Ah! Le belle storie di una volta

Dove finivi mutilato, rapito o diventavi un mucchietto di cenere

05.02.2025

© Matteo Jamunno

C’era una volta una serie di racconti illustrati che quando li leggevi ti domandavi “Ma di che cavolo si fa l’autore e perché odia così tanto i bambini?” e tu pensavi finisse lì, che questa serie di racconti illustrati fosse da relativizzare a un periodo storico ben definito dove la violenza su minori, quando aveva intenti educativi, pareva una buona idea.

Invece poi mi è capitato di parlarne con Armin Barducci e vai a scoprire che dietro c’era molto ma molto di più. Parlo di Struwwelpeter e dei racconti di Heinrich Hoffmann. Ne parlo con Armin perché di recente ha pubblicato una piccola perla per la sua casa editrice Unterins (di cui faccio orgogliosamente parte). Una nuova edizione di “Pierino Porcospino” illustrata dal più alto e fruttifero autore sudtirolese.

Quello che mi ha colpito è imparare come è nata questa raccolta di storie. Hoffmann manco le voleva pubblicare. Erano una serie di burle assurde che si era divertito a inventare con il proprio figlio in quello che doveva essere una di quelle situazioni da “prima di andare a letto”.

Assurdo pensare che nella metà del 1800 i padri mettessero a dormire i propri figli.
Mi piace immaginare che in passato si andasse a letto su un cumulo di paglia delimitata da bastoncini di legno e coperti da animali dotati di piume. Crollando, dopo una giornata passata ad arare campi. Oppure a camminare tra un paesello e l’altro per procurarsi del carbone. Mica che ci fossero momenti in cui non si era stanchi. Per me essere stanchi e qualcosa di contemporaneo. Una volta essere stanchi equivaleva a crollare dal sonno e dormire e i bambini non erano mai stanchi, o erano svegli o dormivano. Non c’erano bambini incapaci di prendere sonno perché la maggior parte lavorava in miniera o fumava la pipa.

Invece Hoffmann passava del tempo a inventare storie per far addormentare suo figlio e le aveva pure illustrate e non aveva desiderio alcuno di finire pubblicato tant’è che la prima edizione di questo famosissimo libro era senza nome, tale era il pudore di metterci la propria faccia sopra.

© Matteo Jamunno

La natura di queste storie è truce. Tutti i bambini protagonisti finiscono in qualche modo puniti. Devi per forza obbedire o ci saranno terribili conseguenze ma le conseguenze di cui si parla, per quanto violente e esagerate possano sembrare, erano una gara a chi la sparava più grossa.

A far ridere con umorismo surreale il proprio minuscolo bambino. E questo mi ha fatto tornare in mente le storie che mi raccontava mio padre da piccolo. Quando non volevo dormire e volevo solo piegare gli estremi della mia immaginazione facendo subentrare scenari orribili che mai nella vita avrei voluto incontrare da solo ma che andava bene affrontare insieme a mio padre, in uno spazio fidato con una persona pronta a proteggermi.

Allora potevamo parlare di un bambino che mangiava tutte le merendine che c’erano in latteria fino a diventare enorme, così grande da non stare nel letto, così grande da rompere il letto e finire a dormire per terra schiacciando il fratellino nella culla poco distante.

Certo, questo era umorismo anni 80, nulla di paragonabile con i racconti di Hoffmann e l’uso degli zolfanelli (fiammiferi oggi?) ad esempio.

About the authorMatteo JamunnoNasce a Napoli nel 1983, cresce a Bolzano, fuoriesce a Vienna. Cantautore conosciuto da pochi come YOMER. Musicista dalle [...] More
Armin ha una collezione comprendente non si capisce quante versioni diverse dello Struwwelpeter e ha ridisegnato in chiave contemporanea i protagonisti senza cambiare la struttura narrativa delle storie che resistono nel tempo. Il loro umorismo nero è rimasto invariato. Confrontare queste due epoche e l’approccio di questi due padri (piccolo aneddoto, durante una presentazione fatta di recente ho avuto la possibilità di vedere Armin in veste di padre e devo dire che è un colosso talentoso anche lì e che Zoe, la più piccola facente parte della casa editrice, preannuncia già di diventare diretta concorrente nel settore, merito anche della struttura genetica ereditata dalla madre, un gatto dal manto rosso cinabro capace di sublimi illustrazioni, Zoe ha visto i miei tentativi accidentali di disegno, uno dei miei topolini bidimensionali, e ha detto che sono tutti sbagliati, gli manca il naso, anzi, non ci sono abbastanza nasi e allora ha disegnato un sacco di nasi sul mio topolino creando un mostro pieno di narici, ecco credo che siano nate proprio così le storie di Hoffmann, da un piccolo essere che si sente sicuro di poter usare la propria immaginazione per distruggere la realtà di cui non comprende ancora le regole e io spero che Zoe continui a distruggere le regole non solo dei miei disegni ma pure della realtà) mi sono perso. Non so cosa volevo scrivere? Ah sì, che è bello confrontare i prodotti della creatività paterna da due epoche completamente diverse e di due padri capaci di narrare storie che vengono messe al servizio delle nuove generazioni.
© Matteo Jamunno

Riprendere in mano un testo criticato e fraintendibile come lo Struwwelpeter è un atto di amore verso le storie tragiche. Insegna a non giudicare subito, ma a prendersi del tempo per capire. Capire il contesto, l’autore, i motivi. Capire anche che in tanti abbiamo qualcosa nel cassetto che non ci fidiamo a diffondere e che invece poi, quando vede la luce, diventa utile a tutti quanti. Io non credo negli insegnamenti semplici, nel fatto che non bisogna giocare con i fiammiferi ad esempio. Credo in un padre che ti dice che se lo fai poi diventi cenere e due gattini piangeranno sulla tua tomba e a me non dispiacerebbe essere morto, a me dispiacerebbe aver fatto piangere due gattini.

Fossi in voi scriverei ad Armin per sapere dove reperire una copia di questa sua nuova creazione, in attesa del prossimo racconto illustrato insieme alla figlia dove spero che Zoe spacchi tutto, che ci siano unicorni laser che sparano raggi rosa contro i vecchi che hanno rovinato questo mondo rendendolo così noioso, così costoso, così rispettoso delle regole che guarda, per far vedere quanto sono ribelle finirò l’articolo senza mettere il punto

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(Lo metto qua perché io non sono coraggioso, anzi, io mi sento in colpa per tutto figuriamoci di fare un errore in un pezzo scritto da me! Però ci ho provato eh.)

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