Contemporary Culture in the Alps
Contemporary Culture in the Alps
Since 2010, the online magazine on contemporary culture in South Tyrol and beyond in the Alpine environment.

Sign up for our weekly newsletter to get amazing mountain stories about mountain people, mountain views, mountain things and mountain ideas direct in your inbox!

Facebook/Instagram/Youtube
© 2026 FRANZLAB
AAA Avventure di un Aspirante Anziano

La fine del mondo o la fine di un altro anno

Cronaca di un inverosimile incontro tra le mie paranoie e quelle di Emilio Paranoico.

26.01.2026
Matteo Jamunno

 

Sarà che ultimamente non riesco a guarire da un raffreddore, che non appena penso mi abbia lasciato e inizio a sentirmi meglio poi, nel cuore della notte, mi sveglio nuovamente incapace di respirare. Aggiungi la combo “ansie riguardo al futuro”. Evito di guardare il telefono, di leggere le notizie. La app della banca è da talmente tanto che la ignoro che ha smesso di aggiornarsi. Sarà che è sopraggiunta l’età che mi merito, dopo anni a sentirmi dire che non dimostravo l’età che avevo adesso, quando emerge il numero esatto, c’è come uno sguardo di comune approvazione. “Ma certo, ovviamente è così”. Sarà che mio nonno ha scelto di morire proprio alla vigilia di Natale, così adesso il panettone avrà sempre questo sapore di uvetta e lacrime. Saranno tutte queste cose assieme che mi hanno portato a utilizzare un numero di telefono che avevo salvato tempo fa, senza sapere cosa farne.

Ho sentito parlare di una scena punk, hardcore, emo, scream, alternative, giù al sud.

Con sud intendo il Trentino. Diciamo tra gli anarchici monti attorno a Rovereto. C’è fermento. Gente che si ritrova in locali di cui non si può dire pubblicamente il nome, che fa quello che credo si è smesso di fare: imparare i testi di canzoni di band della propria zona. Che si riunisce, suda assieme, passa intere notti nel nome della musica, del distruggersi, del divertirsi.

Chiamala crisi di mezza età, ma ero alla finale di Uploadsounds a fare il presentatore. Sul palco sale Emilio. Trema visibilmente. È emozionato e lo nasconde solo dopo aver indossato la balaclava (passamontagna per chi ha bisogno di una traduzione in italiano). Ricordo la vulnerabilità nei suoi occhi quando gli chiedo se è tutto apposto e se la sente di iniziare. Mi dice che non è abituato a suonare così, davanti a una giuria e basta, senza un pubblico. Ecco cosa voglio scoprire. Come cambia un artista come lui, quando è nel suo habitat. Quando il pubblico conosce i testi delle sue canzoni. Quando tutti sudano insieme come in una sauna di periferia dove ti è consentito lasciare i vestiti addosso.

Parliamo brevemente dopo la sua esibizione e mi dice che quando ho voglia di esplorare il sud, basta fargli un colpo. Salvo il numero.

Io odio le aspettative relative al capodanno. Per me il più grande successo è riuscire a stare sveglio fino a mezzanotte. Il resto è indifferente. Ho smesso di indossare intimo rosso nel secolo scorso e lenticchie e zampone mi stanno sullo stomaco.

Così lo chiamo. Iniziare il nuovo anno andando a uno dei concerti della sua zona potrebbe essere quello di cui ho bisogno prima di tornare in letargo. Un ultimo colpo di vita.

Arrivo a Rovereto fin troppo puntuale. È già buio da ore ma tutto può solo diventare ancora più scuro. Ovviamente fuori non c’è nessuno ad aspettarmi. Davo per scontato un ritardo. La colpa non è sua, sono io che funziono con un altro fuso orario. Arrivo prima per poter avere il tempo di tornare su i miei passi, non sia mai decida di farmi visita un attacco di panico.

Sto per andarmene quando sento l’urlo di dolore del motore di una macchina lanciata a tutta velocità (una relativa velocità, dato il modello), lo stridio delle ruote sull’asfalto congelato, i freni che implorano pietà quando si fermano a pochi centimetri dalle mie ginocchia.

Emilio asciuga l’appannamento dei vetri con il polsino della giacca invernale e si assicura di avere davanti la persona giusta. Io lo guardo e ripenso agli svariati errori commessi nella vita che mi hanno condotto fino a quel momento.

