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January 26, 2018

Le avventure di Numero Primo: ne parla Gianfranco Bettin

Mauro Sperandio

Fino al 28 gennaio, il Teatro Stabile di Bolzano ospita “Le avventure di Numero Primo”, monolgo interpretato da Marco Paolini  e basato sul romanzo omonimo scritto dall’inteprete e da Gianfranco Bettin. In un futuro prossimo, tanto insidioso quanto esteticamente accattivante, un uomo maturo si trova padre di un figlio nato grazie a moderne tecnologie di laboratorio. La scoperta della realtà che li circonda e volontà a loro avverse animano il racconto, che alla fredda tecnologia sposa sentimenti sempiterni.

Gianfranco Bettin – sociologo, saggista, scrittore e uomo di sincero e antico impegno politico e sociale – ci racconta de “Le avventure di Numero Primo“.

Lei viene da Marghera, quartiere giardino a ridosso dell’ipertecnologico Petrolchimico, sito da sempre futuristico per le sue architetture, le luci e i fumi. Avendo da sempre noto – per coscienza ed impegno – il volto negativo di questo luogo, quale atteggiamento ha maturato nei confronti del moderno tecnologico?

È esattamente questa la posizione in cui mi sono trovato a riflettere sul mondo che avevo intorno. In realtà, di quel quartiere giardino che è nato insieme al polo industriale di Porto Marghera, ho abitato la parte più a ridosso del Petrolchimico, godendomi poco il giardino e vivendo molto l’impatto con la tecnologia industriale, che allora era il settore tecnologico più avanzato. Il mio rapporto con la tecnologia è quindi un rapporto ambivalente. Avevo la consapevolezza che quella era una realtà avveniristica, che la tecnologia era una parte fondamentale del processo produttivo, ma non mi sfuggiva quanto fosse impattante sull’ambiente e, drammaticamente, anche sulla salute delle persone. Lo sviluppo tecnico-scientifico soddisfaceva tante necessità di varia natura – a partire da quelle quotidiane, non trascurando i risvolti occupazionali – ma stravolgeva ambiente e ed esseri umani.

Badiamo all’utilità dei personaggi di “Le avventure di Numero Primo”. Abbiamo bisogno di un bambino per addentrarci nel futuro?

Oltre la funzione metaforica che può avere un bambino nel rappresentare il futuro in un romanzo, è l’occhio di chi viene dopo di noi che ha connaturata la capacità di gettare la giusta luce sulle cose nuove che capitano. Un po’ come noi bambini guardavamo a questa sorta di Moloch che era la zona industriale, che cresceva con noi e sotto i nostri occhi. Avevamo magari meno consapevolezza dei nostri genitori e fratelli maggiori, ma maggior freschezza di interpretazione di loro. Così Numero Primo, bambino molto speciale, accompagnando il padre adottivo Ettore in questi nuovi tempi gli svela una prospettiva nuova, spingendolo a nuove scoperte e mostrandogli che anche i tempi che stanno arrivando sono tempi molto speciali.

Marco Paolini_photo CaliMero DSC_2770

Il paesaggio veneto del futuro – rurale ed urbano – mantiene caratteristiche note, anche pittoresche. Oltre alla loro utilità nel connotare il testo, incarnano un auspicio che, almeno un poco, il futuro ignoto assomigli al passato ormai familiare?

Marco Paolini ed io abbiamo ambientato il libro in un futuro abbastanza vicino, dunque la regione non potrebbe essere poi molto diversa da com’è ora. Pensiamo anche che la trasformazione in corso non sia comunque tale da deformare il paesaggio rendendolo irriconoscibile. La mutazione è anzi, per molti versi, tale da conservarne le forme, magari migliorandole pure, ma falsificandone la natura. Il rischio è che il bel paesaggio verde che noi descriviamo sia in realtà completamente artificiale. Un po’ come può avvenire con le persone, che possono essere modificate nella propria natura intima senza che questo emerga in modo evidente. Pensiamo che le insidie verso le quali andiamo, e che magari sono già tra noi, si camuffino più che svelarsi immediatamente. Salvo per il mutamento climatico, dal quale possiamo attenderci manifestazioni evidenti nel paesaggio, come la modifica delle coste o lo scioglimento di nevai e ghiacciai.

I temi del suo impegno politico e sociale affiorano nel testo. C’è mai requie o evasione per chi ha una certa sensibilità?

Bisogna procurarsi questo spazio fuori dell’impegno che, al di là dell’aspetto operativo e pratico, rischia di non darti tregua anche nelle fasi in cui sei meno sul campo, ma pensi comunque al campo… Anche per reggere meglio la sfida che l’impegno costante ti impone, bisogna trovare spazi di evasione, riflessione e relax. La lettura e la scrittura mi aiutano, anche in forme diverse da quella più ovvia del saggio politico, come nel caso dei testi di fiction o, si pensi a questo libro, nel fantasy.

Foto: 2 © Photo CaliMero

 

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