
© Ingrid Canins
Il tempo, per Ingrid Canins, è materia di progetto, così come lo sono il colore, il disegno e le superfici. Ed è nelle pareti di una residenza storica, nelle venature del legno, in decori che custodiscono racconti antichi e non, che prende forma il suo lavoro. Anche la sua casa-studio, situata in un edificio del Trecento vicino a Brunico, dove accoglie i clienti, riflette appieno il suo approccio progettuale: ogni angolo racconta l’equilibrio tra passato e contemporaneità, diventando allo stesso tempo laboratorio e vetrina del suo universo creativo.
Interior designer ed artista dalla visione libera e profondamente personale, Ingrid Canins costruisce i suoi progetti come si cuce un abito su misura, intrecciando competenze tecniche, sensibilità artistica e conoscenza dei luoghi e delle persone che li abitano. Il suo lavoro si colloca in un territorio che rifiuta le semplificazioni, intervenendo prevalentemente in contesti storici, dove ogni scelta – dalla struttura alle finiture – diventa parte di un dialogo rispettoso con l’esistente.
Ogni spazio si trasforma così in un racconto unico, che prende forma lentamente attraverso la materia, il colore, il dialogo con le persone e la reciproca fiducia. In questa intervista Ingrid Canins ci apre le porte del suo mondo, fatto di sperimentazione manuale e ricerca, sapienza artigiana e tecniche digitali all’avanguardia, contaminazioni visive e memoria storica.



Ti interessava la creatività fin da piccola? Com’è stato il tuo percorso formativo?
Diciamo che ero molto curiosa, anche se da ragazzina non ho mai saputo esattamente cosa volessi fare. Mi piacevano molte cose: la montagna, andare nelle malghe con mio padre, sciare, gli animali, viaggiare e anche disegnare. Non ero focalizzata su una sola strada, però. Sono poi andata a studiare a Roma, dove ho frequentato l’Istituto Europeo di Grafica e Design. Mi sono formata anche in Textile Design all’Istituto Marangoni a Milano, in pittura all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles ed in fotografia ad Amburgo. Poi a 33 anni, grazie alle esperienze maturate, sono diventata libera professionista.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione, anche nell’uso del colore?
Non ho perso la curiosità che avevo da bambina, e quindi mi ispirano tante cose, tanti mondi. Amo molto la pittura fiamminga, anche perché ho trascorso molto tempo in Belgio. Per quanto riguarda il colore, avendo studiato pittura, spesso preparo da sola i pigmenti: li mescolo io per ottenere una precisa sfumatura, perché molti pittori tendono ad usare sempre le stesse tonalità. Per me il colore è un elemento vivo, fondamentale.


Come nasce e si sviluppa un progetto, soprattutto in una casa storica?
Spesso accade che si parta da una richiesta precisa e poi, strada facendo, il progetto si espanda. Emergono nuove idee, nuove soluzioni. Il lavoro cresce e diventa sempre più interessante, sia per me che per i clienti. È una sorpresa continua: si sa da dove si inizia, ma non si sa mai esattamente dove si arriverà.
Puoi raccontarci uno dei tuoi ultimi lavori più significativi?
Uno dei progetti recenti che mi ha appassionato di più è quello realizzato per l’Hotel Schloss Freudenstein ad Appiano, che ha sede in un castello molto antico, con parti risalenti al XIII secolo. Per questo luogo, così carico di storia, ho creato una serie di tavole in legno decorate, sviluppando un lavoro digitale composto da elementi dipinti a mano e poi digitalizzati. Ne sono nate vere e proprie storie visive: personaggi sospesi in mondi esotici, circondati da palme, pappagalli, fiori e frutti, spesso con un castello immerso nella natura lussureggiante sullo sfondo. Amo molto l’illustrazione del passato e ho costruito via via un mio universo visivo, molto colorato ed evocativo. Le venature del legno sono parte integrante dell’opera: ogni immagine è stata scelta in dialogo con ciò che ho intravisto nella materia, perché le linee naturali del legno possono cambiare completamente l’espressione dei volti e l’atmosfera della scena. Sono tavole in cui i personaggi sembrano abitare una dimensione sospesa, che attraversa il tempo, tra memoria e sogno.

A cosa stai lavorando attualmente?
In questo periodo sto lavorando agli interni di una casa privata nel Liechtenstein, immersa in un contesto montano simile a quello delle nostre valli. Anche qui sto intervenendo su un ambiente storico, curando in particolare il rivestimento delle pareti, con una sorta di carta da parati realizzata però su un materiale più duro, simile al metallo, combinata con legno stampato e applicato alle superfici. È un lavoro complesso, anche perché devo interfacciarmi con imprese locali, che non conosco così bene come gli artigiani di fiducia con cui lavoro abitualmente. Sto realizzando anche una stube completamente stampata in legno, con motivi storici legati al Liechtenstein: castelli, piante e altri soggetti che mi sono divertita ad identificare e realizzare.
Negli ultimi anni lavori più sul privato che negli hotel. Perché?
Gli alberghi tendono sempre più a uniformarsi, soprattutto nel colore e nel design, puntando su grigi e neri, su arredi comprati a catalogo. Stanno perdendo i tratti distintivi di unicità e sintonia con il contesto che li ospita. Si sta smarrendo, in generale, la cultura della bellezza e questo si riflette anche nel modo di vestire delle persone: tutto tende ad essere omologato. Io lavoro in una nicchia e anche nel mio stile personale, penso all’abbigliamento, ricerco qualità e durata. Tendenzialmente non mi imbarco in progetti che non siano in linea con le mie corde e non ritengo utile espormi sui social. Non ho mai ricevuto lavori tramite Instagram, per esempio: il passaparola, basato sulla fiducia, è ciò che mi ha sempre portato nuove collaborazioni. Ognuno, nel proprio modo di lavorare, attira le persone più affini. Chi viene da me sa che troverà qualcosa di unico, pensato per distinguersi.



C’è un progetto particolare che sogni di realizzare?
Mi piacerebbe creare un ambiente completamente rivestito da un unico tema, magari uno spazio pubblico. Il mio limite è che spesso le persone non capiscono esattamente cosa faccia: mi occupo di moltissime cose e non mi identifico in una sola etichetta. Lavoro sia a livello digitale sia manuale, passo dalle tavole all’arredamento, creo ambienti dal piccolo al grande. Potrei anche lavorare per un brand sviluppando diverse collezioni e coprendo più settori. Il mio sogno nel cassetto, però, sarebbe quello di creare un allestimento totale, dalle pareti ai pavimenti, dagli arredi agli oggetti, dalle luci ai tessili: un intero palazzo. Insomma, vorrei fare sempre di più.