Non so perché abbia accettato di passare l’ultimo dell’anno con me. Forse ha visto un’anteprima del suo futuro. Una specie di adulto perseguitato dal fallimento della propria rabbia giovanile. Come io in lui vedo il fuoco delle speranze, di fare qualcosa, di cambiare qualcosa, o solo di riuscire a dormire dopo aver passato una notte senza sentirmi oppresso dall’ansia.

Guardo il veicolo: una vecchia Uno, bianca.

Leggo la targa. Non può essere.

-    Dove diavolo hai trovato questa macchina? Cioè, la conosci la storia della banda della Uno bianca, vero? Non è un caso. È lo stesso modello identico. Stesso anno. È un tributo?

Credo Emilio si stia pentendo di aver risposto al telefono. Accende il motore e prima di accelerare risponde: “Niente tributo, io non sono un cazzo di sbirro”.

Non ho idea di dove si stia andando. Dice qualcosa riguardo un posto dove fanno un concerto e che non posso citare. Sinceramente, dimentico il nome del locale un attimo dopo. Non per cattiveria ma perché in macchina, se guida qualcuno che non conosco, sono sempre nervoso. Dietro di noi: una cassa contenente quelle che sembrano sei bottiglie di vodka. Capisco il programma della serata.

Emilio Paranoico, questo il suo nome d’arte, quando indossa il passamontagna diventa un’altra persona. Non è il ragazzo che sta guidando adesso e che mi porterà chissà dove. È un artista di una profondità brutale, le cui rime galleggiano a mezz’aria, una parte le capisci, una parte ti fanno venire voglia di prendere a pugni qualcosa, qualcuno, un governo, te stesso. Un’altra parte ti fa venire dei brividi e vuoi chiamare la tua ex per dirle che fra tutto lo schifo passato insieme, una piccola cicatrice di buono è rimasta. Il tutto, però, è condizionato dalla spavalderia derivante dal genere trap. Un’involuzione del rap, se vogliamo, più schietta, rime più veloci, parole masticate, tantissimo stile e flow, lui a parer mio un’eccezione. Qualcuno che utilizza gli sberleffi consoni all’ambiente, ma farcisce liriche con citazioni di cultura e politica italiana anni 80 e 90. Trovi la prima Repubblica nei suoi testi. Trovi un passato che mi domando se valga la pena dissotterrarlo. Non pensavo di sentir parlare di Aldo Moro o Craxi, ad esempio, ancora. Date un ascolto a Balaclava e Polizia, due pezzi simbolo del suo stile.

Mi chiede se voglio sentire la sua nuova demo. Gli dico certamente. Mi dice che gli altoparlanti in macchina fanno cagare, gracchiano, il telefono si stacca, le casse sovraccaricano l’impianto elettrico e la macchina si spegnerà più volte. Gli dico benissimo, ascoltiamo lo stesso. Mi dice che non vuole io scriva delle sue nuove canzoni. È prematuro. Che è meglio se le dimentico non appena finiamo di ascoltare, sempre che la batteria della macchina ce lo conceda.

Sento subito la differenza. Si sta allontanando dalla trap, genere in cui aveva trovato ospitalità nel primo periodo, per avvicinarsi all’eurobeat, al punk, alla deephouse. Mi chiede se conosco questi generi, gli dico che certo ovviamente, sono tutti il mio pane, e lui comprende il bluff.

Il suo modo di scrivere è spontaneo, diretto, come uno schiaffo quando vuoi riprenderti da un attacco di panico. Come un caffè dal sapore punitivo di una stazione di servizio da qualche parte nel trentino. Sento in lui il bisogno di buttare fuori, di raccontare. Di non lasciare dentro niente a marcire, anche quello che spaventa di più.

Vedo come utilizza la sua arte per fare terapia. Passare le notti più buie dentro i propri pensieri e poi emergere, portando in superficie i pensieri che sono rimasti attaccati. Mi dice di non avere più paura di queste notti, come le chiamo io. Lui li definisce “momenti di presamale”. Quando parla, comprendo forse il 40% dello slang che usa, per il resto devo usare tutta la mia immaginazione, non voglio passare per un vecchio che non ce la fa.

