Fotografare le Alpi #22. Intervista a Sara Furlanetto
@ Sara Furlanetto
Un passo alla volta, uno scatto dopo l'altro. Sara Furlanetto, fotografa trentaduenne originaria di Castelfranco Veneto, ha costruito il suo percorso artistico con la stessa determinazione e curiosità con cui si affronta un lungo cammino. La fotografia, iniziata quasi per gioco e influenzata dalla passione per la moda della sorella, si è rapidamente trasformata in uno strumento di indagine profonda, un mezzo per sondare il mondo e la sua complessità. La formazione in fotogiornalismo e fotografia documentaria presso la University of Arts di Londra segna un punto di svolta, orientando definitivamente il suo sguardo verso una narrazione che va oltre l'estetica, per immergersi nelle storie e nelle dinamiche sociali.
Nonostante l'iniziale propensione per scenari internazionali e contesti di conflitto, è stato il ritorno in Italia nel 2016, coinciso con il terremoto di Norcia e Amatrice, a spingere l'artista verso una nuova direzione. L'incontro con la montagna, prima in modo casuale e poi sempre più consapevole, ha ridefinito il suo orizzonte artistico. La scintilla scocca quando, assieme al suo compagno, abbraccia la spedizione collettiva e documentativa "Va' Sentiero" lungo gli 8.000 chilometri del Sentiero Italia. Il progetto epico, durato tre anni e affrontato con un team di giovani volontari, diventa la sua scuola, il campo base e il palcoscenico di Sara Furlanetto, che in questo contesto affina il suo approccio documentaristico catturando la vita, i paesaggi e le comunità che popolano l'entroterra italiano; un'Italia spesso dimenticata o ignorata. Le sue immagini raccontano di una montagna che è molto più di una cartolina: è un luogo di vita, di interconnessioni complesse, di contrasti tra natura selvaggia e segni dell'intervento umano, tra abbandono e "ritornanza".
Dalle Alpi alle isole, il suo obiettivo si è fatto testimone di una realtà ricca e fragile, che ha trovato espressione nella mostra itinerante "Va' Sentiero, uno sguardo lungo 8.000 km", nel libro omonimo edito da Rizzoli e in nuovi progetti che continuano a esplorare il territorio con la stessa passione e curiosità iniziali. Con il suo lavoro, Sara Furlanetto invita a riconsiderare il rapporto con la montagna, a vederla come un ecosistema vivente, un paesaggio culturale che merita ascolto e rispetto.
Sara, come nasce questo progetto fotografico?
"Va' Sentiero" nasce dalla spedizione pionieristica di tre anni sul Sentiero Italia. Ho avuto modo di attraversare a piedi l'Italia, raccogliendo tracce e storie di un entroterra poco ascoltato. Il progetto è uno spaccato orizzontale su 8.000 chilometri di montagna. Ho iniziato la documentazione nel 2019, parallelamente alla partenza della spedizione che si è conclusa a settembre 2021.
Come si declina il tuo progetto alpino?
Il progetto si declina principalmente in una mostra fotografica che ha già fatto diverse tappe in Italia e che ora sta viaggiando in Europa, attraverso gli istituti di cultura italiana all'estero, sotto l'egida del Ministero degli Esteri. Si declina anche in un libro edito da Rizzoli intitolato "Va' Sentiero in cammino per le Terre Alte d’Italia": è un ibrido tra guida e libro di racconti. Una "guida ispirazionale" che porta le persone dentro i territori attraverso testi di approfondimento e molte fotografie digitali a colori.
Quali le due immagini più “estreme”, i due poli agli antipodi che lo racchiudono?
È difficile scegliere solo due immagini, perché la mia ricerca è stata trasversale su molti temi in antitesi. Per quanto riguarda il tema ambientale, identifico i due poli opposti che racchiudono la mia ricerca in un dettaglio del pino loricato in Calabria, specie endemica migrata dai Balcani, e in una lingua di ghiacciaio in Marmolada. Qui, in un'immagine che trovo grottesca, è stata applicata una tecnologia costosa per mantenere una pista da sci. L'abbandono, un grande tema delle Terre Alte, e la "ritornanza", ovvero il ritorno di giovani che reinventano il vivere in montagna, sono invece gli opposti del tema antropico rappresentato in altri due scatti a cui sono altrettanto affezionata.
