcune delle vette più alte del Trentino, tra boschi rigogliosi, aria cristallina e vecchie botteghe, il design incontra i preziosi saperi della tradizione artigiana, ancora profondamente radicati nella cultura locale, misurandosi con le lavorazioni del legno e del lino, che appartengono alla memoria condivisa, e con il ritmo lento della montagna. In questo contesto prende vita ADES, progetto ideato dal giovane designer trentino Alessio Ramundo, che intreccia design, artigianato locale e visione contemporanea. Più che un brand di arredi e oggetti - come vedremo - ADES è una piattaforma progettuale che mette al centro manualità artigianale, trasmissione dei saperi e sostenibilità, trasformando pratiche tradizionali, che rischiano di scomparire, in opportunità creative e produttive.
Cresciuto in montagna e formatosi alla NABA a Milano, Alessio Ramundo collabora oggi in qualità di designer con Matteo Thun & Partners, portando avanti parallelamente la propria ricerca da libero professionista. Fin da giovanissimo ha sviluppato un interesse per forme, materiali e funzioni, osservando la natura come primo laboratorio progettuale. Gli studi in architettura e design e le successive esperienze professionali, hanno consolidato questa attitudine in un approccio rigoroso, guidato dall’attenzione verso l'innovazione dei materiali ed i processi produttivi, con l'obiettivo di creare oggetti coinvolgenti, intuitivi nell'uso, durevoli e capaci di instaurare un legame significativo con chi li utilizza. In questa intervista, Alessio Ramundo ci racconta il progetto ADES, ma non solo.




Come si è evoluto il progetto nel tempo?
A un certo punto ho sentito l’esigenza di superare la dimensione puramente espositiva. Un oggetto non è solo forma: è il risultato di materiali, strumenti e gesti che rischiano di rimanere invisibili. Ho quindi immaginato una piattaforma capace di mettere in relazione designer, artigiani e comunità locali, con uno sguardo particolare rivolto ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro. La svolta è arrivata con il bando di Arge Alp, che invitava a progettare una microimpresa per la valorizzazione dei territori alpini. Era il contesto ideale per dare struttura a questa intuizione, che da quel momento ha preso il nome di ADES. Il mio obiettivo non era affermare un linguaggio formale, ma costruire una rete di produzione e formazione diffusa, basata sulla manualità e su un modello circolare. ADES deriva da “adesso” — nel dialetto locale “adés” — e richiama l’urgenza di agire prima che certi saperi si perdano.
Come funziona ADES nella pratica?
Il progetto prevede workshop ospitati direttamente nelle botteghe artigiane. I giovani apprendono le tecniche tradizionali lavorando accanto ai maestri del territorio, partecipando alla realizzazione di oggetti e arredi che traducono competenze antiche in un linguaggio contemporaneo. La struttura è leggera e replicabile: non richiede nuovi spazi, ma valorizza quelli esistenti, destinando le risorse alla retribuzione degli artigiani. Dai workshop possono nascere prodotti destinati al mercato attraverso canali fisici e digitali, espressione di una filiera locale e sostenibile. L’idea è anche quella di attivare piccoli showroom in Trentino, a partire dalla Val di Peio, e promuovere un turismo culturale che unisca ospitalità e scoperta dell’artigianato, in sinergia con il design contemporaneo.

Ci sono altri progetti a cui stai lavorando oggi?
Il Comune della mia valle, con il sostegno dell'Ecomuseo, mi ha affidato la curatela di una mostra, in linea con le mie ricerche e che mi appassiona molto, dedicata agli utensili tradizionali per la lavorazione del lino e del legno. La mostra, dal titolo, Utensili obliati. Strumenti, pratiche e saperi tra lino e legno si terrà a luglio a Cogolo, in Val di Peio, nelle sale di Palazzo Cardinal Migazzi, edificio quattrocentesco. Il percorso, articolato in due sezioni — lino e legno —, racconterà strumenti e processi, dal bosco alla bottega fino alla produzione di arredi, restituendo il valore sociale e culturale di questi gesti. L’obiettivo è leggerli attraverso una lente contemporanea, mostrando come possano ancora dialogare con le pratiche attuali. Parallelamente continuo a lavorare per trovare fondi per avviare i workshop di ADES e consolidarne la struttura operativa.



E per quanto riguarda il design di prodotto?
Sto sviluppando una nuova collezione di oggetti d'arredo, che prosegue la ricerca avviata con Natura, ma con una visione più attuale, sempre in collaborazione con degli artigiani. Parteciperò inoltre all’esposizione Scicioré, curata da Anna Quinz, prevista per maggio 2026 all'ADI Design Museum di Milano, dove presenterò due sgabelli: uno della collezione Natura e uno realizzato in plastica riciclata e metallo. Di recente ho sperimentato il riciclo della plastica direttamente nel mio laboratorio in Val di Peio, fondendo tappi in PET per ottenere sedute colorate dal carattere giocoso. Mi piacerebbe che questa prossima esposizione diventasse un’opportunità per avviare nuove collaborazioni produttive, anche con aziende attive nel settore dei materiali riciclati.

Hai particolari sogni nel cassetto?
Vorrei continuare a sviluppare progetti che mettano in dialogo le mie radici alpine con la dimensione urbana che respiro a Milano, città dove vivo da otto anni. Mi interessa progettare oggetti capaci di raccontare storie, nati da una ricerca autentica. Oggi spesso il prodotto è legato a logiche di visibilità immediata, al lancio da parte di testimonial o influencer del momento, ma credo che possa durare nel tempo soltanto ciò che veicola un contenuto profondo. Senza una storia, un oggetto rischia di scomparire. Forse è anche per questo che il mio lavoro di tesi, a distanza di cinque anni, sta ricevendo un’attenzione maggiore rispetto agli inizi. Per me il design, così come ogni nuovo progetto, è un’occasione per ascoltare, interpretare e dare valore al tempo, ai materiali, alle lavorazioni e quindi alle persone che danno vita agli oggetti. Questa è la visione che guida ADES e un po' tutto il mio lavoro.