-    Ti piace? - mi chiede.
-    È una bomba. Devi farlo uscire subito.
-    No, manca ancora qualcosa.
-    Cosa? Un nuovo balaclava?

Non ride e penso di aver rovinato tutto.

Mi dice che è strana questa attenzione verso la scelta estetica di indossare un passamontagna sul palco. Che per lui è solo un tributo (p38, forse Kneecap), non uno statement politico. È strano pensare che non ci sia il bisogno di ripararsi dietro una maschera per sentirsi protetto e avere il coraggio di dire quello che dice nelle sue canzoni. O forse sto proiettando me stesso, avrei molto meno timore di espormi se sul palco ci fosse il mio personaggio e non la mia persona. Ma più parla e più capisco che non c’è divisione. Lui è Emilio e il lato Paranoico (il tributo ai CCCP volendo) è solo una chiave accattivante utilizzata per salire sul palco. Anche per questo la scelta iniziale della trap, usata per arrivare a un pubblico maggiore, nonostante il suo ambiente preferito resti l’underground. Comprendo di aver davanti un artista che ha il solo desiderio di non essere confinato a un genere, un’aspettativa o un contesto urbano, periferico.

-    Sul palco, alla finale, hai detto di aver scelto. Che a te non frega di fare musica per hobby o altro, ma che vuoi sia il tuo lavoro. L’unica cosa che sai è che ci arriverai, in qualche modo, a viverci.

-    L’ho detto?
-    Sì. L’hai detto e mi ha colpito molto, la tua sicurezza.
-    Ogni tanto colpisce anche me.

Gli chiedo cosa è successo nel mondo del lavoro da lui affrontato di così orribile da portarlo a scegliere di non volerci tornare mai più.

-    In fabbrica a controllare per giorni interi che una macchina applicasse etichette su barattoli nel modo corretto. Aiuto cuoco in cucina, non era brutto eh, ma lavorare in cucina è un inferno (confermo dall’alto delle mie due settimane di esperienza), e poi il più assurdo, vaccinare polli in allevamento. Arrivare alle 6, fare la doccia, indossare i camici che ci davano, le crocs che si riempivano di segatura, l’odore di varichina, vedere i colleghi come trattavano gli animali, io ero appena arrivato e ste bestie mi facevano un misto tra paura e pena, metterli sul nastro scorrevole, quelli più magri che non passavano il test finivano all’ingrasso, gli altri procedevano, il tutto per cosa? Finire ammazzati. È successo che mi sono visto come uno di loro e sono andato via.

-    Uno all’ingrasso o uno pronto per la macellazione?

-    L’ingrasso oggi lo fanno i social. Io scrivo un sacco. Non scrivo solo pensieri o testi. Anche storie, ho dei romanzi in sospeso. Ma Instagram è l’ingrasso di oggi. Tutte quelle informazioni che arrivano solo per anestetizzati o farti sentire in colpa o peggio ancora, provare invidia. Quelli della mia generazione sono sottoposti a questo lavaggio del cervello tutto il tempo.

-    E tu riesci ad allontanarti da ciò facendo musica?
-    Io devo fare musica, non ho scelta. Non è per andare via da niente. È per affrontare tutto.
-    Hai sempre voluto fare solo musica?
-    No beh, da ragazzino per un periodo ho pensato di diventare dottore, come il dottor House diciamo. Non un campo specifico, non un chirurgo. Volevo girare per ospedali e fare diagnosi. Volevo dire alla gente perché stava male, scoprire cosa c’era dietro che non funzionava.
-    Un po’ lo fai con i tuoi testi, dire perché stiamo male.

Mi sento come il presidente di una nazione sudamericana che viene trasportato, bendato, assordato, per non capire dove sta andando. La macchina si ferma. Stoppa la demo. Mi dice che siamo arrivati. Attorno a noi non c’è nulla se non oscurità, noto una specie di baita in lontananza. Neve ovunque. Le mie scarpe non sono adatte, lui invece è vestito in perfetta tenuta da snowboard. Si vede che ama la neve. Ci avviamo, gli dico che si è dimenticato le bottiglie di vodka.

-    No, no. Quelle sono per dopo, per il gran finale.

