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May 8, 2023

In dialogo con Michele Fucich su “Architecture of Fragments”

Francesca Fattinger

La forma architettonica non è chiamata a funzionare come una Gestalt chiusa su se stessa, ma come operatore catalitico che innesta reazioni a catena in seno a modi di semiotizzazione che ci fanno uscire da noi stessi e ci aprono ad inediti campi del possibile.
Felix Guattari 

Fotografie come schegge di un’unità, di un’interezza più ampia, un modo per immergersi nella totalità di cui sono testimoni, ciottoli levigati dalla marea del tempo e dello spazio, deriva compiutasi grazie alla connessione oggetto fotografico, soggetto fotografato e soggetti fotografanti e osservanti in un viaggio sempre aperto, mai fermo e nuovo ogni istante, che invita a perdersi nella sua tempesta trasformante. Ecco cosa ho letto nella trama di “Architecture of Fragments”, curata da Michele Fucich e visitabile fino al 14 maggio presso la Sala Mostre di Vadena Centro 111. Nella cornice del tema biennale “Confini”, l’Associazione culturale lasecondaluna presenta questa mostra come un’occasione per riflettere sul tema del frammento, dell’architettura e in generale del presente e del futuro della fotografia contemporanea attraverso le opere fotografiche di quattro fotografi e fotografe: Valentina Casalini, Davide Grotta, Novella Oliana e Davide Perbellini. Con il curatore ci siamo addentrati nei meandri della mostra e di ciò che l’ha preceduta.

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Uno scarto, un frammento, una deriva, uno spazio-tempo in bilico tra passato e presente, ciò che fotografi e fotografe, tramite il loro scatto e il loro ritaglio di sguardo, creano. Ci parli del tema della mostra e di come il frammento si relaziona all’architettura?

Come hai visto, ho tratto la seconda citazione in avvio del testo in catalogo da un articolo di Fèlix Guatarri, Cartografia schizoanalitica. L’enunciazione architettonica (1989). Un misconosciuto pamphlet sull’architettura come potenzialità di captare e ricomporre in consistenza fisica una miriade di “elementi frammentari della soggettivazione”, “territori esistenziali” o “affetti spazializzati”, secondo le espressioni dell’autore. Oggi è tragicamente svanito il sogno – come preavvertiva il prematuramente scomparso psicanalista francese – in una missione rivoluzionaria dell’architettura, più che mai piegata alle peggiori logiche turbo-capitalistiche. Perciò Guatarri, già co-creatore del concetto filosofico di rizoma, poggiava il suo intervento sul terreno semi-utopico ma concretamente psicanalitico dell’“immaginario”, del “sogno”, finanche del “delirio” come elementi attivi (“proliferazioni e linee di fuga in tutti i registri del desiderio di vivere”) delle spazialità architettoniche a cui guardava, l’architettura metabolista giapponese e quella di Shin Takamatsu in primis. Per lui l’architettura era già un insieme di “oggetti paradossali” e “parziali” - frammenti - rispondenti alle “linee di fuga del desiderio”, sopravviventi, anche se agonizzanti, nell’epoca ipercapitalista. Cos’altro è se non un prepararci all’accettazione passivo-attiva del ruolo del frammento nell’immaginario come nella vita reale, nella cultura visiva e in quella mediatica, e così nella fotografia dei decenni seguenti fino ad oggi? Nella mostra l’architettura è quasi assente. Compare come tale in frammenti entro visioni per lo più oniriche (Valentina Casalini) o si manifesta come “oggetto paradossale” nei boulders e nei tabernacoli alpini e palermitani fotografati da Davide Perbellini (entrambi, professionalmente, dei “fotografi di architettura”!); affiora e sparisce nel discorso visivo e concettuale sul mar Mediterraneo di Novella Oliana, materia instabile al pari dell’acqua; è distorta “architettura” dello sguardo e della memoria mediati dagli schermi a cristalli liquidi ri-fotografati da Davide Grotta. Insomma, è anti-architettura. Ma credo risponda, sotterraneamente, all’annuncio di Guattarri così come alla ricognizione critica di Nicolas Borriaud, citato anch’egli nel testo, rispetto a una visione che ha man mano abdicato, nel nuovo millennio, dagli oggetti “originari” e dagli scenari “reali” – dalla loro esperienza immediata - per addentrarsi nel regime delle costellazioni, degli oggetti più che “parziali”, sfrangiati, fantasmatici; e però onnipresenti dentro di noi, nelle meccaniche delle nostre vite. Non che sia mancata in epoche antecedenti la propensione fotografica all’ “irrealtà” (quanto c’è di è stagedo “irreale”nell’intera storia della fotografia!): per odierna inclinazione al frammento intendo i risvolti di un radicalizzato modo di esistere, agire e vedere,cui il sistema di digitalizzazione non è estraneo, che ha oggettivamente indebolito la propensione alla certezza “identificativa” di soggetti, contesti e situazioni rispetto ad altre modalità fotografiche. E la fotografia stessa, non scordiamolo, è ritaglio, scelta di un frammento del visibile per antonomasia.

