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June 12, 2020

designers made in BZ 06_Elena Caricasole

Claudia Gelati

Illustratori, designer del prodotto, grafici, social designer, fotografi, esperti di comunicazione… 
Personalità diversissime tra di loro che oggi ‘fanno cose’ e lavorano nei settori più diversi sparpagliati per tutta lEuropa, con il comune denominatore di aver fatto di Bolzano la propria casa almeno per un periodo, abitando le vie della città, decifrando lo slang locale ma sopratutto progettando e studiando negli atelier e nelle officine della nostra Facoltà di Design e Arti di Unibz. Made in Bolzano, appunto. 

Andiamo con ordine: chi è Elena Caricasole, da dove viene (e dove va) e cosa fa oggi nella vita per mettere in tavola la famosa pagnotta? 
Elena Caricasole è un soggetto creativamente problematico dell’età di 27 anni (ne faccio 28 tra un mese, ma da quando ho passato i 25 gioco al ribasso). Viene da Verona, e nella città scaligera è tornata alla fine del suo percorso di studi. Per mettere in tavola la famosa pagnotta, ben felice di complicarsi un po’ la vita, ha pensato bene di aprire il proprio studio di grafica e comunicazione ormai due anni fa: Mezzopieno Studio.

unnamed-9Da ex-studente della facoltà di Design e Arti di casa nostra: come sei approdata a Bolzano e ci sono degli insegnamenti, dei valori o un metodo che hai acquisito in Facoltà e che ancora oggi trovi utili nel tuo lavoro? 
Sono arrivata a Bolzano un po’ per sbaglio, al tempo ero in quarta superiore e mio padre se ne uscì una sera con “ho trovato un’Università interessante”. Appena ho letto che era trilingue, in maniera fine e pacata gli ho subito risposto “tu sei fuori di testa”.
La cosa che mi ha fregata è stata venire all’open day. Mi sono letteralmente innamorata di tutto, dalle officine all’atmosfera che si respirava. Questo, non lo nego, mi ha portata a sottovalutare il “fattore tedesco”, elemento che sarebbe diventato di li a poco fonte di ansia cronica per la mia vita. Ma sono sopravvissuta, come tutti credo, quindi urrà. 
Parlando di cose serie invece, se c’è una cosa che tutt’oggi trovo utile è il tipo di approccio progettuale che anche inconsapevolmente mi ha permeata. Mi rendo spesso conto che per me non ci sono confini tra il design del prodotto, il graphic design o l’exhibit. A me piace l’idea di progettare, punto. Mi piace molto la poliedricità che ho raggiunto in fase creativa, e di questo sono molto riconoscente specie perché mi consente di ampliare sempre i miei orizzonti ad ogni progetto che approccio.

unnamed-15Con la fine del percorso universitario come ti sei sentita? Sapevi già cosa avresti voluto fare e quali esperienze hai fatto nel mentre? 
Finito il percorso universitario mi sono trovata davanti un bel bivio. Durante il mio percorso di studi avevo sempre lavorato come freelance e questo mi aveva consentito di crearmi un piccolo ma stabile portfolio clienti. Una volta uscita però, c’è stato il dubbio più grande di tutti: seguo il “percorso tipo” e mi faccio assumere in un qualche studio per fare la tanto rinomata esperienza lavorativa, o mi lancio nel rafforzare ciò che avevo iniziato a costruire con non poca fatica e sacrifici?  La vita alla fine mi ha lanciato il classico fulmine dall’alto, dal mio progetto di tesi sono partite delle collaborazioni con aziende di vario tipo ed ho capito che forse valeva la pena provarci (per fortuna, direi a posteriori).
Ci tengo però a precisare una cosa che ho dovuto imparare con il tempo: siamo tutti diversi. Per molti versi da studenti ci vediamo mettere davanti un’unica verità, ovvero il percorso talvolta obbligato che passa per forza di cose dall’essere assunti (e molto spesso sfruttati) da una realtà prima di poter pensare di realizzare qualcosa di proprio.
Io stessa stavo cadendo un po’ in questa sorta di circolo vizioso, poi mi sono detta che alla fine la vita era la mia, non avrei avuto niente da perdere se avessi fatto un piccolo passo falso e mi sono lanciata. Ad oggi, a più di tre anni di distanza, dico che sono felice delle scelte fatte, il percorso magari è un po’ più in salita, ma una volta fatto il fiato basta procedere a giusto ritmo.