La baita è solo un pretesto per avere un attacco della corrente dove collegare gli amplificatori e le casse. Un mare di gente che non riesco a definire a causa della mancanza di luce. Fa freddo, si sta tutti accalcati all’aperto, di notte, l’ultimo dell’anno. Hanno già suonato i Sono ancora vivo. Qualcuno sta ripetendo le parole dell’ultimo pezzo. Sono circondato da giovani, lo capisco dalla voglia che hanno di stare ancora svegli nonostante siano oramai passate le 22:00 e dalle magliette a maniche corte all’aperto.

Emilio si avvicina al microfono, lo lasciano passare. Non avevo previsto questo, il concerto del suo altro progetto, i 66cl. Mi domando allora se siamo arrivati propri giusti in tempo, se era previsto, o se sia tutto un susseguirsi di casualità. Il resto della band ha attaccato gli strumenti, non è necessario un soundcheck, la chitarra parte, il riff viene riconosciuto, Emilio si trasforma nel frontman di una band punk hardcore e mi mostra un altro aspetto della sua anima.

Qua i testi sono diversi eppure così simili al lato paranoico. C’è rabbia, fermento, desiderio di rivoluzione ma anche cazzeggio e autodistruzione. Posso ripetere le parole delle canzoni come slogan. Funzionano. Possono diventare la colonna sonora di una marcia, di una protesta, di un pugno in faccia a un regime totalitario. Ma c’è, nello stesso mix, anche la semplice voglia di divertirsi. Di liberarsi da tutto e diventare parte del pogo, unendo ogni goccia di sudore. Reperisco una birra in un mucchio di neve, mi domando se sia neve vera o sparata da qualche cannone. Le canzoni sono veloci, una dopo l’altra, in venti minuti tutto è finito perché deve salire la prossima band. Emilio è una maschera di sudore, così come la quasi totalità dei ragazzi insieme a lui, in mezzo al nulla, con un freddo che mi fa pentire di voler risparmiare sulle scarpe.

-    Piaciuto? - mi chiede.
-    È una scena bellissima. Ho capito forse la metà di quello che urlavi, ma l’ambiente è fantastico. Ma quindi, c’è futuro per la tua generazione?
-    Non lo so. Sono troppo nichilista per crederci.
-    Guardati attorno, siete in tantissimi. Qua c’è qualcosa.
-    Sì, c’è. È una bella scena. È forte, siamo in tanti. Forse per esorcizzare il futuro. Non lo so man, serve davvero che accada qualcosa, per far realizzare il futuro. Questo non so se basta.
-    Capisco, forse non basta, ma è un inizio.
-    Delle volte vorrei scendere per strada e fargliela pagare a tutti, a chi ci ha tolto il sogno, il solo pensiero per il futuro. Ma poi mi passa la voglia, non so se ne sarei in grado.
-    Però nei tuoi testi c’è questo impegno, si sente.
-    Sì, ma sono parole.
-    E le parole si diffondono e diventano motti e si spargono per le strade.
-    A me basta che qualcuno ascolti, bastano cinque ragazzini a cui venga voglia di partecipare, di trovarsi, di organizzare qualcosa, di attivarsi. Io ci credo davvero nel futuro, è il senso di impotenza che mi fotte. Ma spero che arrivi, che mi sorprenda, che ci svegli tutti.

Sentire una persona di una generazione diversa dalla mia, avere le mie stesse riserve è lancinante. Dovevamo essere noi millenial a fare qualcosa affinché questo non accadesse. Ma poi che è successo? Sono i boomer che non hanno mai lasciato le loro poltrone e i loro desideri di potere ad averci ridotto così? Avremmo dovuto fare qualcosa di più, non avessero sparato a Carlo. Sparando a lui hanno sparato a tutti quelli della mia generazione, che volevano scendere in piazza e cambiare le cose. Ora vedo un gen x circondato dai suoi simili e vedo tutto quello che ancora dobbiamo fare. 

La sua sensibilità esce in altri contesti, canzoni. Quando parla di amore. Non deve essere distruzione e basta, fiamme e passione, passando da una relazione tossica all’altra, solo perché non c’è più voglia di costruire.

-    Si molla troppo presto oggi, alla prima difficoltà, si butta via tutto. Questo non si può applicare alle relazioni. Sono fatte di impegno, giorno dopo giorno.

