Culture + Arts

June 6, 2023

The Vacuum Decay – La mostra fotografica di Marco Pietracupa

Maria Quinz

C’è stato un tempo in cui le persone non potevano uscire di casa. Un tempo in cui gli spostamenti erano interdetti e il campo visivo (e d’azione) si era improvvisamente ristretto, andando a coincidere con i limiti del proprio sguardo. Uno sguardo imprigionato, seppur rivolto anche verso il mondo intero, unito nel dramma pandemico collettivo e lanciato lontano, oltre i muri. Al di là di finestre, porte, balconi, cortili, staccionate, profili e antenne di abitazioni e palazzi; oltre la linea dei boschi, delle montagne o di altri paesaggi naturali, per i più fortunati. E se in quel tempo, per molti, la vita pareva essersene fuggita altrove – entrando nelle case soltanto attraverso un tripudio di schermi – e lasciava alle sue spalle solchi profondi di vuoto generati dallo smarrimento, nell’attesa incerta di un qualche futuro possibile, per molti altri ancora, invece, il fluire del tempo si imponeva nelle loro esistenze tragicamente, portando co sé la malattia, con il suo corredo di paure e morte. Sembra ormai lontano tutto questo. Ma non è così. E se il desiderio istintivo e condiviso oggi è forse quello di lasciarsi definitivamente alle spalle quel tempo, è vero anche che le sue ferite sono ancora aperte e i suoi echi continuano a condizionare il presente, a risuonare nel profondo, “chiedendo” di essere in qualche modo rielaborati e (magari) prima o poi, risanati. 05_Futurdome_Marco Pietracupa_The Vacuum Decay_ Untitled_lowIl progetto artistico del fotografo altoatesino Marco Pietracupa dal titolo The Vacuum Decay curato da Atto Belloli Ardessi, attualmente in mostra al museo indipendente FuturDome di Milano e che si chiuderà il 10 giugno 2023 – scava esattamente in tale direzione. Questo suo ultimo lavoro fotografico è nato infatti nel corso del primo lockdown di marzo 2020, quando le misure restrittive di contenimento del virus lo hanno spinto alla creatività e ad indagare, tramite il medium della fotografia (con l’ausilio di un set fotografico improvvisato e pochi strumenti a disposizione), la straniante dimensione di isolamento da lui vissuta, così come le sue visioni, riflessioni e percezioni intorno al tema della precarietà e del vuoto. Il curatore Atto Belloli Ardessi parla – a proposito della immagini create da Pietracupa, come di una sorta di “osservatorio cosmogonico” in cui il decadimento del vuoto ne diventa l’attivatore creativo. La serie di fotografie di grandi dimensioni selezionate da Marco per la mostra assieme al curatore sono immagini forti, che risaltano sulle pareti nude e bianche dello spazio espositivo e colpiscono lo spettatore a molteplici livelli, sensoriali ed intellettivi: “di testa e di pancia” – per dirla con altre parole. Ritraggono corpi a grandezza naturale all’apparenza privi di vita, così come “agglomerati di oggetti” non sempre riconoscibili – come ci dice Atto Belloli Ardessi - che hanno perso la loro funzione e “divengono la realizzazione effettiva dei molteplici stati dell’essere”. Soggetti che permarrebbero quindi, grazie all’arte della fotografia, all’interno di una qualche dimensione “altra” in uno stato di “estenuante vigilia”: in bilico sullo spazio nero del vuoto, nonostante il destino di decadimento e sparizione li abbia già avvinti.

10_Futurdome_Marco Pietracupa_The Vacuum Decay_ Untitled_low Ma lascio qui la parola a Marco, con cui ho avuto il piacere di scambiare alcune riflessioni. Segnalo anche che in occasione del finissage, l’8 giugno 2023, è prevista un’apertura serale straordinaria degli spazi espositivi di FuturDome, fino alle 21.30, con la presentazione, dalle ore 20.00, della performance live “Un pianoforte dalla spalla al polso” di Ramona Ponzini.

Marco, il tuo progetto fotografico è nato durante il primo lockdown, in un contesto di isolamento e crisi epocale. Quale è stato l’incipit (a livello concettuale, ma anche emotivo) che ti ha condotto a realizzare “The Vacuum Decay”?

 Fermare, raccontare, ricordare, tradurre.

