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January 8, 2019

Francesca Balducci al MACRO ASILO di Roma

Francesca Fattinger

Qualche settimana fa al MACRO ASILO di Roma ho avuto il piacere di partecipare al workshop “Storie in scatola” organizzato, pensato e diretto da Francesca Balducci, illustratrice e artista, in collaborazione con Michele Fucich, storico dell’arte, curatore e mediatore artistico. 

Che dire? Mi sono buttata in questa esperienza, perché volevo capire meglio il mio rapporto con l’abitare, questo concetto sfaccettato e poliedrico, respingente e accogliente, ossimorico e rassicurante. Il laboratorio era infatti pensato come riflessione su come vediamo e abitiamo gli spazi, in modo personale e collettivo, e su come si può fare esperienza di una città riconoscendone segni e simboli, quello che Francesca chiama il Codice Urbano.

Torre di Babele di Francesca Balducci

Curiosa di come un rapporto così complicato, come quello tra me e la città di Roma, fatto di strati distinti, anche se profondamente correlati, potesse risolversi nella costruzione di una scatola, che poteva idealmente contenerli, sono arrivata fino al MACRO. Superata la soglia di questo nuovo museo aperto e dinamico, ma proprio perché diverso dagli altri, anche artefice di interrogativi, ho raggiunto l’aula laboratorio e dopo pochi passi sono entrata in nuovo mondo. Sì, perché, assieme ai miei compagni di avventura, dopo gli spunti a noi offerti da Francesca, provenienti sia dal suo lavoro di grafica sia dal mondo creativo e non che ci circonda, è cominciato il dialogo silente con noi stessi. Per capire cosa significava per noi abitare Roma, viverne gli spazi, gli sguardi e i ricordi, abbiamo toccato e scelto i materiali con cui potevamo entrare intimamente in dialogo e abbiamo riversato dentro la nostra scatola le nostre emozioni, le nostre domande, le nostre paure… insomma un pochino di noi.

 

Ho intervistato Francesca, per capire meglio cosa si nascondeva dietro a questa prima proposta, per scoprire il suo Codice Urbano, la sua attività da artista e il suo pensiero.

Presto Francesca arriverà anche a Bolzano, per proporre alcuni dei suoi laboratori. In occasione del festival Profondo Colletivo 2/TiefKollektiv 2, incentrato proprio sul tema dell’abitare, la ritroveremo ad operare su sguardi, spazi e segni. Sarà una bella occasione per sondare le nostre relazioni con la città.

Francesca, il workshop “Storie in scatola” è il primo di una serie che proporrai al MACRO di Roma. Qual è il tuo rapporto con questo spazio e com’è nata l’idea di proporre proprio qui il tuo Codice Urbano?

Ho seguito con interesse il progetto proposto dal nuovo direttore artistico del MACRO – Museo d’arte contemporanea di Roma Giorgio De Finis: il MACRO ASILO, un museo concepito come spazio ospitale, dinamico e relazionale. 
Ho pensato che il Museo con il nuovo ripensamento degli spazi, dei loro significati e della loro fruizione, potesse essere l’occasione di sperimentazione adatta per proporre il Codice Urbano in una veste nuova, ulteriore, in nome di una vitalità e molteplicità che appartiene al nucleo stesso del Codice. Avendo percepito la possibilità di sperimentare in modo diverso il Codice, mossa dall’esigenza di entrare in una relazione più intima e diretta con il pubblico del museo, ho formulato in collaborazione con Michele Fucich, storico dell’arte, curatore e mediatore artistico, un ciclo di quattro esperienze dal titolo “Il Codice degli altri”. I 4 laboratori sono stati pensati con l’obiettivo di stimolare nel pubblico del MACRO visioni e narrazioni originali, personali e non stereotipate della città di Roma. Oltre “Storie in scatola”, è in programma il laboratorio “Mappe delle emozioni” (previsto per il 13 gennaio 2019), “Atlante dell’immaginario” (25-26 maggio 2019) e “Architetture corporee” (data da stabilire). 

Francesca Balducci - photo by Michele Fucich 6

Perché hai sentito la necessità di porre al centro della tua pratica artistica l’ambiente urbano con le sue stratificazioni e le sue relazioni con noi e il nostro corpo? E perché la necessità di un Codice?

Il primo disegno della serie Codice Urbano è stato il frutto di una pura casualità: una sera, di colpo, ho iniziato a disegnare con un pennarello nero una specie di paesaggio industriale sul coperchio di una scatola per la pizza da asporto rimasto pulito. Un paesaggio industriale distorto e personale, come tutti i miei disegni. Nel 2011 io mi occupavo di grafica già da qualche anno, ma era moltissimo tempo che non disegnavo per me, in totale libertà. 
L’emergere di questa strana e imprevista visione, di questa immagine, mi ha spinto a scandagliare in modo più continuo il mio immaginario, nutrito di cinema e letteratura fantascientifica e distopica, per fare emergere e ricombinare in modi nuovi pezzi e frammenti di città irreali, immaginarie e fantastiche. La mia pratica artistica è iniziata dunque senza una chiara direzione e si è manifestata, in principio, come semplice urgenza espressiva. 
Il fatto di vivere a Roma, città stratificata e molteplice per eccellenza, è forse la condizione che più di tutte ha contribuito, in modo latente ma costante, a risvegliare questo magma espressivo. I miei diversi viaggi a Berlino mi hanno portato a indagare visivamente il tema della città come insieme di segni urbani, architettonici, capaci di raccontare storie, significati, visioni. Negli ultimi anni la fusione degli studi filosofici con la semiotica, gli studi sulla percezione e l’indagine socio-antropologica sulle città sta portando ulteriore densità e consapevolezza alle mie ricerche. 

