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December 23, 2019

Il colore inquieto di Gianni Pellegrini

Francesca Fattinger

Il colore inquieto“: Daniela Ferrari intitola così il suo saggio nel catalogo della mostra appena inaugurata alla Galleria Civica di Trento dedicata a Gianni Pellegrini (1953) e curata da Margherita de Pilati. Il colore è davvero inquieto sulle tele dell’artista e come sfumatura vibra nei nostri occhi, emoziona le nostre cornee facendole danzare nella sua luce. Si capisce anche solo lasciandosi immergere nelle sue opere che quella di Pellegrini è un’attenzione al nostro modo di percepire ciò che ci circonda e a come lo interpretiamo intimamente. Nel 1976 è tra i firmatari del manifesto di Astrazione Oggettiva, insieme tra gli altri ad Aldo Schmid, che da suo insegnante di ginnastica è diventato poi amico e sostenitore. Il pittore trentino ha creduto in Gianni e lo ha spinto a proseguire i suoi studi in questa direzione.

IMG_9381“Sembianze agli occhi miei”, il titolo della mostra, viene da un verso dell’Ultimo canto di Saffo:

Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu, che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care,
mentre ignote mi fûr l’Erinni e il Fato,
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.

Una visione notturna in cui la poetessa greca  preannuncia la sua disperazione per l’amore non corrisposto di Faone. Una visione in cui è la luce della luna a fare da protagonista, a rischiarare e con la sua morbidezza avvolgere tutto ciò che ha intorno. Anche nella mostra è la luce – che sembra irraggiare direttamente dai quadri – a creare la partitura che lo sguardo scorre entrando negli spazi. Le pareti bianche non sono semplici supporti, ma rappresentano una dimensione candida che dialoga con il colore sulla superficie dipinta; il lavoro di Gianni Pellegrini è quasi un lavoro di montaggio, da regista: le pareti funzionano da pause e potenziano la dimensione emotiva delle opere.

Per questa mostra l’artista ha realizzato alcune opere site specific, mettendole in relazione con opere del passato, dove è il colore, inteso come oggetto fondamentale di studio, il vero protagonista. Attraverso l’accostamento di dipinti realizzati quando era trentenne e opere più recenti, si nota come la sua ricerca si sia fatta più matura e consapevole: il colore – analizzato in tutte le sue componenti, sottolineate dal gioco di linee e superfici, ombre e sfumature – arriva in opere come “Falesie”, “Specchi”, “Interni esterni” a realizzare stratificazioni che lo dissolvono e lo smaterializzano. Un esempio perfetto per questo dialogo intimo con il se stesso più giovane di quarant’anni fa, è la bellissima opera site specific realizzata per la volta della galleria nel piano interrato. Il trittico “Linee” del 1978 dialoga con i più recenti “Profili”: l’uno di fronte all’altro, si guardano e ci spingono a osservarli nel loro confronto diretto, per poi dirigere la nostra attenzione alla volta stessa che ospita un macro-dettaglio dell’opera più recente. L’effetto generato da questo dialogo tra opere è la sensazione di entrare fisicamente in un angolo del suo dipinto, esserne concretamente parte.

 

Foto courtesy Galleria Civica Trento 

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