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Quattro gli sguardi, quattro le estetiche e poetiche fotografiche, quattro i differenti mondi in dialogo. Come visitatrici e visitatori della mostra siamo accompagnati in una passeggiata per i nostri corpi, i nostri occhi e i nostri pensieri, un cammino nello spazio e nel tempo in cui i quattro artisti e artiste in mostra si contrastano e si alimentano. Ci racconti qualcosa di più su di loro e sui cortocircuiti visivi e concettuali a cui danno vita?

Nell’allestire la mostra ho riavvertito i moventi originari che mi hanno portato a sceglierli: come tu anticipi, cortocircuiti visivi e concettuali fra loro, ma anche potenziali, segrete aree di incontro. All’inizio i due fra sé più distanti ed inconciliabili mi erano parsi quelli che condividono un retroterra culturale e geografico: la trentina Casalini e il meranese Perbellini. Li ho esposti a contatto strettissimo e solo dopo ho capito che non era solo per via di discrepanza linguistica e di approccio al lavoro. Per paradossale che sembri l’avvicinarli, entrambi si lasciano precipitare nel loro contesto di origine, prima di farci avvertire la lunga gettata delle loro “linee di fuga”. Casalini lavora sulla condizione remota e niente affatto serena della sua infanzia, fra spazi urbani di Trento e dimensione domestica. Più attinge fotograficamente a questi mondi di massima prossimità biografica, più li restituisce come affioranti in sogno, fantasmatici appunto: assestamenti consci – film per frammenti – di materiali abitanti la sfera subconscia. Un cortocircuito, questo materializzare il perduto e l’irrecuperabile, che non inibisce la preponderante definitezza delle fotografie (con qualche eccezione), quasi sempre notturne o realizzate nella semi-oscurità. Perbellini accede con uno stile mentale e fotografico opposto ai già menzionati elementi – frammenti conchiusi e significanti – del paesaggio fisico e culturale altoatesino; ma proprio il suo restituire serialmente e frontalmente tipologie di “architettura altra” (a cui si aggiungono le Maronnuzze palermitane) fa spazio al sottile lavoro della materialità fotografica, per due terzi dei lavori esposti analogica, polaroid comprese: se fossero proprio i sottili valori ottici della stampa ad evidenziare come paradossali e culturalmente ingombranti oggetti dispersi e minuti come i tabernacoli delle aree alpine e di una città simbolo del sud Italia? Contraltare alla fotografia ad un primo livello “affermativa” del meranese è quella “altrimenti” fotografica di Novella Oliana, pugliese, cresciuta nella fotografia di pari passo alla sua formazione accademica nei cultural studies. Il suo “così lontano così vicino”, citando Wim Wenders, è il mar Mediterraneo. Tutto il suo lavoro si gioca sullo schivare un’adesione percettiva diretta all’ “oggetto” d’indagine, quel mare geograficamente e politicamente pregnante nei suoi frammenti di varia natura. Ne La natura delle cose tre fotografie che ritraggono un oggetto reale (un panno bianco fluttuante sull’acqua, rimando ad un tema biografico quanto mitologico) sono frutto di uno smembramento dell’inquadratura; altre coperte di bianco inchiostro idrocromico si lasciano “scoprire” da un gesto dei visitatori, per poi sparire di nuovo. Oliana “afferma” il Mediterraneo anche come “luogo” di sottrazioni ed assenze. Ecco come l’altro autore del sud Italia, il palermitano Davide Grotta, archeologo subacqueo e regista oltre che fotografo, scava con Rovesciata nell’evanescente per antonomasia: la memoria ed il mito collettivi del grande calcio mondiale. Rifotografando frammenti di schermi televisivi coperti da un telo, ci restituisce senza manipolazioni “cosa” e “come” l’apparecchio fotografico ha “visto” quasi aderendo ai display a cristalli liquidi: “architetture” paradossali, simili a ciò che ricordiamo o sapremmo identificare come frammenti di gioco, degli idoli e del giubilo delle folle, ma altrettanto distorti e spettrali. Il suo “oggetto paradossale” è l’inconscio collettivo, materializzato in allucinati frammenti. 

