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November 28, 2017

Torino Film Festival: l’urlo sano della Francia profonda

Cristina Vezzaro

A concorso ampiamente avviato, arriva il secondo film francese, anzi, secondo documentario: dopo Kiss and Cry di Chloé Mathieu e Lila Pinell (uno spaccato del mondo del pattinaggio artistico e delle competizioni di alto livello con i relativi sacrifici che comportano), ecco Speak up A voix haute, di Stéphane de Freitas.

All’università di Saint-Denis si svolgono una volta all’anno i campionati di arte oratoria Eloquentia, in cui degli studenti universitari si affrontano esponendo degli argomenti per convincere una giuria di esperti.

Il documentario ripercorre la preparazione degli studenti, che da un semplice slancio iniziale si trovano a mettersi a nudo davanti a un pubblico e intraprendere forse definitivamente la strada del public speaking.

Le storie personali dei ragazzi, le motivazioni profonde che li portano a esporsi nella loro parte più vulnerabile e a tirare fuori vecchi dolori e nuovi bisogni per arrivare in modo autentico a un pubblico di attenti ascoltatori non possono non toccare l’animo. “La normalità degli altri è uno choc” dice uno di loro. Ma solo esternando la propria diversità si può accorciare quella distanza.

Dal ragazzo che a 12 anni ha seguito i genitori che decidevano di andare a vivere in campagna e che ora per andare all’università deve fare 6 ore di viaggio al giorno, di cui 10 km a piedi; il cui padre, suo eroe, affatto istruito ma grande cultore dei cruciverba, cita Wittgenstein senza saperlo; al ragazzo che sa cosa vuol dire vivere per strada e non avere una casa dove tornare la sera; al giovane che molto prima dell’arte oratoria ha scoperto il potere delle parole crude delle banlieue; alla giovane per tre quarti siriana e per un quarto americana, cresciuta in Francia, che piange il dolore della sua terra e si batte per le donne di tutto il mondo: le storie, molte altre ancora, parlano di una gioventù davvero speciale, molto lontana dalla banalità che alcuni vorrebbero cucirle addosso.

La Francia che arriva al TFF con questo documentario ha bisogno di cercarsi, tra le parole dei rapper e le storie dei suoi giovani: tira le somme di lacerazioni interiori che l’hanno insanguinata e chiedono di essere rimarginate ricucendo i tratti di una società travagliata ma che non dimentica di avere imbracciato le armi per la libertà. E quale arma è più potente della parola? 

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