Mi dice questo e io mi domando se sia la stessa persona che fino a pochi minuti fa stava urlando punk in un microfono.

-    Cambiamo non appena qualcosa non ci piace. Ogni giorno c’è una competizione con qualcuno che sta meglio di noi, che ha la relazione migliore, perfetta, che ha più soldi.
-    E come si può fare?
-    Io che ne so. Bisogna impegnarsi. Provare e non mollare. Non cedere al pessimismo. Anche se è accogliente, ammazza le aspettative e le aspettative rovinano tutto. Ma c’è del buono, lo si trova.

Tira fuori la sua balaclava, che gli ha fatto a uncinetto la sua ragazza.

-    C’è del buono. - ripete mentre se la passa tra le mani.

Un passamontagna fatto con amore, che si deve lavare a mano per non farlo stringere, che viene lavato in famiglia, dalla nonna, o dalla madre. Questa è la tenerezza dietro la persona. La sensibilità di cui avevo bisogno. Capire che esiste ancora, non è andata persa tra reel e doomscroll e sfide trap.

Perché i testi di Emilio Paranoico possono spaventare, farti sentire a disagio. Se si ascolta lo story telling di Scusa per il sangue ad esempio. Un brano che parla di suicidio senza idealizzarlo, ne parla e basta. “Forse perché quasi tutti i miei idoli si sono ammazzati. Kurt Cobain, Majakovskij, Hemingway. Io non ho scritto un pezzo perché penso al suicidio. Ma perché mi andava di raccontare quella storia. È assurdo quante persone ci si rivedano, sentano le mie parole come proprie”.

-    Avevano bisogno di qualcuno che affrontasse certi pensieri di cui magari avevano troppa paura - gli dico - e tu l’hai fatto, e ora quel pezzo non è più tuo, appartiene a loro, a chi ne aveva bisogno.

Mi fa cenno di proseguire verso la macchina.

-    Il gran finale - mi dice.
-    No guarda. Io non la reggo la vodka.
-    Mica è vodka quella. 

Apre il portabagagli e mi mostra con orgoglio le bottiglie. Ognuna ha un’etichetta accuratamente disegnata e dedicata a un luogo.

-    Volevi una nottata diversa, eccola qua.
-    Non capisco.
-    Leggi. Il programma è semplice, io guido, tu le accendi e le lanci. In mezzora abbiamo fatto tutto.
-    Ma…
-    La prima è per la questura. Poi andiamo al nuovo centro commerciale. Sulla strada c’è il comune, una per loro. Ah, vuoi non fermarti per un omaggio alla sede di (un noto partito di estrema destra)? Poi c’è Confindustria e infine, l’ultima è per il Bortolazzi.
-    Ok, ok, piano. Posso capire quasi tutti i tuoi obbiettivi, capisco il perché e cosa tu voglia fare, ma chi è il Bortolazzi?
-    Ah, un mio vecchio vicino di casa che mi sta sul cazzo. 

Emilio sale in macchina e parte verso il gran finale.

Io mi tramuto in coniglio.

-    Senti,  non so se ce la faccio. Cioè ok, volevo sentirmi giovane, tornare a nutrire la rabbia sopita da troppo tempo sotto infiniti strati di coperte e divano, ma questo è troppo. Guardami, ho quaranta e passa anni (aspetto lui dica che non li dimostro ma, ahimè, continua il trend dell’annuire confermando), ho famiglia (un gatto), è quasi mezzanotte, io penso sia meglio se mi porti in stazione.

-    Davvero?
-    Sì, perdonami. Non volevo deluderti. 

Arriviamo che sono ancora in tempo per prendere l’ultimo treno e guardare i fuochi d’artificio. Lo saluto, ringraziandolo per avermi fatto vedere una scena tanto viva quanto nascosta e mi scusa per aver ceduto alla paura.

-    Oh non ti preoccupare, sapevo non ce l’avresti fatta. Poi mica sono molotov, guarda che ti stavo prendendo per il culo, è vodka davvero, ci sei cascato. Ora vado a un altro concerto. Tanto per te è troppo tardi. Sono sicuro che non te la prenderai.

La Uno bianca sfreccia via. Noto che i fari sono spenti.

Non sono sicuro mi abbia detto il vero ma, in caso, lo leggerò su i giornali.

SHARE
//
ARCHIVE