Cosa rende riconoscibile il tuo stile fotografico?
È uno stile reportagistico che tende a cogliere la naturalità e la spontaneità del momento, sia con le persone sia con i paesaggi. Non lavoro in studio e non posso programmare orari, luce o contesti: la documentazione avviene passo dopo passo e la sfida è cogliere al meglio ciò che il momento offre. Le foto che compongono il progetto sono davvero estemporanee, parte di un percorso in movimento.
Come nasce il desiderio di indagare le Alpi?
Nasce dall'esperienza totalizzante della spedizione sul Sentiero Italia. Inizialmente ero proiettata su orizzonti lontani e contesti di conflitto classico, ma ho realizzato che la complessità che cercavo poteva essere molto vicina, che potevo trovarla proprio nella montagna. Ho capito che la montagna non è solo una cartolina o un parco giochi, ma un luogo di vita e interconnessioni complesse; un tema che richiede una vita per essere raccontato.
Riconosci un’evoluzione nei tuoi scatti alpini?
Sicuramente ho acquisito più consapevolezza, soprattutto del fatto che il paesaggio è un paesaggio culturale, una stratificazione di storie e azioni umane. Non so se questa consapevolezza si sia già tradotta in un'evoluzione dello scatto, perché sono molto impegnata a portare avanti il progetto "Va' Sentiero" in tutte le sue sfaccettature. Mi sento ancora nella fase di approccio stilistico e la mia ricerca artistica procede più lentamente proprio per questa ragione.
Con quale approccio hai scelto di immortalare l’arco alpino?
Documentaristico, ma non esclude la componente estetica. Mi piace quando la documentazione racchiude una forte componente poetica: non voglio che sia un reportage didascalico, ma che contenga qualcosa che possa emergere e che spero di riuscire a far emergere quanto più possibile.
Cosa hai scoperto in questa tua indagine fotografica?
Ho scoperto che ogni singola storia richiederebbe anni per essere approfondita. Muovermi ogni giorno ha reso difficile soffermarmi a lungo, ma mi ha anche insegnato l'importanza dell'orizzontalità. Ho imparato a cogliere la profondità in poco tempo e a tessere rapporti, anche se fugaci. Ho scoperto molte dinamiche della montagna che non conoscevo e ho individuato dei macro-temi che accomunano valli e paesi lontani, come le valli di Sondrio e le Madonie in Sicilia. Ho potuto cogliere questo pattern solo raccogliendo tanti piccoli indizi lungo 8.000 chilometri.
Com’è, oggi, il tuo rapporto con la montagna?
È un rapporto molto stretto, la vivo a 360 gradi. Oltre alla fotografia, vivo la montagna camminando con persone che hanno diversi livelli di conoscenza delle vette. Questo mi permette di approfondire con gli esperti e, allo stesso tempo, di mantenere una prospettiva fresca e curiosa degli escursionisti, vedendo le cose con i loro occhi, come se fosse la prima volta. Mi sento ancora "al primo giorno di scuola", perché c'è tutto un mondo da capire. Ora, ad esempio, stiamo portando avanti "Sentiero Fest" che unisce il cammino con eventi culturali e incontri scientifici per sviscerare temi complessi.
Quale consideri il tuo scatto migliore?
È impossibile scegliere in un archivio di 40.000 scatti. Ma mi scalda il cuore l'immagine di un incontro importante con la signora Anna Jahier a Usseaux, in Piemonte. L'ho immortalata nella sua cucina, in un momento di condivisione che mi ha ispirato mentre raccontava la sua storia di sacrificio, determinazione e passione.
Senti il desiderio di catturare un’immagine ancora mai scattata?
Certo! Sono mille le situazioni che mi piacerebbe catturare. Vorrei avere più tempo per tornare in alcune comunità uniche, che sono archeologie culturali: mi piacerebbe tornare in Calabria, ad esempio, per approfondire una realtà interessante che unisce il bagaglio culturale degli Arbëreshë, la minoranza etnico-linguistica di origine albanese, con l'accoglienza di migranti, creando un dialogo tra culture che parla del passato, del presente e del futuro.