 Questo è stato forse l’incipit di tutto. Inizialmente la creatività era come bloccata, annullata. Lo stato d’animo dominato dallo smarrimento di questa chiusura, imprigionato fisicamente e mentalmente. A un certo punto tutto è diventato chiaro, come in un’esplosione creativa: era la quiete prima della tempesta. Una volta metabolizzato lo shock, anche se con difficoltà, ho sentito il desiderio di creare qualcosa da questo momento unico. Ho voluto raccontarlo, dargli espressione e quindi fermarlo in qualche modo. Anche in questo caso, come mi capita spesso di fare, pur non essendone costretto, non sono andato molto lontano a cercare i miei soggetti (e oggetti) per esprimere quello che sentivo allora.05_Futurdome_Marco Pietracupa_The Vacuum Decay_ Untitled_low Nel testo di introduzione alla mostra di Atto Belloli Ardessi, emerge un’analisi estremamente complessa intorno al tema del vuoto e del decadimento dei corpi che lo precede. Qual’è la tua visione ed esperienza più personale su questi temi?

In quel periodo ci sentivamo persi; giustamente o ingiustamente costretti in casa, privati della nostra libertà individuale, sia fisica che mentale. Vivevamo nell’incertezza come dentro una bolla che ha creato un vuoto intorno e davanti a noi; il futuro non c’era più, al suo posto restava solo una sorta di buco nero, dove non si riusciva più a vedere la luce, mentre i nostri corpi rimanevano inerti, privati della propria dignità e colmati di paura e incertezze.

Scrive il curatore: “Essere coscienti di aver visto molte volte la propria giovinezza, costituisce per Pietracupa un’estensione del proprio smarrimento. Il problema di fronte al quale ci troviamo ha una doppia faccia. Si tratta di allungare al massimo, nella giornata degli uomini, il tempo di autenticare sé stessi”. Ci puoi spiegare meglio questa riflessione?02_Futurdome_Marco Pietracupa_The Vacuum Decay_ Untitled_low Al di là delle parole del curatore – che evidentemente intende aprire il suo discorso a una dimensione trascendente o meglio ancora “religiosa” – il mio punto di vista è centrato sull’idea della forza dell’opera d’arte e sulla sua capacità – nel mio caso della fotografia – di estendere il tempo, sia verso il passato, che verso il futuro. Ciò – per me – avviene sempre in modo drammatico, problematico, addirittura sconvolgente. Perché è una sorta di rottura dei limiti del vivere quotidiano, un’apertura improvvisa, come sono rotture e aperture i miei flash, le mie composizioni, il mio lavoro su forme e colori. L’affermarsi di una dimensione di autenticità che trova la sua espressione finale – paradossalmente – solo attraverso l’opera d’arte.

I corpi e gli oggetti a grandezza naturale delle tue fotografie sembrano esistere in un’altra dimensione, grazie anche all’uso del green screen. Ci racconti le caratteristiche che hanno motivato la scelta di questa tecnica?

 La scelta di questa tecnica, è stata una “non scelta”, una costrizione come tutto ciò che avveniva in quel periodo. Ho utilizzato il green screen perché era l’unico strumento che avevo in casa, in Alto Adige – dove ho trascorso i mesi del lockdown, mentre il mio studio si trova a Milano. Ho allestito quindi uno set improvvisato in un fienile adiacente a dove abitavo. A mia disposizione oltre a quello, c’erano le persone che vivevano con me e gli oggetti polverosi che si trovavano lì, nel fienile, in attesa di essere buttati o riusati altrove. Gli oggetti sono stati scelti uno ad uno per ogni famigliare che ho fotografato. Il green screen l’ho usato pensando di cambiare il fondale. Sapevo già che volevo estrapolare le persone e gli oggetti dalla realtà con un fondo nero, ma non avendolo ho dovuto adattarmi a trasformare il verde in nero. Poi casualmente ( e devo dire che il caso gioca sempre un ruolo importante nel mio lavoro) mentre operavo tale passaggio, sono usciti questi aloni verdi intorno alle figure con un particolare effetto che mi è piaciuto molto (fringing o color spill). Come succede spesso, in un processo artistico, ho trovato la forma espressiva che stavo cercando in modo inaspettato. Concettualmente e anche esteticamente questo effetto era perfetto  per me e ho deciso di approfondire il fenomeno. Poi ho scelto di stampare le fotografie a grandezza naturale, perché mi sembrava che comunicassero meglio il sentimento che volevo esprimere; la combinazione di questi elementi si è rivelata ideale per lo spazio e l’insieme delle immagini.

 Marco, stai lavorando ad altri progetti artistici che vorresti segnalarci?

Sì, sto lavorando a un nuovo progetto che trovo molto interessante: delle immagini astratte create con mezzi tecnici e digitali legati alla fotografia e che riprendono alcuni dei miei temi come il corpo nudo, l’eros, il sesso, la trasfigurazione. Le opere digitali verrano stampate sul retro della seta, trovando lì la loro collocazione ideale. Avrete modo di vederle, fra non molto.

Credits: (1,2,3,4,5) Marco Pietracupa.

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