Contemporary Culture in the Alps
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Design

Dunja Scannavini e la materia come soglia tra mondi

22.01.2026
Francesca Fattinger

© Dunja Scannavini

Mi sono ritrovata ad accarezzare la materia e le sue magiche sorprese, che inaspettatamente fioriscono da un errore inatteso. È successo in una conversazione con l’artista Dunja Scannavini: una chiacchierata calda e intensa, come lo sono le sue opere, che intrecciano mondi concreti e poetici, invisibili e materici, in un continuo dialogo tra soglie. Soglie che si fanno palpabili e palpitanti, come un germoglio che spacca la terra ed emerge, trattenendo in sé tutta l’energia della terra e qualcosa di nuovo: la promessa di una fioritura che deve ancora compiersi, una potenza incredibile custodita da una trama a tratti sussurrata come una carezza leggera e fresca, quasi invisibile, e a tratti talmente intensa da vibrare come una canzone cantata a squarciagola.

Formatasi tra pittura e sperimentazione materica, con studi all’Accademia di Firenze e un percorso che l’ha portata progressivamente ad allontanarsi dalla tradizione pittorica in senso stretto, l’artista ha costruito nel tempo un linguaggio personale in cui la materia non è mai semplice supporto, ma interlocutrice viva. Il suo lavoro attraversa pittura, installazione e ceramica, e nasce da un dialogo continuo con materiali spesso marginali o silenziosi, come ceneri, polveri, superfici opache, texture stratificate, che diventano veicolo di una ricerca intima e poetica.

© Dunja Scannavini

Nel suo racconto, la tela non è mai soltanto superficie: è soglia. È il luogo in cui il mondo scivola verso l’intimità e diventa apertura su un altrove che coincide con un mondo che sta al di là, o meglio sta all’interno di noi. È da questa “finestra” magica, quasi alchemica, che le sue opere si incarnano poi nella ceramica: oggetti estratti da quel mondo e riproposti fisicamente nel nostro, rendendo concreto e abitabile ciò che, altrimenti, resterebbe solo intuizione: una realtà che non è mai solo fisica, ma “una parte di realtà”.

Vi accompagno in questa conversazione che è stato come un viaggio a tappe, in cui sono emersi tanti aspetti importanti nella sua pratica: il rapporto empatico con la materia, la disciplina come condizione per accogliere l’errore, l’importanza del silenzio, delle stratificazioni e dei materiali “inermi” come le ceneri, l’opera come rifugio e spazio di sostare, il gesto del “lasciare andare” come parte essenziale del processo.

© Dunja Scannavini

Dunja, in apertura nel tuo sito scrivi: “I am in discussional love with art since ever”. Che cos’è per te questo “amore” e come si traduce nel lavoro con la materia?
È un amore che nasce da un’intuizione ma soprattutto da un dialogo, da una ricerca di dialogo con la materia. La mia formazione iniziale è pittorica, ma il distacco dalla tradizione classica è avvenuto presto, per cercare un’espressività dei materiali, anche di scarto. È una ricerca di empatia con la materia: non per umanizzarla, ma per riconoscerne la capacità espressiva, qualcosa che risuona con i sentimenti umani.

La ceramica per te è disciplina, ma anche errore e stupore. Che cosa succede in quel punto in cui il controllo non basta più?
È un mondo immenso, fatto di linguaggi molto diversi, e di un rapporto di amore e conflitto con la materia. Il processo è governato da leggi fisiche e chimiche, richiede disciplina ed è severo: se non la rispetti, non funziona. Ma proprio attraverso questa disciplina arriva lo stupore, l’errore, l’incognita. C’è un ingrediente che non puoi controllare del tutto: la trasformazione nel fuoco. Tu costruisci applicando regole e poi lasci spazio a ciò che accade.

© Dunja Scannavini

Nei quadri “walls” e negli oggetti ceramici tornano profondità, strati, silenzi, ceneri. Che cosa cerchi in questi materiali “muti”?
C’è un’attrazione per materiali opachi, non brillanti, ma fortemente evocativi. Le ceneri, ad esempio, sono una polvere vera, che richiama silenzio e profondità. Attraverso sovrapposizioni, nebbie e strati, l’occhio può entrare e leggere il tempo.
In ceramica la cenere ritorna negli smalti: ad alte temperature si trasforma in vetro, e ogni risultato è diverso. È l’espressività di un materiale apparentemente inerte, ma anche una forma di immedesimazione: a volte ci si sente polvere, evanescenti, non visti. Sono materiali che si propongono a noi in punta di piedi.

Hai parlato di oggetti come rifugi e di una necessità di alleggerirsi. Che relazione immagini tra le tue opere e la vita quotidiana di chi le incontra?
Siamo sommersi da oggetti e immagini, e facciamo fatica a scegliere, a restare. Anche noi dobbiamo fare una sorta di pulizia, alleggerirci mentalmente. Per questo penso che finiremo col circondarci solo di oggetti e ambienti che ci fanno sentire a nostro agio, che ci accolgono.
Alcune opere hanno questa capacità: non impongono, ma permettono di sostare. È una ricerca di bellezza che non è sempre rassicurante; a volte è anche tragica o cruda, ma è proprio in questo insieme di sapori che ci si ritrova.

Nel tuo processo parli spesso di distacco: dall’idea iniziale, dall’opera finita, perfino da te stessa come autrice. Che valore ha per te questo “lasciare andare”?
Si parte sempre con un’intuizione, ma a un certo punto bisogna distaccarsene, perché l’opera si evolve in modo diverso, e nel farlo si evolve anche chi crea.
Non esiste una ricetta che garantisca il risultato: quello appartiene al design, dove sai dove devi arrivare. Nel processo poetico tutto è più sottile e incontrollabile. La maestria sta nel gestire questo processo e poi nel lasciare andare davvero l’opera, affidandola all’altro.

Come hai vissuto il passaggio dalla pittura su tela alle opere in ceramica?
La tela è un luogo che conduce il mondo verso l’intimità. È una soglia. La ceramica, invece, è un oggetto che estrai da quel mondo e riproponi fisicamente dentro ciò che chiamiamo realtà, che però non è soltanto fisica. I lavori su tela sono pensati come aperture verso un mondo che sta al di là, o sta all’interno, dell’essere umano: un luogo di introspezione. La ceramica rende questo mondo tangibile, lo porta nel quotidiano, lo fa abitare.

© Dunja Scannavini

Hai dei punti di riferimento: degli artisti o delle artiste che hai sentito come fari nel tuo percorso?
È inevitabile che ci siano delle influenze, è inevitabile che si vada ad attingere ai lavori di altri artisti, a ciò che hanno scoperto, alle loro esperienze. L’artista che amo di più al momento, per la sua fragilità e la sua forza, è Louise Bourgeois. Mi affascina la sua capacità di lavorare sull’inconscio e su quanto i piccoli drammi personali influenzino la percezione e il modo di stare al mondo. In passato il riferimento è stato Alberto Burri, per la sua ricerca materica: catrame, bitume, superfici ferite che tornano ancora oggi, a volte, nei miei quadri.
Amo anche la gestualità di Tàpies, quella capacità di esprimere tutto in un solo gesto, che ho sempre invidiato. Io ho bisogno di una struttura per poi lasciarmi andare.
Musicalmente, mi ha sempre colpito la sperimentazione di Björk, e oggi sto tornando al jazz. Sono amori che vanno e vengono, ma che accompagnano e fanno compagnia durante il processo creativo.

 

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ceramica, visual art, design
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