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Lavori da anni sulla e intorno alla fotografia. Questa mostra potrebbe considerarsi come una tappa di questo viaggio complesso nelle pieghe del fare, dell’esporre e del pensare la fotografia contemporanea? Secondo te la fotografia dove sta andando e dove ci sta portando?

Difficile assumermi un compito così autorevole. In alternativa ad altri filoni storici (su tutti il reportage, il racconto per immagini di eventi o condizioni di vita), credo che oggi siamo di fronte al ritorno – estensivo, dilagante – di una delle cicliche funzioni della fotografia fin dalle sue origini, alternativa alla volontà di dimostrare qualcosa per come “é” o “è stato” in modo incontrovertibile: la suggestiva possibilità di vedere o immaginare “altro” dentro od oltre la “realtà”. La storia della fotografia è cosparsa di questo avvicendarsi o coesistere di tendenze. Ancor più da quando – fra gli anni ‘70 ed ‘80 del secolo scorso – la “realtà” così detta non è più entrata nella fotografia per essere indagata o raccontata ma assunta – “documentata” – come ready made, insieme di elementi già costruiti, già “pronti” per la fotografia stessa (qui la partita decisiva si è giocata in Europa, fra Italia, Germania e Francia). Arma a doppio, triplo taglio: la superficializzazione e lo svuotamento di certi modelli  – dalla scuola di Düsseldorf alla francese Mission Photographique de la Datar al libro-mostra Viaggio in Italia, sorto intorno a Luigi Ghirri – ha prodotto fino ad oggi il dilagare di inventari imitativi dell’esistente, poveri di ricerca linguistica, proficuo senso di estraniamento, vibrazione emotiva o sommovimento dell’immaginario. I circuiti dell’arte contemporanea restituiscono e difendono oggi, per la maggiore, una condizione terminale del fotografico di questa tipologia, evidentemente coltivata nei contesti formativi (la critica è morta, o embedded, e la storia della fotografia nelle sue implicazioni più problematiche si studia pochissimo). La questione è chiedersi dove conduca l’iterazione di una fotografia – e più in generale di un’estetica – che ha fatto del diretto, didascalico prelevamento delle “cose” il suo mantra (più che gradito al “sistema dell’arte”), sia per una sorta di affidamento psicologico agli automatismi e alla relativa facilità d’uso delle tecnologie digitali, sia per un crogiolarsi nell’ iper-pianificazione concettuale dei lavori che elude gli “scarti”, gli imprevisti, in breve la fatica della ricerca a monte e della sperimentazione linguistica. Poi ti volti ed attesti la ricchezza dell’editoria fotografica indipendente, in Italia clamorosamente fiorente quanto in perenni difficoltà economiche. Lì si compie un’interazione prolungata fra autori/autrici e motivati editori, si scovano e portano faticosamente alla luce lavori situati al confine fra il racconto di storie e l’esplorazione verticale di temi spesso a noi vicinissimi, condizioni dell’intimità o della fragilità dell’esistere, corpi, scenari ed “oggetti” che sono interrogati per la loro complessità o valenza politica.Per lo più con linguaggi che non rendono facile il viaggio del loro fruitore, ma rivelano un processo di scavo e attivano una negoziazione reciproca (è l’impegno della carta e del libro, orizzonte centrale per la fotografia di oggi e domani). Accedendo a questi mondi capisci che la coesistenza di vocazioni narrative o “documentarie”, trasformative o inventive rispetto al “reale” è una condizione naturale della fotografia di ogni tempo, e che persino l’infinito dibattito sul piano tecnico e tecnologico le risulta innato, vitale. Unico discrimine rispetto all’inutile: promuovere lavori che manifestano profondità e ambivalenze, ricerca stratificata e coraggio di non piacere né per forza né subito, compresi quelli che in questa direzione si stanno incamminando. E sostenere contesti – sai quanto costa – in cui si promuovano incontri ravvicinati fra autori/autrici, i loro percorsi e comunità di persone non necessariamente “addette ai lavori”. L’Associazione lasecondaluna, in questo territorio, lo sta facendo. 

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Credits: (1) Novella Oliana, La natura delle cose, 2021, fotografia digitale; (2,3,4,5) Davide Stani, foto inaugurazione.

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