Francesca Balducci - photo by Michele Fucich 5

Le città sono disegnate e costruite dai percorsi di vita delle persone che le abitano, dall’intreccio delle loro storie. Per questo è importante guardare, studiare e interpretare le pratiche urbane, le pratiche di vita degli abitanti. Descrivere il proprio abitare, la propria città, significa descrivere se stessi, perché agli essere umani non è dato esistere in astratto, ma si è sempre collocati e situati in qualche luogo. Questo rapporto originario e costitutivo tra la città e chi la attraversa è un rapporto innanzitutto corporeo, percettivo, e ci dice qualcosa di rilevante del nostro stesso statuto di essere umani. Il corpo e la percezione ricoprono un ruolo ineludibile nell’esperienza che il soggetto fa della città. Il nostro accesso primario al mondo, in quanto soggetti incarnati, avviene proprio attraverso la nostra percezione. Il solo modo che il soggetto umano ha a disposizione di abitare una città, una porzione di mondo, è avere una percezione di essa dal proprio particolare, irriducibile e non sovrapponibile punto di vista (corporeo e percettivo). 

Francesca Balducci - photo by Michele Fucich 4

Se la città è una scrittura e il soggetto umano un agente incarnato impegnato con il mondo, l’esperienza stessa della città non può che essere dunque un’esperienza situata, molteplice, corporea, incarnata, culturale e percettiva insieme. La trama urbana in quanto discorso, lingua, codice, necessita dei suoi interpreti per essere attualizzata nell’intimo, per essere sentita e vissuta in primo luogo a livello personale. La città è una sorta di testo che ha bisogno dei suoi lettori/abitanti per essere quotidianamente, e mai una volta per tutte, interpretato e vivificato. Da qui la necessità di un Codice per interpretare e reinventare al tempo stesso il paesaggio urbano. 

Il Codice Urbano si struttura in una serie di sotto-codici che vanno ad approfondire alcune precise tematiche, quali sono?

I sotto-codici ai quali ti riferisci sono quattro temi, quattro direzioni di ricerca, su cui sto indagando in riferimento all’esperienza, insieme individuale e collettiva, della città da parte dei suoi abitanti: Corpo, Immaginazione/Memoria, Rappresentazione, Materia. Queste quattro matrici hanno ispirato i quattro laboratori progettati e previsti per il MACRO ASILO, a cui ho fatto riferimento prima. 

Spartito di Francesca Balducci

I workshop da te proposti si legano armonicamente con la tua pratica d’artista, due modi affini per riscrivere il mondo e il nostro sguardo. Che legame c’è tra questi due percorsi?

La bidimensionalità che caratterizza le opere del Codice ha l’effetto di spostare l’accento sull’immagine come soggetto autonomo che ci guarda. In questa autonomia dell’immagine, il pubblico è chiamato a stabilire una relazione reciproca con lo sguardo, ricambiato, dell’opera e a mettersi profondamente in gioco. La lettura delle immagini del Codice Urbano è il risultato non della visione retinica ma di un “vedere come”, di uno sguardo che di colpo coglie un certo intrico di linee come qualcosa e che fino a un attimo prima rimaneva nascosto alla nostra vista. Quelle stesse forme e linee, che ad un primo sguardo rivelano trame architettoniche e immaginari fantascientifici, possono indurre successivamente una molteplicità di interpretazioni, di rappresentazioni, che a ogni nuova lettura rinnovano lo stupore dello spettatore. L’immagine, in questo modo, diviene il terreno di incontro e relazione tra le memorie, gli immaginari, le percezioni dello spettatore e insieme dell’artista, in una relazione dinamica, continua, sempre aperta a nuove configurazioni, a diversi significati. 
Ecco, questo incontro e questa relazione tra artista e spettatore è l’aspetto che a me preme maggiormente valorizzare, insieme al bagaglio di immagini racchiuse nella memoria e nella fantasia di ciascuno.
E’ per me una forma imprescindibile di arricchimento personale, oltre che un obiettivo, riuscire a mettere in moto processi di riflessione, di consapevolezza del valore delle proprie memorie e percezioni in soggetti adulti, a prescindere dal progetto nel quale si è coinvolti. Tutte le situazioni che propongo sono pensate in modo tale da lasciare il giusto spazio a chi partecipa nella direzione di una libera espressione creativa, seppur guidati e stimolati da letture della realtà, interpretazioni e concetti che ritengo interessante condividere in una specifica circostanza. 
Durante la mia prima mostra a Roma, per esempio, ho previsto la presenza di un piccolo set di tessere con frammenti di Codice, lasciato a disposizione del pubblico per sollecitare un libero gioco di concatenazioni e la creazione di una propria riscrittura urbana, di un proprio personale Codice. Le reazioni delle persone davanti a un’immagine del Codice, i loro commenti e le loro riflessioni, le diverse storie che emergono durante le esperienze laboratoriali o le passeggiate dialogiche progettate ad hoc rendono possibile, da un lato, la moltiplicazione di significati, usi e sguardi nuovi e, dall’altro, la condivisione collettiva dei diversi punti di vista, necessaria per trasformare le esperienze in saperi e consapevolezze. 

Photos by Michele Fucich
Immagini 2 e 6: Torre di Babele  e Spartito di Francesca Balducci

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