L'ironia come indagine sociale del "sublime ordinario"

© Martin Parr
Quando si pensa a Martin Parr, l’immagine che affiora è un mosaico vibrante di ombre e luci sature, di corpi esposti al sole e di colori portati all’eccesso. Il fotografo e fotoreporter britannico, scomparso a Bristol lo scorso 6 dicembre a 73 anni, è stato uno degli autori contemporanei più influenti e riconoscibili, capace di trasformare la documentazione sociale in un’opera d’arte al tempo stesso critica e disarmante. La sua carriera, che lo ha visto membro di Magnum Photos e curatore di festival internazionali, è stata una lunga indagine sulle stranezze e sui rituali della vita moderna, con una predilezione per il "sublime ordinario": quel sottile confine tra il banale e il bizzarro. Una sensibilità che non ha mancato di esercitare in Italia e, in particolare, sulle rive del Garda trentino.


Il suo approccio, marcato da colori carichi e da un uso deciso del flash, era lo strumento affilato che Parr utilizzava per raccontare con sguardo impietoso e sarcastico il turismo globale e le contraddizioni della società contemporanea. Le sue fotografie, allegre e colorate per volontà esplicita dell'autore, non mancano di rivelare "come viviamo e come ci presentiamo agli altri", cogliendo con una qualità spontanea e inattesa i momenti di messa a nudo dell'umanità.

La passione di Parr per le spiagge e i litorali è stata la spina dorsale di una parte significativa della sua opera. L'ossessione, nata nel Regno Unito negli anni Settanta - dove l'autore notava la forte tradizione fotografica balneare e la vicinanza della costa - lo ha spinto a esplorare lidi in ogni angolo del mondo, dal Messico alla Lettonia, catturando con il suo tocco l’etica del "lasciarsi andare completamente". Il Lago di Garda, con il suo affollato microcosmo di vacanzieri, è rientrato presto in questa mappa di indagine fino a diventare il suo soggetto balneare prediletto. Il legame è saldo e documentato: il Mag, il Museo Alto Garda di Riva del Garda, conserva un significativo fondo fotografico di sue opere iconiche realizzate nel 1997 nell'ambito del progetto "Sguardi gardesani". Questo fondo si compone di quasi trenta immagini e testimonia come il museo, consapevole del contributo della fotografia d’autore alla conoscenza dei luoghi, lo abbia coinvolto in questa riflessione sul paesaggio contemporaneo.


Ma a Parr tutto era concesso. La sua ascesa nel pantheon della fotografia era stata sancita negli anni Novanta, quando era stato presentato alla prestigiosa agenzia Magnum niente meno che dal "mostro sacro" Henri Cartier-Bresson in persona. Da lì, la sua influenza era esplosa in ogni direzione: prolifico curatore e autore, con oltre cento libri pubblicati, aveva creato la Martin Parr Foundation per raccogliere le sue opere e la sua vasta collezione. Il suo eclettismo lo aveva persino portato a dirigere, nel 2003, il videoclip musicale "London" dei Pet Shop Boys, confermandolo come una figura votata alla modernità e ai media digitali. La sua fama è tale che Parr detiene il record assoluto di più esposizioni contemporaneamente: nel 2000 il suo progetto "Common Sense" fu esposto in ben quaranta sedi espositive disseminate in dieci Paesi diversi.


Il suo percorso non fu, tuttavia, esente da sfide etiche. Parr, che ha sempre cercato di dare spazio a narrazioni complesse, si trovò al centro di una spiacevole polemica nel 2017 quando, come editor della riedizione inglese del libro "London" di Gian Butturini, fu accusato di aver veicolato messaggi razzisti. La controversia, nata da un'ambigua interpretazione di un accostamento fotografico, lo portò a dimettersi da un ruolo direttivo e a chiedere il macero delle copie. Un episodio che evidenzia la complessità delle scelte editoriali e l’acceso dibattito che spesso accompagna l’arte che indaga gli aspetti più sensibili del sociale.
Martin Parr, che con la sua morte lascia un’eredità custodita nei maggiori musei del mondo, ha regalato uno sguardo disincantato ma pieno di amore per le piccole umane assurdità. La sua opera sul Garda rimane una preziosa chiave di lettura per comprendere la vita, il tempo libero e le interazioni sociali sul lago: un patrimonio di "cliché" che invitano a guardarsi con autoironia.
