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September 27, 2022

La Radice Sensibile a Centrale Fies: unʼintervista a Elisa Bertò

Stefania Santoni

Le sere del 29 e 30 settembre Centrale Fies riapre ai suoi pubblici con LA RADICE SENSIBILE: due giorni di talk, concerti, performance e una mostra per i 50 anni del secondo Statuto di Autonomia, la radice sensibile, appunto, del nostro territorio. Autonomia è una parola cara che si porta dietro complessità che scaldano ancora le discussioni nella politica così come all’interno delle case, e che ha segnato l’identità di una Regione che della coesistenza di diverse lingue e culture ne ha fatto segno distintivo e laboratorio di convivenza.

Per l’occasione tornano a Centrale Fies le opere dell’artista Riccardo Giacconi, alumno di Live Works (2014) la Free School of Performance di Centrale Fies. 

La sua mostra personale sarà una riflessione sulle “opzioni”, uno degli episodi fondanti e dolorosi del territorio a maggioranza germanofona: alle minoranze etnolinguistiche infatti fu offerta la possibilità di trasferirsi nello stato vicino in cui si parlava la propria lingua. L’apertura della mostra sul tema delle “opzioni”, antefatto fondante per l’Autonomia del Trentino Alto Adige – Südtirol, sarà accompagnata da un incontro con Elisa Bertò (PhD allʼUniversità di Pisa, ricercatrice e docente alla Facoltà di Sociologia dellʼUniversità di Trento e project manager presso GECT/Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino) che ho avuto il piacere di intervistare, e Hannes Obermair (ricercatore EURAC), che affronteranno diversi temi attorno all’Autonomia.

Quale è il focus della tua ricerca realizzata per Radice Sensibile, Elisa?

Mi occupo di autonomia da molti anni, e ora quotidianamente a più livelli. Quello dello studio e la ricerca per l’Università e quello istituzionale per il GECT Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino. Un Osservatorio privilegiato, quest’ultimo, che permette di guardare all’autonomia non solo da dentro, all’interno del territorio della Regione e delle Province autonome nella sua dimensione di autogoverno; quanto piuttosto di considerare anche la sua dimensione esterna, quella che riguarda in particolare la partecipazione alle decisioni prese ai livelli territoriali e istituzionali superiori, che in vario modo condizionano lo stesso esercizio dell’autonomia interna. Questo tema del rapporto fra autonomia speciale, cooperazione transfrontaliera e integrazione europea è poco frequentato, nonostante la sua importanza e le evidenti ripercussioni sull’ordinamento statale, regionale e provinciale. 

Che cosa significa fare ricerca intorno al concetto di ʽʽAutonomiaʼʼ e ri-semantizzarne il senso e significato?

Significa provare ad intrecciare i fili di un concetto polisemantico, tentando di non farlo parlare con la sola voce della storia o della rivendicazione politica, ma facendo emergere anche connotazioni di natura culturale, filosofica, giuridica. Il metodo è quello di dare un significato al lemma prima di un eventuale senso, e dunque scendere nei casi specifici che ha di volta in volta assunto in questa o quella parte del mondo, all’interno di questa o quella compagine statale. Riccardo Giacconi Options 70

Qual è il rapporto tra identità etnica e identità politica?

Questo è un tasto delicato. In questa rinnovata apertura, risulta più chiaro che l’autonomia, prima di definire il modo di organizzarsi di un ente o la sua posizione nell’ordinamento, riguarda il modo di organizzarsi sul territorio di una determinata comunità, di una porzione di popolo che acquista in tal modo una propria identità. Identità che però, per quanto possano esistere elementi peculiari di storia, cultura, tradizioni, cultura materiale, persino linguistici è propriamente l’identità politica, che si costruisce attraverso la rappresentanza e la partecipazione all’esercizio della azione politica, non diversamente da come l’identità nazionale, si costruisce nell’esercizio della sovranità politica. La politica, infatti, non può rinunciare a misurarsi con lo spazio, il cui controllo è una delle poste in gioco del potere: la politica si dispone nello spazio e lo determina, strutturando la realtà dell’organizzazione dei poteri e dell’esercizio dei diritti. Entro questa accezione complessiva, l’autonomia, definendo spazi territoriali come spazi politici, diventa garanzia di pluralismo. Cioè assume valore. Un valore non dato dal fatto della differenziazione, ma dalla sua capacità di esprimere esercizio di sovranità, di essere uno dei modi attraverso i quali il popolo esercita la sovranità di cui è titolare.

Rispetto alle altre autonomie, che cosa alimenta la nostra? E in che modo diviene interessante avviare una ricerca comparatistica tra autonomie differenti?

La nostra ha elementi di straordinarietà non da poco. Primo tra tutti la struttura tripolare: una regione autonoma con due province autonome (in modo diverso) al suo interno. Siamo di fronte ad un marghingegno istituzionale di straordinario livello, che funziona secondo ingranaggi sofisticati e rodati. Spesso infatti veniamo citati come un modello, anche se sarebbe sempre più corretto parlare semmai di “esempio”, dato che ogni storia, ogni condizione in cui nasce e vive un sistema di autonomia politica è specifica e non replicabile.

Che rapporto intercorre tra autonomia e integrazione europea?

Cosa significa tutto questo per una regione e una provincia autonoma? Beh, certo è che diretto o indiretto che sia, l’intervento dell’Unione europea disegna e precisa il margine di manovra dell’autonomia. E il legislatore provinciale deve essere sempre più “creativo”. Oltre a verificare quanto la normativa europea incida in ogni precisa questione di competenza provinciale, quello che semmai la provincia può fare è intervenire direttamente e prioritariamente rispetto allo Stato nell’adattare il proprio ordinamento al diritto dell’Unione. È cioè solo interpretando lo spazio europeo come l’opportunità di esercizio dell’autonomia “in grande”, che si potrà allontanare il rischio che l’ente autonomo diventi una mera succursale amministrativa, una filiale di gestione di funzioni esercitate altrove. Necessario anche perché, a sua volta, l’Europa dovrà sempre più prevedere meccanismi partecipativi di unità territoriali più piccole, regionali o di territori autonomi, per dirsi pluralista, democratica, garante dei diritti delle minoranze e capace di tutela delle diversità. Resta allora auspicabile un dialogo non solo mediato dallo Stato di appartenenza, ma una relazione il più possibile diretta e informale con le istituzioni europee. 

 

Foto: (1) Kunstverein_Ausstellungsansichten_Preview _00120190922_by Clara Wildberger 0085 edit; (2) Riccardo Giacconi_Options

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