In dialogo con Evelyn Reso, curatrice museale e ricercatrice nel campo delle scienze culturali, per ripercorrere lo sviluppo del turismo in Alto Adige.

L'allestimento della mostra "Boom '70" al Touriseum; © Andreas Tauber
Paesaggi mozzafiato, neve in inverno e sole d’estate, piccole città e villaggi pittoreschi, terme e sport, incontro (scontro) tra cultura mediterranea e mitteleuropea. La sua granitica fama di paradiso turistico in ogni stagione, l’Alto Adige se l’è costruita nel corso dei secoli. Se nell'affascinante Merano, ad esempio, l’élite europea passeggiava lungo il Passirio già a fine 1800, nelle zone più periferiche della regione il grande sviluppo turistico è arrivato a partire dagli anni settanta del Novecento. Per la popolazione rurale che viveva ancora in condizioni modeste, il turismo ha rappresentato una nuova fonte di reddito. Basti pensare che, tra il 1970 e il 1980, il numero dei pernottamenti è raddoppiato, passando da 10 a 20 milioni: è nato così quel moderno turismo di massa che ha contribuito a trasformare profondamente il territorio, gli abitanti e la loro quotidianità. Questa rapida ascesa è stata raccontata nella mostra “Boom ’70”, aperta da Giugno a Novembre 2025 nella ex rimessa per le carrozze, oggi spazio destinato alle mostre temporanee del Touriseum, il museo provinciale dedicato al turismo a Castel Trauttmansdorf, che ripercorre 250 anni di storia del turismo con la mostra permanente. Nell’intervista che segue, con la curatrice della mostra Evelyn Reso ripercorriamo lo sviluppo della mostra e con essa la nascita del turismo di massa, riflettendo sul presente e sul futuro del turismo in Alto Adige, in vista anche dei XXV Giochi Olimpici Invernali, che accenderanno un importante riflettore sulla regione alpina italiana.
Curatrice di mostre, autrice, ricercatrice nel campo delle scienze culturali, ma anche redattrice per franzmagazine.com. Evelyn, ricordi quando e come è nato il tuo interesse per l’arte e lo spazio museale?
Il mio interesse per la cultura e per i diversi modi di vivere, nel passato come nel presente, è sempre stato molto forte. Mi ha sempre affascinato soprattutto il tema della mediazione culturale e di come questa possa avvenire attraverso formati e media differenti. Durante gli studi di Etnologia Europea a Innsbruck ho conosciuto il Touriseum, un museo che ho subito amato perché dimostra chiaramente come i musei non debbano essere per forza polverosi o noiosi. Sono molto grata di aver potuto lavorare per diciassette anni alla ricerca e alla mediazione della storia del turismo. Oggi sono libera professionista e posso dedicarmi anche a nuovi temi, anche se – in un modo o nell’altro – la storia del turismo continua ad accompagnare anche i miei progetti più recenti.
Dal tuo osservatorio speciale come curatrice della mostra, durante la fase di ricerca e preparazione dell’allestimento hai avuto modo di scoprire aspetti legati al mondo del turismo di montagna che non conoscevi o conoscevi marginalmente?
Ciò che ho trovato particolarmente interessante negli anni Settanta è stato il confronto tra sviluppi profondamente diversi, avvenuti parallelamente. Da un lato, località già molto esperte come Merano, dove il turismo internazionale esisteva fin dalla fine dell’Ottocento e aveva già trasformato profondamente la città. Dall’altro lato, le aree periferiche, i cui abitanti sono entrati in contatto con il mondo esterno solo con la diffusione dell’automobile negli anni Cinquanta e, su scala più ampia, negli anni Settanta. Per molte famiglie il turismo ha rappresentato una vera alternativa abbandono delle campagne, perché al di fuori dell’agricoltura esistevano poche possibilità di lavoro. Questo incontro e scontro tra mondi diversi, ricorrente anche nelle interviste, è un tema che trovo estremamente affascinante e degno di essere raccontato.
Mi ha colpito, inoltre, il ruolo centrale delle donne nello sviluppo turistico delle aree rurali. Sono state vere pioniere di questi cambiamenti. Da un lato, le albergatrici che lavoravano in casa propria, affrontando un forte carico di lavoro ma trovando anche nuove forme di emancipazione; dall’altro, le donne impiegate nei nuovi alberghi, che in alcuni casi sono diventate vittime delle dinamiche di potere presenti in quelle strutture.
Come hai già anticipato, la vocazione turistica di Merano non è una novità. Il clima mite e i paesaggi dolomitici incantarono già dalla fine dell’800 la borghesia e l’aristocrazia europea, tra cui anche l’imperatrice d’Austria Sissi, che soggiornerà più volte proprio a Castel Trauttmansdorf. Se il mondo del turismo è cambiato, anche i turisti sono cambiati con esso, no?
Certamente. Nel corso del tempo, Merano e i suoi ospiti sono cambiati profondamente. Nel XIX secolo arrivavano soprattutto nobili e borghesi benestanti, spesso da tutta Europa, per curarsi dalle malattie polmonari. Esisteva persino un collegamento ferroviario diretto con San Pietroburgo. Dopo la Prima guerra mondiale, con il passaggio all’Italia e il crollo delle élite tradizionali, la città dovette reinventarsi, puntando su un turismo sportivo: campi da tennis, da golf e l’ippodromo, noto in tutta Italia. Negli anni Settanta Merano divenne soprattutto una meta per viaggi organizzati in autobus, frequentata da gruppi di ospiti più anziani. Oggi, invece, la città si rivolge nuovamente a un turismo individuale, economicamente più selezionato.
A Febbraio, inizieranno i Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026 che, dopo 70 anni sanciscono il ritorno della fiamma olimpica in in Italia (Cortina d’Ampezzo 1956). Inevitabilmente, questo accenderà un importato riflettore mediatico sulla regione alpina dove, oltre ad atleti e nazionali sportive, arriveranno un gran numero di turisti internazionali. Con la tua esperienza di ricercatrice e mediatrice della storia del turismo, ma anche con “Boom ’70” in mente, quali sono i tuoi pensieri a riguardo?
Negli anni Settanta dominava il principio del “più veloce, più alto, più grande”. Si è costruito moltissimo, spesso senza considerare le conseguenze a lungo termine. Proprio allora sono nate le prime critiche alla crescita incontrollata del turismo. Negli ultimi anni, fortunatamente, si è sviluppata una maggiore attenzione alla sostenibilità, ma grandi eventi come le Olimpiadi non possono esserlo per definizione. Il pubblico che vi partecipa è molto diverso da quello degli anni Settanta: per questi visitatori lo sport è centrale, mentre paesaggio, cultura e persone diventano elementi intercambiabili.
Abbiamo salutato da poco il 2025 e Gennaio è arrivato puntuale e traumatico come sempre, insieme alla lista delle cose da fare e dei buoni propositi. Nel 2026, quali altre mostre e progetti ti terranno occupata?
Attualmente sto lavorando a un importante progetto espositivo internazionale, in collaborazione con il Museo retico di Coira, il Lechmuseum di Lech e il Touriseum di Merano. La mostra racconta migrazione e turismo nella Belle Époque, attraverso le storie di operai edili, personale alberghiero, medici e fotografe che, con l’avvento del turismo, si spostarono nei Grigioni, nel Vorarlberg e nel Tirolo meridionale in cerca di lavoro. L’esposizione aprirà a Coira nel maggio 2026, arriverà a Merano nel 2027 e a Lech nel 2028.