Dai ora puoi anche dircelo, tanto non ci legge nessuno: cos’è il design per te e qual’è la tua visione, il tuo credo progettuale. 
Penso che questa sia la domanda in grado di mettere in crisi qualunque designer. Proverò a mostrarmi sciolta e disinvolta: sono fermamente convinta che il design sia un mezzo al servizio della società. Banalità? Mi spiego meglio.
Trovo fondamentale riuscire a sviluppare progetti che possano permeare positivamente nella quotidianità di chi ne fruisce. Dall’efficacia di una brand identity al progetto più concettuale ma comunque a sfondo sociale.Dico sempre di ritenermi molto fortunata, perché faccio un lavoro stupendo e molto gratificante. Posso pensare ad un concept e metterlo in pista e realizzarlo anche nel giro di poco, ed è semplicemente stupendo. Come progettisti inoltre, abbiamo un incredibile potere di diffusione di messaggi, e a me piace sfruttare questo “superpotere” per divulgare positività. 
Altra cosa fondamentale e credo assoluto mio e dello studio: trattare ogni singola commissione come una grande opportunità di crescita. Anche se il progetto sembra piccolo e all’apparenza poco significativo. Perché talvolta un minimo cambio di prospettive ti porta a realizzare qualcosa di completamente stupefacente, imparando sempre qualcosa di nuovo affacciandoti a scenari nuovi e stimolanti.

Tra i progetti e/o collaborazioni che hai seguito, raccontacene uno che ti sta particolarmente a cuore e che non possiamo non conoscere. Progetti futuri o al quale stai lavorando al momento? 
Un progetto che mi sta particolarmente a cuore è Mezzodetto. Nato dall’acquisto compulsivo e non molto ragionato di una ruota da roulette con lo studio, è cominciato con il desiderio di progettare dei visual basati sulla casualità. È stato Lorenzo, il mio socio, ad uscirsene con la famosa frase “e se mescolassimo i proverbi?”. Quello è stato decisamente il punto di non ritorno.
Ci siamo resi conto che selezionando alcuni detti popolari italiani e mescolandoli, si formulavano nuovi modi di dire davvero esilaranti. Alla fine il detto altro non è che il simbolo del patrimonio culturale del passato. Testimonia esperienze, norme sociali, dettami, giudizi e consigli. Quale momento migliore per prendere e ribaltare tutto? Sono nate così frasi come “Chi non beve in compagnia impara a zoppicare”, “Si stava meglio sul latte versato”, “Morto un papa si impara”, “Gallina vecchia mezza bellezza” e chi più ne ha più ne metta. Al momento stiamo lavorando alla pubblicazione di un libro per un altro progetto nato nell’ultimo periodo, ma mi sa che ve lo racconto nella prossima risposta :)

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unnamed-13Attualmente stiamo vivendo una situazione molto particolare, che forse mai avremmo pensato di
dover fronteggiare
all’alba di nuovo decennio. Una situazione in cui, ci sono lavori più urgenti, più necessari di altri. Come è cambiato il tuo lavoro a causa del Covid19? Pensi che anche il design possa dare un contribuito importante? Se si, quale? 
Una cosa che ho sempre sostenuto è che di sicuro non salviamo vite, inevitabilmente il nostro campo può passare in secondo piano in una situazione di emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo.
Ciò nonostante, sono fermamente convinta che la comunicazione, e di conseguenza il design, coprano un ruolo cruciale, specialmente in un periodo che ci ha portati a distanziarci in maniera forzata, mettendoci davanti alle nostre debolezze, talvolta alla solitudine e ad un senso di impotenza mai provato prima.
Anche noi abbiamo vissuto i primi giorni in uno strano stato di apatia, poi c’è stato un risveglio piuttosto improvviso che penso sia la mia personale risposta a cosa rappresenti per me il design.
Mi sono resa conto che avevo iniziato a stilare una lista di cose che avrei voluto fare “poi”. Un po’ come quando devo andare al supermercato, se non mi segno le cose importanti tendo a dimenticarmele. Da li mi sono chiesta quante altre persone avrebbero avuto il bisogno di compiere un’azione tanto semplice quanto fondamentale.Dopo un breve consulto con le mie sorelle, di cui una social media strategist, abbiamo messo in piedi corporate identity e sito del progetto poivorrei.
Lo sviluppo è stato tanto semplice quanto il progetto: digitare il proprio poivorrei, nome ed età e cliccare invio. Niente di più niente di meno. La cosa stupefacente è stata la partecipazione sempre più virale e numerosa delle persone. Ad oggi abbiamo raccolto più di 80mila poivorrei da persone sparse in tutta Italia. Inconsapevolmente abbiamo creato un contenitore di pensieri, capace di elogiare la bellezza delle piccole cose, che alla fine sono le prime a mancarci.

Schermata 2020-06-11 alle 23.04.13Ti lasciamo tornare al tuo lavoro, o a guardare Netflix o magari ad annaffiare le piante, ma prima dicci un po’ …

Quel libro che non può mancare nella libreria di un designer o di un creativo 
Da cosa nasce cosa di Munari, e citerei anche 40 Days of Dating di Jessica Walsh e Timothy Goodman che ho sempre amato per l’incredibile mix tra design e antropologia che ha caratterizzato questo loro progetto. 

Due strumenti, attrezzi o aggeggi che non possono mai mancare nel tuo astuccio o zaino 
Il mio sketchbook (boooring) e una macchinetta fotografica usa e getta. Perché le cose veramente belle vanno fissate permanentemente.

 Tre account Instagram must-follow: 
Mezzopieno Studio (vale? ahahah)
The Brand Identity 
Mathery Studio

 

Photo credits: Elena Caricasole

 

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