La Fondazione Dalle Nogare presenta il suo 2026

© Tiberio Sorvillo
Non siamo solo un contenitore di opere, ma un laboratorio vivo in cui il respiro internazionale dell’arte contemporanea si intreccia con l’identità dell’Alto Adige. Il nostro obiettivo è trasformare lo spazio espositivo in una piazza aperta, dove la ricerca artistica diventi uno strumento per costruire una comunità più consapevole e partecipe.
Con il Programma Annuale 2026 la Fondazione Antonio Dalle Nogare rinnova la propria missione come piattaforma culturale viva, capace di connettere l’Alto Adige a una visione internazionale dell’arte contemporanea. Non più solo spazio espositivo, ma luogo di ricerca, dialogo e partecipazione, una vera “piazza aperta” in cui l’arte diventa strumento di crescita collettiva. Come ha ricordato Antonio Dalle Nogare, in occasione della conferenza stampa di lancio della stagione 2026, la Fondazione nasce con l’obiettivo di rendere l’arte contemporanea una forza attiva nella società: un ambiente di pensiero e confronto in cui le mostre, gli eventi, le performance e i momenti di approfondimento non sono episodi isolati, ma tappe di un percorso coerente che accompagna il pubblico nel tempo.
Il 2026 sarà scandito da una forte continuità di ricerca, in particolare attorno alla figura di Marcel Duchamp, e da un’apertura sempre più ampia verso collaborazioni, attivazioni e formati capaci di coinvolgere pubblici diversi, dalle famiglie ai più giovani. Il primo appuntamento dell’anno sarà la presentazione del libro Duchamp’s Endgame di Kendell Geers, previsto per giovedì 30 gennaio, che propone una rilettura radicale di Duchamp, non come iconoclasta, ma come autore profondamente legato alla storia dell’arte. Questo evento si inserisce in un percorso avviato con la mostra Under the Spell of Duchamp e destinato a culminare con un progetto permanente e in continua evoluzione dedicato all’artista.

Accanto a questo filone, il programma prosegue con il ciclo video It Takes Two, con attivazioni performative legate alla mostra su Iliazd, e con la grande mostra d’autunno Primary Structures – Multiple Systems, che rilegge il minimalismo come linguaggio ancora vivo e critico rispetto al presente. L’anno si chiuderà con Duchamp. À l’Infinitif Project, un dispositivo espositivo permanente che trasformerà uno spazio della Fondazione in un luogo di ricerca attiva, aperto a collaborazioni interdisciplinari, incontri e performance.
Un ruolo centrale è affidato anche alle collaborazioni con il territorio. Nel mese di luglio la Fondazione ospiterà un evento musicale realizzato con Spazio AMA, collettivo culturale altoatesino che lavora tra arte, musica e architettura, con l’obiettivo di avvicinare un pubblico giovane e creare nuove occasioni di incontro. In autunno, in collaborazione con il Künstlerbund / Südtiroler Künstlerbund, verrà invece realizzata una giornata interamente dedicata alle arti performative, con una open call rivolta agli artisti e alle artiste locali e l’intero edificio sarà messo a disposizione per azioni e interventi dal vivo.

A tutto questo si affiancano i progetti educativi, come sottolineato da Silvia Di Giorgio, responsabile produzione mostre della Fondazione, con realtà locali e internazionali, eventi performativi e giornate dedicate alle famiglie, per rendere la Fondazione un luogo realmente vissuto, inclusivo e partecipato.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con la direttrice artistica della Fondazione Antonio Dalle Nogare Eva Brioschi per approfondire ancora di più la missione di quest’anno.

Nel programma 2026 della Fondazione Antonio Dalle Nogare si parla di “piazza aperta”, di spazio vivo e partecipato. In che modo questa idea si traduce concretamente nel vostro lavoro quotidiano e nel programma culturale?
Lo spazio espositivo, di solito, è un luogo che diventa un contenitore di opere. Ma quando è chiuso, quando il visitatore non c’è, è uno spazio un po’ morto. Noi invece vogliamo che i nostri spazi siano aperti e vissuti. Per esempio, invitiamo anche i giovani studenti interessati alle arti a venire qui quando la Fondazione è aperta, a fare ricerca e a utilizzare la nostra biblioteca come luogo di studio. L’idea della piazza aperta è proprio quella di avere eventi legati al nostro programma pubblico che costellano la programmazione delle mostre. Questo vuol dire che è un luogo dove si vedono opere d’arte, ma è anche un luogo dove si va a fondo, si approfondisce. Quello che io desidero è proprio mettere in pratica questa idea di andare a fondo, cercando sempre un linguaggio che sia quanto più possibile comprensibile a tutti. Sono estremamente attenta a questo e spero che emerga anche da tutto il materiale che produciamo: l’idea che una persona possa fermarsi a un primo livello di lettura, ma poi, se vuole, possa andare più a fondo, sempre con la stessa chiarezza e semplicità.
In che modo questo si collega al percorso che la Fondazione sta costruendo in particolare sul lavoro su Marcel Duchamp?
La conoscenza umana è come un puzzle. Tu metti un pezzo e oggi non sai a che cosa ti potrà servire, però poi scopri che ce ne sono altri che si collegano. È così che si compone sempre di più il puzzle personale della propria cultura. Questo è anche il motivo per cui Duchamp è così importante per noi. Da anni vado a fondo sul suo lavoro. Escono continuamente studi, libri, ricerche e quello che conosciamo comunemente di Duchamp è solo la punta di un iceberg. Spesso la critica lo banalizza, riducendolo al ready-made e all’artista iconoclasta. In realtà emerge un pensiero profondissimo: il legame con le filosofie orientali, lo yoga, il tantrismo, l’idea dell’arte come pratica di vita.

In questo percorso torna infatti spesso il tema del corpo e della percezione. Che significato ha per lei questo aspetto di Duchamp?
Quando a Duchamp viene chiesto chi volesse essere, risponde: “Non volevo essere un pittore, ma un respiratore”. Il respiro come unione di corpo e mente, come presenza consapevole, come osservazione. È una doppiezza costante: con una mano dice “smetto di dipingere”, con l’altra continua a guardare Leonardo e i grandi maestri. Non distrugge la storia, la attraversa.
Arriviamo allora alla grande mostra del 2026: Primary Structures – Multiple Systems. Che tipo di rilettura propone?
È una rilettura che mostra come il linguaggio minimalista sia ancora vivo, ma caricato di uno sguardo critico. Le griglie diventano metafore di sistemi sociali, politici ed economici che ci ingabbiano. Molti artisti contemporanei utilizzano queste forme per parlare del presente, dei confini, delle limitazioni, ma anche per aprire nuove possibilità di senso.
Che ruolo ha il pubblico in tutto questo?
Il pubblico è centrale. Il minimalismo ingaggia lo spettatore in modo diretto, fisico. E questo è anche il senso del nostro lavoro: creare esperienze che si possano attraversare e condividere. Come diciamo sempre: It takes two. Per fare un’opera d’arte servono almeno due paia di occhi. Senza qualcuno che guarda, l’opera non esiste.