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March 10, 2020

I racconti delle balie #01

Stefania Santoni

Queste cose non avvennero mai, ma sono per sempre
Sallustio, Degli dèi e del mondo  

Lʼ8 marzo è appena passato. 

Ogni volta che pensiamo a questa data rosa affiorano alla nostra monte una serie di clichés e stereotipi che trasformano, o meglio, deformano una ricorrenza che invece dovrebbe celebrare le battaglie e le conquiste delle donne. Perché tutti sappiamo quanto le donne abbiano dovuto lottare per tentare di liberarsi di un retaggio culturale svalutante che impediva loro (e che spesso continua tuttʼora a impedire) libertà, crescita, parità. 

Ma se da un lato il femminile ha vissuto lʼesperienza della negazione, scomparendo dalle pagine di scienza, letteratura e arte della nostra cultura, dallʼaltra siamo a conoscenza di storie e leggende che lo vedono protagonista. Mi riferisco a racconti che rievocano tracce marcatamente femminili della nostra tradizione. 

Parlare di tradizione significa parlare di identità, di ciò che ci rende autentici e unici. 

Così, a partire da un attaccamento profondo al senso di ricerca e di ri-scoperta della mia terra, nasce la volontà di condividere e di far ri-nascere delle storie: come le balie di un tempo, anche io desidero raccontarvi le vicende di alcuni personaggi al femminile che hanno popolato le nostre montagne e che ora, più che mai, meritano di essere ri-narrati. 

Sì, proprio così. Le nostre foreste sono state abitate da creature squisitamente femminili, come quelle di cui parleremo oggi.

Si tramanda che anticamente, nei pressi di fonti dʼacqua, come laghi e ruscelli, e in prossimità di antri misteriosi, vivessero delle ninfe dai lunghi capelli sciolti e dagli abiti candidi come la neve. 

Conosciute con il nome di Anguane, ma anche di Aquane, Guane o Vivane, queste figure femminili appartengono alla tradizione ladina (Val di Fassa) ma anche a quelle della Val di Non e della Valsugana. Ma chi erano queste Anguane e soprattutto che cosa facevano?

foto 1Abitanti di zone spesso situate fuori dallo spazio antropizzato, le Anguane erano creature bellissime dai corpi quasi trasparenti che vivevano in prossimità dellʼacqua, elemento che come vedremo connota molte delle loro mansioni, o di antri – cioè di luoghi ad alta densità simbolica – scavati nella terra e rivestiti di tronchi. 

La singolarità di queste ninfe traspare innanzitutto nella dimensione sensoriale: il bianco delle loro vesti era infatti emblema di uno statuto di alterità rispetto al mondo umano, mentre lo scroscio che gli abitanti dei villaggi limitrofi sentivano durante la notte era indizio di unʼarte che loro sapevano esercitare con maestria. Al calar del sole, infatti, le Anguane diventavano abilissime lavandaie (tanto da destare lʼinvidia di tutte le donne Fassane) e sbattevano i loro panni nellʼacqua, sulle pietre, disturbando il sonno delle gente. Poi, allʼalba, appendevano il bucato tra uno spuntone di roccia e lʼaltro librandosi nellʼaria. Si tramanda che un giorno una donna di Fassa chiese ad una Anguana il segreto della sua lisciva, ma lei rispose: «Prima ti insegno qualcosʼaltro e imparalo bene: lavare e pettinare bene fa venire delle belle trecce, qualcosʼaltro forse la prossima volta». Ma questa donna non riuscì più a vedere unʼAnguana. 

Come la maggior parte delle creature femminili del passato, anche le nostre Anguane si configurano come dispensatrici di fecondità e fertilità: legate allʼagricoltura, allʼalternarsi delle stagioni e quindi allʼabbondanza o alla penuria del raccolto, regolavano la vita degli uomini dispensando aiuti preziosi. Inoltre, rimanendo nella sfera della potenza creativa, alcune leggende le descrivono come abili levatrici, aiutanti delle partorienti e madri che allattano i loro figli fino allʼetà di cinque anni: è così che ancora una volta ritorna il motivo dellʼacqua, cioè la madre che rende possibile la generatività e il perpetuarsi della specie. 

Figure della mediazione tra un mondo e lʼaltro, a loro spettava unʼaltra significativa mansione: la filatura. Le Anguane erano abili tessitrici di fili che promettevano incantesimi: si tramanda che unʼAquana della Valsugana avrebbe lasciato ai propri figli una matassa magica da dipanare e che una Vivana avrebbe fatto dei sortilegi a dei contadini poco ospitali.

Anche se in simbiosi con la natura, talvolta le Vivane della val di Fassa, prese dalla curiosità o chiamate dalla necessità, sentivano il desiderio di affacciarsi al mondo umano: per questo, sul far dellʼimbrunire, si avvicinavano alle case grazie ad un piccolo foro intagliato nelle imposte di legno delle finestre. E a testimonianza di questa leggenda ancora oggi possiamo scorgere nelle vecchie case questi fori chiamati “portelle delle vivane”. 

Come i fassani avevano creato un sistema per permettere a queste curiose creature di far parte della loro vita, così anche noi, oggi, potremmo iniziare a fare spazio dentro di noi, così da accogliere la loro storia e mantenerla viva come una fiammella che non muore mai.   

 

Photo by Canva

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