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March 21, 2017

“Il prezzo” di Arthur Miller al TSB: amara ironia e profonda riflessione a ritmo di swing

Claudia Gelati

Da giovedì a domenica scorsa è andato in scena al Teatro Stabile di Bolzano “Il prezzo”, penultimo lavoro del drammaturgo americano Arthur Miller. Scritto alla fine degli anni ’60, racconta la storia di una famiglia che si ritrova a bocca asciutta dopo la crisi del 1929 e a dover fare i conti con la frantumazione di affetto e legami. Un cast strepitoso che ci somiglia e ci fa ridere goffamente: Massimo Popolizio in scena insieme a Umberto Orsini, Alvia Reale ed Elia Schilton. A 48 anni di distanza dal suo debutto a New York al Morosco Theatre di Broadway, la piéce teatrale -che rivive grazie alla traduzione di Masolino D’Amico e la direzione dello steso Popolizio – risulta essere più attuale che mai.

Ci sono una signora e un signore che mettono a dura prova la nostra esistenza: si chiamano Quotidianità e Rimpianto. Ecco la prima, in realtà se presa con le pinze, i guanti e la mascherina – udite, udite – è anche una bella cosa. Davvero. Avere dei rituali, dei gesti, delle abitudini è qualcosa che ri-definisce uno spazio e un tempo e li chiama Casa. Luoghi dove ci sentiamo protetti, arredati da cianfrusaglie e ricordi. Ecco io, ho tutta una serie di riti che nemmeno vi immaginate: Dallo scegliere i calzini la mattina ad arieggiare casa prima di andare letto. Ognuno ha le sue: Jack Nicholson potrebbe suggerirvene alcune se siete a corto di fantasia (Qualcosa è cambiato, 1997). Eppure, spesso, questa dannata quotidianità è devastante. Tutto sembra aver acquisito l’odore del vecchio e dello stantio, l’eccitazione iniziale ha lasciato spazio alla drammatica routine. E poi, c’è il rimpianto che fa carte false per far crollare certezze fino ad ora granitiche -sto’ bastardo. I due insieme, a braccetto, sulle note della nostra lasciva decadenza, ballano il tip tap; sgretolano sicurezza, stima e fiducia; insinuano dubbi per i quali poniamo a noi stessi, la mattina, allo specchio, occhiaie e pigiamino: “Cosa sto facendo della mia vita?” oppure il classico e sonoro “chi me lo ha fatto fare?!”. Tutte domande lecite; ma ditemi… l’avete mai trovata una risposta? Io no.

Qual’è il prezzo della vita allora? Quanto si paga per vivere? A saperlo, saremmo tutti santoni.
Arthur Miller – si, lo stesso che stava con la Norma Jeane – parla (anche) di questo nel suo capolavoro “Il prezzo”, scritto nel 1968 e in grado di raccontare con una lucidità spietata e note amare di compassione la crisi del ’29 e le sue conseguenze, parla un po’ anche di questo. Perchè non si trattò solo di numeri e titoli di giornali. Non si tratta mai solo di quello. “La crisi del ’29: un parco di relitti umani.”

Allora la storia inzia in medias res con questi due fratelli, Victor e Walter, che hanno da tempo, smesso di incrociare le loro vi(t)e. Ora, a sedici anni dalla morte del padre,  si incontrano/scontrano per sgomberare finalmente l’appartamento di famiglia. Victor fa il poliziotto-non-convinto, sulla soglia del pensionamento, uomo imprigionato nella routine e -inconsapevolmente – nel passato, a corto di grana e con una moglie un po’ troppo legata, invece, ai soldoni; vagamente asfissiante e invidiosa, che soffre la dipartita da casa del figlio. Il fratello Walter invece se la passa bene – apparentemente – sottraendosi da legami e responsabilità, si è laureato ed è diventato uno stimato dottore con un vita agiata. Uno l’opposto dell’altro. Per stabilire il prezzo di oggetti e mobili viene ingaggiato Gregory Salomon, un’anziano brocker ebreo, raggrinzito dalla vecchiaia, ma ancora ciarliero. E’ tipo strano quel Salomon: uno che gira con un busta della spesa che, più che lo spuntino pomeridiano, sembra contenere una carovana di storie. Sullo sfondo la figura del padre: povera vittima della crisi o annoiato carnefice, fabbricatore di insidie familiari, ladro ingrato di vita? Punti di vista. Si, solo punti di vista che però incidono prepotentemente. “…Ti dissi non permettergli di soffocarti la vita…”

17239972_10155143357419288_6506655153561103823_oDa questo semplice spunto ri-emergono tutte le incomprensioni familiari, le bugie e la paura generata da quell’improvvisa perdita del benessere. Miller incastra sapientemente dramma familiare e dramma economico, toccando le corde giuste per emotività e coscienza; e sembra proprio chiedere a noi, quale sia “Il Prezzo”? È forse quello che ognuno di noi paga per vivere? E’ possibile che la nostra vita sia ancorata alle scelte del passato? Quotidianità e rimpianto di nuovo protagonisti. Ciò che sembrava importante ed intoccabile cambia, diventando grottesco, tragico, ridicolo. Una presa in giro, una farsa, la vita intera. Allora cos’è bene e cosa è male? possibile che si tratti di punti di vista? Ci si domanda, sul palco e nella vita, come potrebbero essere la nostra esistenza se tutto fosse spostata anche solo di un secondo. “L’unica cosa che conta al mondo sono i soldi. E adesso se mi guardo indietro cosa vedo? Merda.”

“Il prezzo”, sono 105 minuti di altalena emotiva tra amara ironia e profonda riflessione; un cast drammaticamente reale, tra goffe movenze, disillusione e polverosi e ingombranti mobili, metafora di ricordi e scelte mai fatte. Mobili e ricordi che ormai sembrano davvero troppo grandi per essere trascinati nella frenetica corsa alla modernità.

“Il prezzo” è un susseguirsi di botta e risposta tra i personaggi, uno spettacolo che culmina proprio nel punto più drammatico: la chiusura di una dolorosa vendita e una impossibile riconciliazione tra fratelli. Una moglie, che dopotutto, si mostra umana: esce di scena sottobraccio di quel detestabile ed impacciato marito, teneramente fragile. Una broker, che dopo aver speso mille e cento dolori per mobili che non riuscirà mai a vedere, balla lo swing e dietro di lui il suono sordo e atroce del ferro e dell’acciaio dei vecchi palazzi, che crollano sotto il peso schiaccianti della modernità e dei drammi famigliari.

“Il prezzo” è un spettacolo crudo, sincero e, ahimè, dannatamente attuale. Speciale.
“…C’è sempre un prezzo da pagare. Io l’ho pagato.”

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